l primo Anno Santo della storia fu nel 1300, ricordato e magistralmente descritto da un coevo cronista astese che ad esso partecipò, lo speziale Guglielmo Ventura.
Egli ci riferisce, tra altre cose, che la moltitudine allora presente a Roma non poteva essere contata; “correva voce” - soggiunge il Ventura – “che vi fossero più di due milioni (?) tra uomini e donne”. Anche Dante Alighieri, nella “Divina Commedia”, dice: “Come i Roman per l’esercito molto l’anno del Giubileo...” e, rievocando quell’evento al quale ha personalmente assistito, si richiama pure lui alla grande quantità di gente accorsa a Roma in quell’anno.
Ai nostri giorni, sia pure considerando la realizzazione del viaggio soltanto per via terra, non sorgerebbero forse difficoltà nel trasferire e far giungere alla Città Eterna il previsto grandissimo numero di pellegrini, con le possibilità che abbiamo attualmente dei mezzi di trasporto terrestri e con le comode strade ed autostrade; ma a quei tempi come saranno arrivate a Roma quelle migliaia di viaggiatori?
Muovendosi con cavalli, muli, carri, ma per la maggior parte a piedi, in segno di intensa devozione ed espiazione, ad una eccezionale media di marcia di 20-30 Km al giorno, questi Romei, vestiti di ruvidi panni, con un lungo mantello, chiamato “sanrocchino” o “schiavina”, un cappellaccio a larga tesa rialzata sul davanti, il cosiddetto “petaso”, una bisaccia, una borsa di pelle nella quale riporre il cibo, una borraccia ed infine l’immancabile nodoso bastone di legno di nome “bordone”, percorrevano la nota strada medievale che, con rami diversi, congiungeva a ponente, attraverso alcuni valichi alpini, i confini della penisola a Roma.
Questa strada, la più famosa del medioevo, era la Via Francigena, la strada che in quei secoli fu la grande protagonista della fioritura dell’attività economica, sociale ed intellettuale dell’Europa occidentale e lo strumento che rese possibile l’unità culturale dei territori da essa attraversati.
In effetti non fu soltanto un itinerario più o meno attrezzato e neppure si identificò in un semplice grosso traffico di persone, di merci e di idee; fu una struttura viva, strettamente inserita nell’ambiente economico, politico e sociale delle zone che percorreva e collegava. Inoltre, specie nella Padania, dove il suo percorso si ramificava a causa dei diversi passi alpini da cui discendeva al piano, di frequente mutava il proprio nome in “romea”, poiché per le popolazioni cisalpine era più ricco di fascino il traguardo romano; tuttavia questo doppio appellativo caratterizzò la strada lungo tutto il suo tracciato e per tutto il Medioevo, dato che una delle estremità dell’itinerario era appunto rappresentata dalla Città santa dell’occidente, l’ “altera Jerusalem”, verso cui si avviava il flusso ininterrotto di devoti visitatori provenienti da tutta la Cristianità in pellegrinaggio alle tombe degli apostoli.
Sappiamo che già nel VII secolo esisteva una direttrice stradale altomedievale per l’allacciamento di Roma col mondo oltreappenninico, nata probabilmente da infiltrazioni missionarie di fede bizantina stanziatesi lungo quello che sarà il tragitto della cosiddetta “via di Monte Bardone” (l’odierno passo della Cisa), la quale solo più tardi prenderà il nome di “Francigena” oppure “Romea”. L’espressione, usata per indicare la strada, stava a significare “Mons Longobardorum” e, col tempo, andò ad identificare buona parte dell’Appennino tosco-emiliano che, politicamente, era appunto riconoscibile come il “Monte dei Longobardi”, zona di attrito tra il settore di influenza bizantina e quella longobarda.
Ma Monte Bardone era anche il nome del passo appenninico corrispondente, come detto prima, all’attuale Cisa, utilizzato dal percorso in questione, passo di cui si trova menzione nell’ “Historia Longobardorum” di Paolo Diacono.
La strada doveva all’inizio essere poco più che una carrareccia, con ogni sorta di ostacoli e sprovvista di selciato; tuttavia, seguendo la sua traccia, il viandante era sicuro di raggiungere la meta desiderata, con la possibilità di identificare lungo il tragitto fiumi, guadi, zone paludose, valichi montani, ospizi e siti adatti al ricovero, posti tra loro ad una certa distanza conciliabile con la già citata media giornaliera di marcia.
In effetti, essendosi rafforzata nel tempo la dominazione longobarda, la strada venne fornita di una sequenza di “abbazie regie”, luoghi di culto indipendenti dal Vescovo, con funzioni non soltanto religiose, ma assistenziali-ospitaliere e, con il rilancio dell’agricoltura, anche economiche; tra le molte, basti ricordare il ricco monastero di San Benedetto a Berceto, probabilmente fondato dal re Liutprando oppure, più a sud, presso Radicofani, il monastero di San Salvatore sul monte Amiata.
Con la fine del dominio longobardo e con l’avvento di quello dei Franchi, la strada cominciò a caratterizzarsi come via di comunicazione di una certa importanza, essendosi prolungata in altri territori ed avendo inoltre alquanto migliorato il suo sedime e la larghezza del suo piano stradale.
Infatti per i Franchi il raccordo con Roma aveva acquistato un notevole interesse, donde il plausibile impegno del governo carolingio nel migliorare la percorribilità della strada; nello stesso periodo ebbe inizio quella denominazione già menzionata e mai più caduta, di “Via Francigena” cioè strada originata dalla Francia, termine quest’ultimo con cui nel Medioevo si intendevano, oltre all’odierna regione francese, anche i paesi dell’antica “Lotaringia”, ossia tutto l’asse renano sino agli attuali Paesi Bassi.
Occorre notare tuttavia che in questo concetto di “Francia” non erano comprese le regioni che il viaggiatore incontrava subito oltre i passi alpini del Moncenisio e del San Bernardo; quei territori in effetti appartenevano al regno di Borgogna, dove venivano considerati “francesi” tutti coloro che vi giungevano pervenendo da nord-ovest. Ciò spiega l'uso in tali zone dell’espressione “via que dicitur Francisca” e giustifica il ricorso alle denominazioni di Francigena, Francisca, di Francia quando si esamini la strada in entrambi i versanti che portano ai suddetti valichi alpini.
Da principio le testimonianze comprovate sulla via nella lunga parte che corre su suolo italiano sono piuttosto limitate, ma con l’andar del tempo esse si faranno assai più ricche di dati, poiché verranno alla luce le prime memorie di viaggio e persino le guide ad uso dei viaggiatori, in cui si accerta la sistematica presenza lungo tutto il suo percorso di luoghi di tappa, segnalando così l’esistenza di un vero e proprio attrezzato asse di collegamento.
Se per tutto il XII secolo il transito alpino preferito fu il valico del Gran San Bernardo, già agli inizi del Duecento i pellegrini sceglieranno i passi posti più a sud ed in particolare il Moncenisio, per discendere in Val di Susa e proseguire poi per la pianura padana sino a Borgo San Donnino e di qui al valico di Monte Bardone, diretti a Roma.
Tuttavia tra le varie funzioni della Via Francigena, oltre quella di condurre schiere di pellegrini alla città eterna, vi fu pure quella, assai notevole, di unire questo luogo di fede alle altre due grandi mete di pellegrinaggio e cioè Gerusalemme, conducendo al punto d’imbarco sul canale di Otranto, e Santiago di Compostela, immettendosi, al di là delle Alpi, sulla Via Tolosana, itinerario usato abitualmente dai pellegrini jacobei provenienti dall’Italia perché il più meridionale.
Il rifiorire della spiritualità unitamente a quello dell’erudizione all’inizio del secondo millennio pose però la Via Francigena ed i territori da essa attraversati al centro di interessi non soltanto religiosi, ma anche politici, economici e culturali poiché, essendo straordinario il flusso dei fedeli diretti verso Roma o di ritorno da essa e per buona parte non solo incolti esseri penitenti, ma impavidi accorti testimoni della fede, venne a crearsi attraverso di essi una fitta rete di scambi di idee e di conoscenze.
Già a partire dal XII secolo, diventata la strada il punto d’incontro fra le tre “peregrinationes maiores”, essa ampliò incredibilmente la propria importanza, svolgendo un ruolo di primissimo piano in quell’alternarsi di energie culturali, la cui fusione portò appunto ad una sostanziale unità delle conoscenze europee medievali.
Oltre il sapere però, altra importante branca delle umane capacità ad aver ricevuto un forte impulso dalla efficienza della Via Francigena furono le attività commerciali. La loro ripresa fu dovuta sia all’aumento ed all’espansione della produzione agricola, sia allo sviluppo del risparmio conseguente alla crescita dei proventi agrari, manifatturieri e creditizi.
Con il concentrarsi del denaro nelle città, da queste muoveranno le forze che riusciranno a realizzare quel movimento di uomini e di merci senza precedenti che sarà la caratteristica del mondo occidentale a partire dal XII secolo.
Specialmente per le città attraversate dal suo percorso o situate nelle sue vicinanze, la Via Francigena significò il più importante stimolo all’attuarsi dei fenomeni più sopra elencati; la strada infatti permetterà agli intraprendenti mercanti italiani di raggiungere facilmente oltralpe i ricchi empori di Fiandra e di Brabante oppure di frequentare le famose fiere della Champagne per esportare od importare le più svariate mercanzie.
Perseguendo questo intento, i più grossi mercanti delle città dell’interno poste sul percorso della Via Francigena crearono delle vere e proprie società commerciali che funzionavano anche da banche, poiché maggioravano i loro capitali, accettando prestiti da privati e pagando ad essi interessi fissi; investendo poi le somme incassate, come se fossero beni personali, acquistavano merci da rivendere con larghi profitti oppure facevano prestiti a terzi con dividendi più alti.
Così fecero ad esempio le città di Asti e Chieri le quali, non trovandosi molto distanti dal Moncenisio, seppero trarre vantaggio da questa loro felice posizione geografica, assumendo la funzione di intermediarie tra la Padania ed i mercati della Champagne.
Gli Astigiani inoltre, abbandonata la maggior parte delle loro attività commerciali, si applicarono quasi esclusivamente al cambio ed al prestito, stanziandosi con le proprie “casane” nelle città della Lotaringia regione dove, percorrendo appunto la Francigena e superate le Alpi, erano facilmente pervenuti; nella Savoia, nella Franca Contea, in Borgogna e persino nei Paesi Bassi essi si stabilirono come banchieri, ma ancor più come esercenti quella lucrosa professione feneratizia che sarà per essi fonte di grandi ricchezze, ma purtroppo anche causa dell’epiteto dispregiativo di “usuriers du Lombardie”.
La Via Francigena quindi, fin dall’inizio e per secoli, non fu sempre soltanto strada di transito per pellegrini, ma un valido mezzo di crescita economica oltre che un motivo fondamentale di sviluppo per i numerosi centri da essa toccati.
All’inizio del Duecento, con l’affermarsi in Italia dei Comuni, i tratti della Via Francigena, che attraversavano le città o passavano presso di esse, verranno particolarmente curati, nella consapevolezza dell’importanza di tale strada per l’economia cittadina; in effetti nelle città si accentravano gli alberghi, le osterie, le botteghe e gli “hospitia”, per cui ne derivava un intenso traffico, poiché coloro che ora si servivano sempre più spesso della strada non erano soltanto semplici pellegrini, ma mercanti, uomini d’arme, artigiani, religiosi ed anche illustri personaggi con numeroso nobile seguito o con le loro milizie.
Gli stessi Comuni poi, avendo individuato le molteplici difficoltà che intralciavano gli scambi nel frattempo aumentati, cercarono di realizzare ogni possibile riassetto del percorso viario e di assicurare la tutela dei viaggiatori; ed ecco quindi le norme dettate dagli Statuti di alcuni di quei Comuni per una regolare sorveglianza della stessa strada o le disposizioni emanate per una sua parziale lastricatura o per la costruzione di ponti su vicini corsi d’acqua da superare. Negli statuti parmensi, ad esempio, oltre ad istituire un “pedagium” sul tratto per Berceto per mantenervi un corpo di guardia a protezione dei viandanti contro rapinatori ed assassini, se ne dispone pure l’acciottolatura; così negli statuti di Ivrea od in quelli di Siena, dove si prescrive anche la costruzione di fontane lungo il percorso.
Riguardo alla fabbricazione di un ponte, essa era un lavoro posto tra le opere buone previste dalla Chiesa, che spesso veniva messo in rapporto con l’attività ospitaliera; e fu proprio un ordine ospitaliero, quello dei Cavalieri di San Giacomo, detti “del Tau” con casa madre ad Altopascio, che si distinse nella costruzione di ponti, specialmente nel tratto tosco-emiliano della strada.
Ma passiamo ora a parlare dell’argomento che forse interessa di più e prendiamo ad analizzare questa importante strada medievale nel suo lungo percorso italiano, quello che dalle Alpi, scendendo per tre rami diversi dai valichi alpini del Gran San Bernardo, del Moncenisio e del Monginevro, raggiunge la pianura padana e si dirige quindi verso sud diretto al traguardo romano.
Almeno fino al XII secolo pare che il transito alpino privilegiato fosse il valico del Gran San Bernardo, al quale si arrivava risalendo l’alta valle del Rodano e, superato il passo suddetto, attraverso la Valle d’Aosta, si scendeva al piano, si oltrepassava il fiume Po ed a Borgo San Donnino (l’antica “Fidentia julia”) si prendeva la via che portava al colle di Monte Bardone.
Dalla fine del XII secolo i viandanti provenienti dalla Francia cominciarono a preferire invece i valichi posti più a sud ed in particolare il Moncenisio (a 2084 metri di quota), al quale si giungeva risalendo la Val Moriana per poi discendere in Val di Susa e di qui a Torino, località dove si separavano i percorsi per coloro che provenivano dal suddetto valico, percorsi che portavano a Chieri-Asti, a Moncalieri-Testona, a Pavia attraverso il Vercellese.
Tuttavia ultima importante variante al tracciato della Via Francigena tra la Padania e l’Italia centrale, variante dovuta alla straordinaria crescita della città di Firenze, divenuta dalla seconda metà del Duecento una delle maggiori “piazze” economiche europee e il principale supporto della vita politica dell’Italia Centrale, sarà quella per cui, invece di risalire la Valdelsa, punterà nei pressi di Poggibonsi direttamente sulla città gigliata, utilizzando un raccordo esistente tra questa e la via in questione, ai margini della regione del Chianti.
Così la direttrice Firenze-Siena-Roma negli ultimi secoli del Medioevo si affermerà su tutti gli altri itinerari “romei” e resterà per antonomasia la “strada regia romana” su cui si immetteranno i pellegrini provenienti dall’intera Europa.
Fin dal VI e VII secolo la Via Francigena era stata dotata sul suo tragitto di strutture assistenziali e di ricovero per i viandanti. In realtà, prima i Longobardi e poi i Franchi, nei punti nodali del tratto che attraversava i loro domini, avevano istituito presso monasteri, abbazie o pievi, numerosi luoghi di soccorso e cura per infermi oppure xenodochii ed ospizi riservati al ricovero di viaggiatori e pellegrini.
Ricordiamo ancora che ad opera dei Longobardi erano pure sorte sulla Francigena quelle Abbazie regie che, tra i molteplici importanti compiti già accennati, ne avevano un altro per quel popolo assai particolare ed essenziale, quello strategico: le Abbazie in effetti venivano a costituire anche una base di sorveglianza sulla strada diventata la principale via di comunicazione della Tuscia.
Alla caduta dell’egemonia longobarda e carolingia in Italia, fu fondamentale l’apporto del movimento riformatore della Chiesa cattolica che, tra l’XI ed il XII secolo, con le “canoniche regolari”, basate soprattutto sulla vita claustrale, ribadì la dedizione all’attività assistenziale, specialmente ospedaliera. Ed è proprio sui possedimenti di Matilde di Canossa (1046-1115), interprete di questo spirito riformatore e promotrice di una straordinaria fioritura di monasteri, pievi, ospedali che correva uno dei tronchi principali della Via Francigena, quello toscano, il cui affermarsi, se non ne fu proprio la causa, certo favorì lo sviluppo anche in questa regione di numerosi grandi e piccoli centri di soccorso e cura per i pellegrini.
Ma già dal suo ingresso in Italia attraverso i diversi valichi alpini, questa importante arteria medievale europea si arricchirà di ospizi, monasteri, ospedali lungo il tratto di transito sul territorio della pianura padana, suscitando però, durante i secoli XII e XIII, anche profondi giochi di potere economico proprio tra questi stessi enti religiosi, nel frattempo grandemente arricchiti per donazioni e pedaggi, ed i diversi signori locali che proteggevano e mantenevano la strada a disposizione della collettività, ma pure e soprattutto per farne strumento di successo personale e condizionamento politico.
Immaginiamo ora di seguire un gruppetto di pellegrini francesi diretto a Roma per il Giubileo del 1350, quello indetto da papa Clemente VI. Si sono aggregati tra loro, consigliati a farlo dal buon priore della Abbazia di Cluny, che poco tempo prima li aveva ospitati e rifocillati, informandoli inoltre sui molti rischi che avrebbero potuto correre sul loro cammino.
Proviamo ad esaminare alcune delle più rinomate costruzioni religiose (chiese, monasteri, ospedali) che essi avranno modo di incontrare percorrendo la Via Francigena fino alla meta romana, pervenendo dal colle del Moncenisio, a quei tempi il più frequentato, anche per le agevolazioni concesse ai viaggiatori dai conti di Moriana e Savoia, signori della regione.
Sono edifici per la maggior parte ricchi di fascino nelle loro strutture murarie romaniche o gotiche, abbelliti successivamente, durante i secoli XIII e XIV da affreschi e sculture, opere che diedero alla strada la possibilità di contribuire validamente anche in questo campo al meraviglioso risveglio artistico italiano di quei tempi.
Ecco la “domus Montis Cenisii”, servita da ospitali “fratelli canonici”, e la chiesetta del Rocciamelone, custode dell’argenteo ex voto di un nobile crociato astese; l’abbazia della Novalesa, in cui un notevole affresco rappresenta il rituale della vestizione del pellegrino; l’abbazia di San Michele della Chiusa, irrinunciabile punto di sosta per il grandioso servizio di approvvigionamento offerto ai viandanti, ma ancor più per la sua magnificenza, come consuetudine presso l’ordine benedettino; il monastero di Santo Antonio di Ranverso per le pareti meravigliosamente affrescate; il grosso villaggio di Moncalieri, dove si custodiva nel Duomo il corpo del beato Bernardo; la ricca città di Asti, attrezzata “mansione” ossia luogo di tappa e sede dell’ospizio dell’Ordine dei Cavalieri Gerosolomitani di San Giovanni; Azzano con il possente castello e con l’abbazia benedettina di San Bartolomeo, dotata di un grosso molino e di un efficiente porto sul fiume Tanaro; più oltre ancora, la città di Pavia, punto di diramazione per Genova e di arrivo per i romei provenienti dall’Europa dell’est e dalle regioni italiane nordorientali. Di qui, dopo il superamento del fiume Po, ecco Piacenza e quindi Borgo San Donnino (l’attuale Fidenza) sede di un noto “lebbrosario” dedicato a San Lazzaro; dopo questa “mansio leprosorum”, arrivo alla pieve di Farnovo ricca di sculture e poi a Berceto con il suo borgo cresciuto a cavallo della strada stessa, l’abbazia benedettina, fatta costruire dal re longobardo Liutprando, che conserva le reliquie di San Remigio e di San Moderanno e la chiesa romanica del XIII secolo.
Valicato il passo di monte Bardone, con la sua modesta pieve, transito a Pontremoli, con la chiesa romanica di San Giorgio; indi a Luni ed arrivo alla città di Lucca, con la cattedrale di San Martino custode del crocefisso dal “Volto Santo”. Successivamente, seguendo il primitivo percorso della Francigena, Altopascio, sede di un ospizio detto “di Matilde”; la città di Pisa con il complesso monumentale di Piazza dei Miracoli ed il porto sul mar Tirreno; San Gimignano famosa per le sue attività commerciali e finanziarie; Poggibonsi con l’ospizio di San Giovanni in Gerusalemme; quindi Siena e San Quirico d’Orcia; Radicofani; Bolsena con il suo vasto lago e la chiesa di Santa Cristina, Sutri ed infine, dopo l’ultima faticosa salita a Monte Mario, l’arrivo alla meta agognata la seconda Gerusalemme, la città di Roma, con le quattro maggiori basiliche di San Giovanni in Laterano, San Pietro in Vaticano, Santa Maria Maggiore, San Paolo fuori le mura ed il sacro velo della Veronica.
Questo studio, seppur limitato, sulla Via Francigena, vuole ricordare come tale importante arteria medievale italo-europea sia stata una grande stimolatrice dell’evoluzione della vita economica e sociale dell’Europa medievale, una strada su cui non soltanto marciarono migliaia di pellegrini, ma che rese anche possibile, attraversando grossa parte del continente, la sua unità culturale e la diffusione delle sue attività artistiche, e tutto ciò grazie particolarmente alla grande capacità di muoversi dell’uomo di quei tempi, assai più alta di quella che noi oggigiorno possiamo concepire, basandoci sulla povertà tecnica dei mezzi di trasporto di quell’epoca passata.
Si è tentato di fornire alcune notizie su questa interessante direttrice viaria che, durante tutto il medioevo, pur assumendo denominazioni diverse nel suo svolgersi, tuttavia si caratterizzò sempre con il proprio “orizzonte” internazionale, riuscendo a mettere in comunicazione con il mondo d’oltralpe le tante città della penisola italiana situate lungo il suo percorso e favorendo in tal modo la ripresa del grande commercio internazionale e la circolazione della cultura.
 


 

l termine "pellegrino" deriva dal latino "peregrinus" che significa "viaggiatore che attraversa la campagna" (per agra).
Molte località dell'astigiano hanno preso il nome dal fatto che si trovano su un percorso frequentato dai pellegrini. Varie cascine e borgate si chiamano "Pellegrina"; spesso colline o cascinali prendono il nome "Gioia" e "Montegioia" (la gioia del riposo o del raggiungimento di una vetta più elevata, che permette di scorgere la meta). Spesso questi "Montegioia" erano contrassegnati da un cumulo di pietre che sorreggeva una croce che serviva anche come segnavia. Lo stesso senso ha "Mongiolito", come anche "Valcroce" e anche nomi come "Fontana Santa" e "Valle Rosario".
Sul confine della Provincia di Asti, verso Chivasso, c'è un "rio di Abramo" e poco oltre il Po una località detta "Betlemme" (esiste a Mombaruzzo la collina del Presepio) che ricorda la terra di Israele. I pellegrini si chiamavano anche "Palmieri" se la loro meta era Gerusalemme, perché portavano come segno un ramo di palma. Oppure "Romei" se il loro viaggio tendeva a Roma. Altre memorie del pellegrinaggio sono le località che prendono nome da San Giacomo, San Pietro, San Michele Arcangelo (questo è appunto il patrono dei pellegrini), San Martino, (che donò metà del suo mantello a un viandante infreddolito).
Il pellegrino che tornava dal "cammino jacobeo" (il viaggio a San Giacomo di Compostela) doveva portare una conchiglia, raccolta sulla spiaggia dell'Oceano Atlantico, per testimoniare di aver raggiunto la meta.
Il "Bordone" (che significa "asino" o "mulo", con significato ironico) era un grosso bastone da appoggio e difesa.