dificato tra Corso Alfieri e Via San Martino si trova il grandioso Palazzo Gabuti di Bestagno, ora Palazzo Ottolenghi, portato alle forme attuali nel 1754 modificando parzialmente le preesistenti strutture medioevali.
All'estremità est di questo palazzo si trovava un’alta torre che, distrutta all'epoca dell'incendio della città per opera del Barbarossa, fu probabilmente ricostruita un secolo dopo, quando cominciarono le lotte fra le più potenti famiglie cittadine. Ma torre e palazzo nel corso dei secoli subirono trasformazioni tali che dell’antichissima costruzione non si conserva più alcuna traccia. Il progetto di ristrutturazione, grazie al quale il palazzo assunse l'aspetto maestoso, severo ed elegante che conserva ancora oggi, è comunemente attribuito in mancanza di documentazione, per ragioni stilistiche all’architetto Benedetto Alfieri. Di questo principesco palazzo non si hanno purtroppo altre notizie all'infuori di quella che nel XVIII secolo apparteneva alla famiglia dei conti Gabuti di Bestagno, dalla quale passò alla famiglia Gravier circa nel 1830 ed a un certo signor Barucco nel 1851, da cui qualche mese dopo venne acquistato da Jacopo Sanson Ottolenghi.
Nel viaggio di ritorno da Torino a Roma, il palazzo fu dimora papale per il pontefice Pio VII nel suo passaggio in Asti il 19 maggio 1815.
Le preesistenti strutture erano formate da due unità abitative distinte: un nucleo a L nella parte occidentale, costituito da un braccio pressoché parallelo a Corso Alfieri, connesso ad angolo con il corpo corrispondente alla manica interna che divide attualmente le due corti del palazzo (costituisce il lato est del cortile più grande che ha l'accesso da Corso Alfieri), tale primo nucleo di proprietà dei Gabuti di Bestagno; un altro corpo di fabbrica semplice, anch'esso parallelo a Corso Alfieri, con la testata su Via San Michele (ora Via San Martino), di proprietà della famiglia Ramelli di Celle.
La proprietà orientale appartenente ai Ramelli venne acquistata dai Gabuti nel 1753; nell'aprile dell'anno successivo il conte Gabuti affrontava la radicale ristrutturazione dell'edificio per far fronte alle mutate esigenze della famiglia e della vita sociale. In un inventario del 1767 troviamo la presenza di un teatro all'interno del palazzo, già menzionato in documenti del 1736, composto da una sorta di ridotto e dalla sala per gli spettacoli con due ordini di palchi in legno e un complesso apparato scenico. La struttura era aperta al pubblico probabilmente all'interno della corte di Palazzo Ramelli, e non aveva accesso su Corso Alfieri (venne abbattuto per volere testamentario del conte Antonio Gabuti, nonostante il tentativo di conservarlo dell'erede Brunone nel 1775).
L'edificio rappresenta un aggiornamento rispetto alle prime architetture del progettista Benedetto Alfieri (1700-1767), poiché qui si è perso il classicismo di stampo seicentesco ancora presente nell'ideazione alessandrina di Palazzo Ghilini, per accogliere modi rococò e particolari decorativi più festosi, particolarmente evidenti nei capitelli.
L'atrio con forma a T e volte a vela impostate su archi ribassati, conduce ai due scaloni; quello d'onore, a destra, ha la canonica forma alfieriana, anche se le sue dimensioni sono ridotte rispetto ad altri progetti; il salone da ballo, al primo piano, secondo l'inventario del 1767, costituiva l'elemento di distribuzione di tre distinte ali abitative.
Al piano terreno si trovavano gli ambienti di servizio, come la cucina e la dispensa o le stanze degli amministratori; una camera ai piedi dello scalone conteneva poi i libri e le stoffe della famiglia.
Alla famiglia Ottolenghi è tradizionalmente collegata la completa trasformazione della veste interna degli appartamenti nobili, che persero in tal modo ogni traccia dell'originario arredo.
L'arredamento di questi appartamenti è in stile Secondo Impero; l'intervento di riarredo patrocinato dal conte Zaccaria Ottolenghi, poco dopo il 1851, si valse di artigiani piemontesi e lombardi, ma su precise indicazioni di gusto dettate dalla moda francese.
Da notare, accanto ai soffitti dovuti in parte all'Astigiano Giovanni Bagnasco, alle sovrapporte di Francesco Gonin (1808-1889), le monumentali ed esuberanti specchiere del Parvis e lo scenografico lampadario in bronzo dorato della ditta Pandiani di Milano (fornitrice della Real Casa).
Ancora settecentesche sono le sovrapporte site nei tre locali limitanti a oriente l'infilata (paesaggi e marine) e nella seconda sala a ponente tre pannelli con soggetti mitologici, già attribuiti a Vittorio Amedeo Cignaroli.
Se le prime sono da ritenersi prodotto di pittore locale sulla traccia degli esempi più noti del generismo della prima metà del XVIII secolo, le seconde rivelano una conduzione di qualità più elevata, da riferire senz’altro alla cerchia di Claudio Francesco Beaumont (1694-1766).
Alle pareti vi sono numerosi dipinti: nel salone spicca il grande quadro raffigurante Susanna scagionata da Daniele del pittore Giovanni Busi, detto il Cariani, di origine bergamasca (nato circa nel 1485, morto dopo il 1547), Veneziano di adozione; sul lato opposto è la Famiglia di Niobe del Genovese Nicolò Barabino attivo nella seconda metà dell'Ottocento. Nella sala detta “dei matrimoni” (poiché qui si celebrano quelli civili) vanno segnalati una Sacra Famiglia del XVI secolo di scuola emiliana e una bella tela di Francesco Cairo (1607-1665) con Gesù nell’orto. Dal 1932 il palazzo è di proprietà del Comune di Asti ed è sede di parte dei suoi uffici. Il salone al piano nobile ospita spesso manifestazioni culturali.
Prima di cliccare sull'anteprima immagine per l'ingrandimento attendere il caricamento completo dell'album