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n Piazza San Secondo, a lato della chiesa del Santo, verso nord, sorge l'attuale palazzo comunale donato alla città di Asti dal duca di Savoia Emanuele Filiberto nel 1558.
Le indicazioni sulla primitiva sede comunale sono sempre state molto discordi fra loro, secondo Nicola Gabiani il primo palazzo del comune va ricercato verso la Cattedrale e non verso la piazza del Santo.
Probabilmente, verso la metà del XII secolo il Comune ottenne in uso una parte del chiostro canonicale della Collegiata, cioè il sedime situato fra il campanile, la chiesa e la piazza. Su quest’area il Comune realizzò la sua prima residenza: quella "domus comunis" citata a partire dal 1188.
Forse, la casa del Comune detta anche "domus consulum" almeno fino all'età podestarile, o "curia comunis" era dotata di un porticato coperto sotto il quale si amministrava la giustizia.
A partire dal 1197 incomincia, invece, ad essere nominata la "domus nova curie comunis".
Non è possibile sapere se l'aggettivo "nova" stesse ad indicare un edificio appena costruito oppure destinato ad un nuovo uso.
Tenendo in considerazione il fatto che proprio in questi anni, esattamente nel 1190, la città di Asti passò dal regime consolare a quello podestarile è possibile avanzare due soluzioni: che la "domus nova curie comunis" sia stata costruita ex novo, forse, per accogliere il podestà forestiero e la sua numerosa corte, oppure che il sito su cui già sorgeva sia stato ampliato per adattarlo appunto alle nuove esigenze.
Solo verso la metà del XIII secolo, nel 1254, si ha notizia di un "palacium novum comunis".
Tuttavia, la giustizia, ancora nel 1268, continuava ad essere amministrata in "canonica de sancto ubi ius redditur" e "sotto le volte del Santo", presso il banco "ubi ius redditur".
A metà del XIII secolo l'area comunale aveva già occupato presso il "Santo" l'estensione che tutt’oggi mantiene, nonostante le numerose trasformazioni architettoniche subite nel corso dei secoli.
Nel 1721 le strutture medievali dell'edificio comunale furono radicalmente modificate dall'intervento dell’architetto Benedetto Alfieri all’epoca consigliere comunale, poi Sindaco di Asti. Oltre ai locali di rappresentanza e per il disbrigo degli atti amministrativi nello stesso palazzo furono realizzati spazi da affittare ai negozianti, mentre l'attigua area verso la canonica di San Secondo era ancora riservata al mercato del bestiame, sotto la tettoia detta "Alla" o "Ala".
L'edificio alfieriano rappresenta una delle prime prove di architettura del giovane progettista: il linguaggio usato nella facciata, caratterizzata da tre ordini di aperture in cui il blocco centrale assume assoluta prevalenza e gli elementi decorativi netto rilievo, è stato avvicinato a esempi nordici, austriaci e bavaresi, costituendo un unicum nella produzione alfieriana. Altri particolari, invece, come i timpani delle finestre con la loro chiave di volta a mensola provvista di gocciolatoio, le voltine degli stipiti delle porte, le mensole dei cornicioni, potranno essere riconosciuti anche nelle successive architetture alfieriane in Asti e rimarranno una costante del linguaggio del Nostro anche in contesti più sontuosi.
Lo scalone d'onore, con le quattro rampe, precisa l'organizzazione plano-volumetrica dell'edificio sulla sequenza atrio-scalone-salone, tema con cui l'Alfieri si confronterà in numerose altre occasioni, pervenendo a soluzioni innovative di grande qualità ed interesse. Lo scalone venne concluso nel 1741, mentre la decorazione è opera di Ottavio Baussano (1898-1970): i quattro medaglioni inseriti fra le riquadrature del soffitto raffigurano l'architetto Benedetto Alfieri, il commediografo Giangiorgio Alione (1460 ca.-1525 ca.), l'ebanista Giuseppe Maria Bonzanigo (1745-1820) e l'ingegnere matematico Alberto Castigliano (1847-1884), personaggi illustri della città. All'interno, nel salone dei ricevimenti il soffino è affrescato da Paolo Arri (astigiano, 1868-1939), autore anche di pregevoli ritratti fra cui quello di Angelo Brofferio e Vincenzo Gioberti (sala Commissioni). Altri dipinti di rilievo: Assuero ed Ester, olio su tela, attribuito a Pascale Oddone, pittore e scultore di Trinità (Cuneo) operante tra il 1523 ed il 1546; Mosè fa scaturire l'acqua dalla rupe, olio di Gioacchino Assereto (Genova, 1600-1649); il ritratto di Niccola Gabiani (storico astigiano che operò tra la fine del secolo scorso ed i primi anni del Novecento per la tutela del patrimonio architettonico cittadino), dipinto da Anacleto Laretto (1878-1950).
Alle pareti dello scalone tre affreschi: una riproduzione della carta di Asti tratta dal “Theatrum Statuum Sabaudiae” del 1682; la pianta della città nel 1929; Asti come appare in un ex-voto datato 1677 conservato nell'Arciconfraternita della SS. Trinità raffigurante il percorso del Palio dalla zona Pilone all'angolo di Palazzo Mazzetti. Nell'atrio d'ingresso si conserva la pietra di paragone per le misure lineari, dei mattoni e dei coppi, in uso sul mercato astigiano fino al tardo Medioevo.


Pietra di paragone

i trova nell’atrio di Palazzo Civico, fissata verticalmente sopra un pilastro. Un tempo stava, orizzontale, in Piazza del Mercato.
Osservando la pietra, si può notare che sotto lo stemma comunale vi è il buco dove venivano introdotti i mattoni fabbricati nelle fornaci locali dopo essere stati prelevati “a campione” dai verificatori comunali. Il mattone doveva corrispondere alle misure standard, cioè cm 14x30. Accanto a questo buco è incisa l’abbreviazione MO (“mon”) cioè mattone. Sono poi incise tre misure di lunghezza:

In tale caso le lettre che vi sono incise sono da leggersi PA per la seconda misura (= passo) e T 3° (= terzo di trabucco) per la terza. Poi figura chiaramente il COP, il “coppo”, in cui, come per il “mon” si verificava la corrispondenza dei coppi (tegole) alle misure di cm 48 di lunghezza, cm 25,5 di larghezza in cima e cm 13,5 in fondo.

Pietra di paragone
Pietra di paragone
 

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