ituato in Via Mazzini, è sicuramente uno dei palazzi astigiani più notevoli e nello stesso tempo più bisognosi di interventi di restauro. Si tratta di un edificio gotico “rimodernato” secondo lo stile rinascimentale nel primo decennio del ‘500, e doveva essere in origine il più sontuoso ed accogliente palazzo della città.
Il magnifico portale in pietra, anche se molto mal ridotto, mostra le "rimodernature" effettuate dai Malabayla d'Antignano e di Canale, nello stile rinascimentale. Tra gli altri elementi decorativi, spiccano le eleganti candelabre scolpite sugli stipiti in arenaria del portale, (che ricordano quelle del palazzo Falletti), ai lati del quale, superiormente, campeggiano due stemmi in pietra della famiglia. Il rilievo dello stemma si ripete poi sui capitelli delle lesene in facciata. Da sottolineare, sempre nel prospetto, i motivi a conchiglia e teste femminili che adornano la cima delle finestre al primo piano. Il cortile interno era in origine contornato da un portico, che venne successivamente chiuso per ricavare vani per botteghe e alloggi. Attraverso alcune sbrecciature del muro sono ancora visibili le tracce del colonnato incorporato. Verso la metà del secolo scorso, al di sopra della porta di questo palazzo si vedevano ancora scolpiti in pietra i tre gigli, che, come è noto, formavano lo stemma dei re di Francia.
Il palazzo un tempo ospitò personaggi illustri. Alessandro Malabayla, consigliere e ciambellano del re di Francia Luigi XII, fu da questo sovrano nominato governatore di Alessandria. Egli ebbe l'onore di ospitare in questo palazzo Luigi XII, quando nel 1509 questi venne da Milano ad Asti portando con sé in segno di vittoria il leone marmoreo che egli aveva tolto ai Cremaschi. Sembra che questo palazzo sia appartenuto agli Orléans durante il periodo della loro dominazione in Asti. Secondo quanto scrive il cronista abate Stefano Incisa rifacendosi ad una testimonianza dell'Alione, un altro sovrano transalpino, Francesco I, di passaggio ad Asti dopo la battaglia di Marignano (1515) fu ospitato nel palazzo.
Nella seconda metà del XVIII secolo, il palazzo divenne il quartiere di una compagnia di soldati di Casa Savoia.
Nel 1782, il palazzo fu venduto dal conte Malabayla di Canale.

el 1509, dopo la grande vittoria riportata ad Agnadello dall’esercito francese sulle armate veneziane, giunse nella città di Asti “ le merzoq, c’est a dire le lyon que roy Loys fist amener de Cremonne a l’ostel de mons’r le maistre Malebaile en Ast”. Grazie al componimento poetico di Gian Giorgio Alione, la tradizione locale non ha mai dimenticato l’episodio relativo al prestigioso trofeo di guerra, ma non si è preoccupata di saperne qualcosa in più, limitandosi a citarne l’arrivo, e a descriverlo di volta in volta come “leone marmoreo” o “bronzeo”. Cominciamo col dire che il “marzocco” non arrivava da Cremona, bensì da Crema. Al numero civico 25 della piazza del Duomo della città lombarda fa bella mostra di se un grande leone di San Marco scolpito in altorilievo su una lastra marmorea, e accompagnato dalla seguente epigrafe “CONDOTTO DAI GALLI AD ASTI, DIMENTICATO/ GIACQUI/ ORA RIPRISTINATO IN PATRIA/ NOBILMENTE RIMANGO/ COSTRUITO PER OPERA (del Doge) PRIULI / 1558”. Il testo latino dell’iscrizione usa la parola “RESTITUS”, e si potrebbe dunque pensare che in qualche modo il Leone fu riconsegnato ai cremaschi e ricollocato nella sua posizione originaria. In realtà la scultura presenta innegabili caratteri stilistici di metà Cinquecento, al punto da dover pensare che essa non fu “restituita”, ma “ripristinata”, rifatta e ricollocata a cura del Doge Priuli in sostituzione di quella asportata dal re di Francia e finita presso la città di Asti. Ma quest’ultima, che fine può aver fatto? Molto probabilmente, il “marzocco” è stato trasferito a Castellazzo Bormida, dove oggi campeggia nell’abside barocca della parrocchiale di Santa Maria della Corte. Si tratta di un’opera magnifica, molto più bella del suo “sostituto” cinquecentesco oggi a Crema. Di grandi dimensioni, vigorosamente scolpito ad altorilievo secondo gli stilemi tipici della metà del Quattrocento, è databile a poco dopo l’inizio della dominazione veneziana su Crema, cominciata nel 1449. Il paese alessandrino che oggi lo custodisce lo ha ammantato di un alone leggendario: secondo i castellazzesi fu donato dalla Serenissima alla loro comunità come ringraziamento per la vendita di un ingente quantitativo di grano durante un periodo di carestia. Una motivazione del genere è del tutto inverosimile, pur essendo l’unica ad avere valore ufficiale visto il pervicace silenzio delle fonti scritte. Si deve alla gentilezza di Cristoforo Moretti, cultore e studioso della storia e delle tradizioni castellazzesi, qualche informazione più attendibile. Il Leone di San Marco fu collocato nella chiesa di Santa Maria della Corte solo nel 1938. In quell’anno l’allora parroco, venutone in possesso, pensò di murarlo sulla facciata esterna della Canonica. La Sovrintendenza ai Monumenti vietò la realizzazione di un simile progetto, che avrebbe potuto compromettere la conservazione dell’importante scultura, ed impose di ospitarla all’interno della parrocchiale, nella nicchia appositamente costruita dove si trova tutt’ora. Prima del definitivo trasferimento il Leone era ospitato in una casa patrizia ancora oggi esistente sulla piazza della chiesa: quella dei Pellati, antica famiglia nobile di Castellazzo ed insigne patrona di altari e cappelle all’interno dell’edificio sacro. Proprio i Pellati costituiscono probabilmente “l’anello mancante” nella storia del Marzocco: alcune linee della famiglia risedettero infatti in Asti tra XVI e XVII secolo. E’ quindi plausibile che un suo esponente riuscì ad ottenere il Leone custodito nel Palazzo Malabayla, inviandolo a Castellazzo in vista di un futuro utilizzo come prestigioso elemento decorativo per una cappella della stirpe. Ignoriamo in che modo il Pellati poté acquisire la scultura, ma si può immaginare che ciò avvenne tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo, prima cioè che il mondo dell’erudizione locale prendesse ad interessarsi sistematicamente del patrimonio epigrafico e monumentale cittadino. Del resto sappiamo che già dagli inizi del Settecento il Palazzo dei Malabayla versava in condizioni di forte degrado, ed era ormai destinato a caserma per alcuni dei molti contingenti militari presenti in Città. Ricapitolando brevemente, quindi, nel 1509 Luigi XII re di Francia e signore di Asti fa asportare il leone di San Marco già esistente sulla piazza principale di Crema, ed attestante il dominio della Serenissima sulla città lombarda. Il leone viene condotto ad Asti con grande solennità, e donato a Gerolamo Malabayla, nipote di Alessandro gran favorito del re, che lo fa collocare nel proprio palazzo. Nel 1558 il doge veneziano Lorenzo Priuli fa ricollocare un nuovo leone sulla piazza di Crema, ed un’epigrafe ricorda la disavventura del precedente. Tra Seicento e Settecento, molto probabilmente, un’esponente della famiglia Pellati di Castellazzo Bormida, residente nella città di Asti, viene in possesso del Marzocco e lo fa trasportare al paese d’origine della sua stirpe. Rimasto a lungo in una casa dei suoi consanguinei, nel 1938 viene definitivamente ospitato nell’abside della chiesa di Santa Maria della Corte.


Il Leone di San Marco nella chiesa di Santa Maria della Corte a Castellazzo Bormida
 

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Palazzo Malabayla