|
|
|
|
|
|
a città di Asti è antichissima ed importante da millenni, anche grazie alla sua posizione geografica che la pone al centro dell'ampia valle del fiume Tanaro. Asti e il suo territorio furono scelti già nel Neolitico come siti abitativi dalle popolazioni preistoriche fra le quali risultano quasi certamente genti di ceppo ligure, come ad esempio la tribù degli Statielli, dalle quali si fa risalire il toponimo di "Aste o Ast". Nella radice ligure Ast significa "collina", "altura", mentre nella radice celtico-germanica "ovile", "recinto per le pecore". Verosimilmente il primo insediamento era ubicato sull'altura dove ancora sorge la fascia più alta della città attuale, in una zona compresa tra Castel Vecchio (boschetto dei Partigiani) e Via Varrone. Nel 174 a.C. i Romani sbaragliarono gli Statielli in una sanguinosa battaglia presso Caristo d'Acqui. Successivamente nel 125 a.C. i Romani, guidati dal console Marco Fulvio Flacco, occuparono questa zona e collocarono il loro accampamento accanto al villaggio che si chiamava Ast. Di seguito, per la sua posizione geografica, l'accampamento romano divenne stabile e fortificato (castra) e doveva servire come base strategica per il controllo delle vie di comunicazione con i passi alpini ed appenninici. Le antiche piste dei Liguri furono trasformate in strade consolari adatte al pesante e continuo traffico militare dell'esercito romano. Come per altri centri dell'epoca, l'insediamento militare funzionò come polo d'attrazione per altre attività estrattive, produttive, commerciali. Nell'89 a.C. Asti fu dichiarata colonia romana, e nel 49 a.C. municipium facente parte della IX Regio dell'Italia Augustea, assumendo così piena cittadinanza romana. Nella geografia romana la città di Asti prese il nome di Hasta che significa "lancia", essi diedero un suono latino al più antico nome ligure di Ast. Rispetto all'antico insediamento ligure, la città romana di Asti si sviluppò più a valle attraversata, da est ad ovest, dall'antica Via Fulvia una delle quattro maggiori strade di comunicazione del Piemonte (l'attuale Corso Vittorio Alfieri, ancor oggi arteria principale della città). La città romana di Hasta divenne subito potente, come testimoniano i numerosi reperti archeologici, in buona parte radunati nel Museo Civico della città, tratti dai resti di edifici pubblici importanti e da due necropoli, che risultano esterne rispetto al nucleo abitato romano (Piazza N.S. di Lourdes e Corso Casale); proprio il ritrovamento di queste due necropoli parrebbe confermare che, in età augustea, Hasta fosse fortificata da una cinta di mura, di cui non si conserva alcuna traccia se non in alcuni scritti latini. L'esempio architettonico più rilevante e fra i meglio conservati dell'epoca romana è la "Torre Rossa", risalente al I secolo d.C. Si presume che fosse una delle due torri di una antica porta romana aprentesi ad occidente sulla Via Fulvia, e facente parte della cinta muraria, la stessa che nel 402 d.C. sbarrò il passo ai Visigoti. Il principale motivo per cui Hasta divenne molto importante fu essenzialmente perché era nodo stradale obbligato per il traffico tra la costa ligure e le Alpi. Fra le numerose vie che disegnavano il territorio, la principale era la Via Fulvia, che congiungeva Derthona (Tortona) a Augusta Taurinorum (Torino), attraverso Forum Fulvii (Villa del Foro) e Hasta. Dalla città di Hasta (Asti), la Via Fulvia si diramava verso quattro direttrici stradali di una certa importanza strategica: per Vardecate (Casale Monferrato) verso Vercelli, il San Gottardo e la Svizzera; per Pollentia (Pollenzo) verso le valli cuneesi; per Carreum Potentia (Chieri) verso Susa, il Monginevro e il Moncenisio; per Industria (Casalborgone) verso Ivrea e il Gran San Bernardo. Con il tramonto dell'Impero Romano il territorio di Hasta viene invaso dai Visigoti e da altre popolazioni barbare. Nel 476 d.C., dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, il passaggio frequente di eserciti barbarici e le devastazioni da essi compiute, ridussero Hasta in tristissime condizioni economiche, ma, calati in Italia i Longobardi (VI secolo), la città venne nuovamente scelta per la sua importante posizione geografica a sede di uno dei 36 Ducati (569 d.C.) e riprese lentamente a vivere. Il Ducato aveva giurisdizione su un territorio molto vasto, si estendeva fino ad Albenga (in Liguria) e alle Alpi Marittime ed era uno dei quattro Ducati piemontesi, con Torino, Ivrea e Bulgaria nel Novarese. Il suo ruolo primario fu mantenuto anche quando, sconfitti i Longobardi da Carlo Magno, passò sotto il dominio franco, trasformandosi in contea (774 d.C.). Scarse sono tuttavia le notizie locali sul periodo di dominazione franca. Verso la fine del IX secolo incomincia la decadenza dell'amministrazione regia, e prende consistenza politica l'organismo ecclesiastico locale che progressivamente fa suoi i beni pubblici, traendo profitto dal manifesto desiderio dei sovrani carolingi di avere dalla loro la potenza episcopale. Nell'887 d.C., Carlo il Grosso prese la Chiesa di Asti sotto la sua protezione, e al principio del X secolo d.C. il vescovo Eilulfo ebbe in dono, da Ludovico III di Borgogna, vastissime terre nel Piemonte meridionale, sulle quali incominciavano ad abbattersi le scorrerie dei Saraceni, che devastarono le campagne, incendiarono villaggi e monasteri e minacciarono le stesse Città di Asti. Nell'opera di difesa furono impegnati la famiglia feudale degli Ascarici e i grandi vescovi dell'epoca, soprattutto Audace (904-926 d.C.) e Bruningo (937-966 d.C.). Ne risultò il sopravvento episcopale anche in campo politico. Arcicancelliere di parecchi sovrani, Bruningo ebbe in dono il Castel Vecchio (di cui ancora oggi, dopo essere stato abbattuto in età napoleonica, sono visibili i ruderi dei bastioni all'interno del boschetto dei Partigiani), centro delle difese cittadine, e vi trasferì la residenza episcopale (il castello rimase sede vescovile fino al 1409 e venne chiamato anche "Castrum Episcopi"). Egli si vide attribuire tutte le pubbliche funzioni su Asti e sul suo immediato territorio, e riunì nelle sue mani il potere ecclesiastico e quello laico.
Ulteriori progressi, nel campo dell'amministrazione civile, fecero i vescovi Rozone e Pietro I, mentre, in seguito alla creazione di nuovi confini, verso la metà del secolo X d.C., su parecchi castelli e terre, a nord e a sud della città si estendeva l'autorità del marchese Aleramo e dei suoi discendenti. Anche per tutta la prima metà del secolo XI i vescovi furono i grandi protagonisti della storia astigiana, dal battagliero Alrico (1008-1036), a Pietro II, cui l'imperatore Enrico III, nel 1041, riconobbe vastissimi possessi e prerogative nobiliari. Nella seconda metà del secolo, Asti fu ripetutamente data alle fiamme dalla celebre contessa Adelaide di Susa, che voleva far sua la città e asservirne la Chiesa, traendo profitto dallo stato di disagio in cui essa versava per il diffondersi di interni contrasti e per la corruzione dei costumi dei suoi maggiori esponenti. Alle mire ambiziose della contessa si oppose energicamente il vescovo Ottone. Per esperienza acquisita con la partecipazione al governo vescovile, e aspirando ormai a forme di vita più libere, le forze cittadine si erano lentamente organizzate. Il primo documento ufficiale che fa menzione di consoli e di comune, è l'atto di donazione con cui il vescovo Ottone trasferì ai Consoli della Città di Asti la sua proprietà del castello di Annone, datato, 28 marzo 1095 (atto incluso nel manoscritto del "Codex Astensis", importante raccolta di documenti del XI-XIV secolo, conservato presso l'Archivio Storico del Comune). Per la storia di Asti fu l'inizio di una nuova epoca, senza dubbio la più interessante e gloriosa della città. Asti fu tra i primi liberi comuni italiani (Milano - 1097, Genova - 1098, Pavia - 1105, Vercelli - 1141) e nel 1140 ebbe dall'imperatore Corrado III il privilegio di battere moneta. Il Medioevo, fu un periodo di grande sviluppo per Asti, che la portò ad essere, fino al XIII secolo, il più importante centro del Piemonte e fra i più importanti d'Italia e d'Europa grazie anche al fiorire delle attività economiche ed all'intraprendenza dei suoi banchieri, che si spostavano e gestivano affari in tutta Europa.
I Comuni, nei confronti dell'impero, assunsero un atteggiamento di accondiscendenza, smentita dal comportamento effettivo. In pratica il Comune tendeva al raggiungimento di una più completa autonomia dal potere centrale, soprattutto poter esigere dazi, tasse e tributi al posto del potere imperiale ed essere esentato dal pagamento delle imposte.
I rapporti del Comune di Asti con i vescovi furono generalmente buoni.
I contrasti emergevano unicamente dai continui sconfinamenti da parte degli Astigiani nelle proprietà vescovili, dalla abusiva occupazione di terre, castelli, zone strategiche.
In genere le cose andavano a posto con la minaccia della scomunica da parte del vescovo contro il podestà e i consoli, l'atto di pentimento da parte di questi, e la restituzione dei beni o il pagamento di un indennizzo. Più frequente la seconda soluzione, per cui al Comune restavano le proprietà che erano state occupate, al vescovo ne restava l'uso in determinate circostanze, o viceversa.
Il Comune di Asti, saldamente costituito e completamente autonomo, mosse alla conquista non solo di alcuni possedimenti del vescovo, ma rivendicò diritti anche su altri possedimenti, molti dei quali dipendevano da potenti famiglie feudali; a nord di Asti si estendeva il dominio dei marchesi di Monferrato, a nord-ovest avevano giurisdizione i conti di Biandrate, a sud, oltre il corso del Tanaro, erano le terre dipendenti dai marchesi di Incisa e dai conti di Loreto, poi quelle dei marchesi di Ceva, di Busca e Del Carretto, tutti derivazione degli Aleramici. Il Comune di Asti, ricco di energie vitali, costituì ben presto una fonte di gravi preoccupazioni per la maggior parte di questi signori, che, infatti, tentarono di arrestarne l'ascesa.
Nel 1154, approfittando della discesa di Federico I di Svevia (detto "Barbarossa") in Italia, al fine di ristabilire l'autorità imperiale messa in crisi dai Comuni italiani, il vescovo di Asti Anselmo ed il marchese di Monferrato si recarono a Roncaglia per chiedere la punizione della città. Nel febbraio 1155, Federico Barbarossa si presentò con il suo potente esercito sotto le mura di Asti, dopo un breve assedio la città venne espugnata e messa a fuoco.
La città fu trovata da Federico Barbarossa, pressoché deserta, gli Astigiani riuscirono ad evacuare per tempo la città, rifugiandosi al castello d'Annone, ben fortificato. L'imperatore ristabilì il potere dei nobili e del vescovo (il Comune di Asti per un periodo viene gestito da uomini di fiducia dell'imperatore, e naturalmente si schiera contro i Comuni della Lega Lombarda).
Federico I prese poi il Comune sotto la sua protezione e gli riconobbe il possesso di un gran numero di villaggi e di castelli (1159).
Per opporsi all'imperatore, ed ai suoi tradizionali avversari, i marchesi di Monferrato e i conti di Biandrate, Asti aderì alla Lega Lombarda (1168), ma venne nuovamente sconfitta dal Barbarossa nel 1174. Tuttavia, dopo una lunga lotta, durata 22 anni, la Lega Lombarda a Legnano costrinse Federico Barbarossa a cercare la pace (pace di Costanza, 1183), che riconobbe ampie libertà comunali.
Asti torna nelle mani dei cittadini, e qui prende l'avvio il periodo di massimo splendore del Comune. Tra il 1191 e il 1206 gli Astigiani combatterono ancora con successo contro il marchesato monferrino, favorirono il sorgere della città di Cuneo (1198), e gettarono le basi della loro supremazia sulle terre consorziate di Acquasana, la regione che abbracciava la vallata del Belbo, da Calosso ad Incisa. Se l'espansione astigiana era ostacolata, a nord e ad est, dal Monferrato e da Alessandria, trovava un terreno più favorevole a sud e a ovest, dove specialmente puntava per tenere aperte le vie di comunicazione con i porti della Liguria, nei quali i mercanti potevano acquistare prodotti di ogni genere, che recavano poi in patria ed oltralpe. Le esigenze commerciali ispirarono, per molti anni, la politica del Comune, che acquistò molte terre delle Langhe dai Del Carretto, fece guerra ad Alba e ad Alessandria per il controllo della valle del Belbo, a Tommaso I di Savoia e a Manfredi III di Saluzzo per il libero accesso alla Valle di Susa, nel 1230 la città subì l'assalto dei Milanesi.
Quando Federico II di Svevia cominciò a manifestare un più spiccato interesse per gli avvenimenti subalpini, Asti, di parte imperiale, dovette sostenere una lunga serie di azioni belliche contro le città guelfe, ma le condusse senza eccessivo entusiasmo, e le sue milizie vennero battute da quelle Alessandrine a Quattordio e a Calamandrana. L'aiuto di Genova permise agli Astigiani di riprendersi prontamente. Si combatte un po' ovunque, con frequenti tentativi di comporre le vertenze, con mutevoli raggruppamenti di forze e con alterna fortuna, mirando i belligeranti più al loro interesse particolare che non a quello della parte alla quale aderivano. Morto Federico II, Asti iniziò una lotta veramente drammatica contro Tommaso II di Savoia e i suoi alleati subalpini. Mentre i Chieresi venivano ripetutamente sconfitti, il Savoia, nettamente battuto a Montebruno il 23 novembre 1255, fu catturato dai Torinesi insorti, che lo tennero come ostaggio; patti durissimi furono imposti da Asti agli sconfitti.
L'arresto dei mercanti astigiani residenti in altre città, e specialmente in Francia, e il sequestro dei loro beni non costituiscono soltanto un'azione di rappresaglia e protesta da parte dei fautori di Tommaso II, frattanto tradotto prigioniero ad Asti; sono atti che indicano soprattutto la viva preoccupazione suscitata dal delinearsi di una pesante egemonia territoriale ed economica del già forte Comune, che, con la vittoria sul Savoia, estendeva il proprio dominio a Moncalieri, Cavoretto, Montosolo, Carignano e Cavour. L'espansione di Asti sembrava irrefrenabile: alla conquista di Alba si accompagnava l'affermazione di una gravosa tutela su Chieri e Torino. Dall'altra parte la morte di Tommaso II di Savoia, avvenuta poco dopo il suo rilascio nel 1259, faceva sperare agli Astigiani di poter godere in pace i frutti dei loro successi militari e politici. Ma proprio allora si profilò sulle terre subalpine la minaccia gravissima delle mire espansionistiche di Carlo d'Angiò.
Asti assunse immediatamente un atteggiamento ostile verso l'Angioino, ed ebbe principio una guerriglia snervante (1260), spesso interrotta da tregue, affiancata da un sottile lavorio diplomatico. Anche la Chiesa di Asti dovette correre ai ripari per difendere i diritti che ancora vantava nel territorio di Mondovì, mentre in città, forse per intrighi angioini, scoppiavano i primi conflitti, fortunatamente presto sedati, tra le opposte fazioni dei guelfi e dei ghibellini (1261).
Di fronte al dilagare della potenza di Carlo d'Angiò, al quale molte città avevano fatto atto di dedizione, Asti, nel 1273, strinse alleanza con Pavia, Genova e il marchese Guglielmo VII di Monferrato. Nel 1274 le milizie astigiane, spintesi a Cossano, vennero duramente battute, e la guerra fu da allora condotta con violenza crescente. Più volte gli Astigiani devastarono le terre dell'Albese, colpirono, senza pietà, i feudatari che si erano ribellati, occuparono Saluzzo, e portarono soccorso a Fossano. Il 10 dicembre 1275 all'imbocco della Valle Vermenagna, le milizie angioine furono sconfitte nettamente a Roccavione, soprattutto per merito di quelle Astigiane: il re Carlo dovette rinunciare al suo sogno di predominio in Piemonte.
Fu ancora Asti a determinare il crollo delle ambizioni di Guglielmo VII di Monferrato, che, tentò invano di occupare la Città di Asti. Gli Astigiani tramarono con il denaro il complotto verso Guglielmo VII, per cui gli Alessandrini catturarono il marchese monferrino (1290) e lo tennero poi prigioniero fino alla morte.
Il Comune aveva ormai raggiunto il culmine della sua potenza, coronata dalla dedizione dei conti di Biandrate (1290), dall'omaggio dei marchesi di Incisa, dalla pace imposta al Monferrato (1292) e dalle cessioni fatte dal marchese Giorgio II di Ceva (1295-1299). Ma breve ne fu la durata, poiché le lotte civili si riaccesero, violentissime, intorno al 1300, e privarono Asti della libertà nel volgere di pochi anni. Alla base della rivalità politica delle famiglie più in vista era la rivalità commerciale. I Solaro, attivissimi mercanti e banchieri in Italia e all'estero, possessori di molteplici castelli, capeggiavano i guelfi e contavano sull'appoggio dei Malabayla, dei Garretti, dei Troya, dei Falletti, dei Ricci, dei Damiani e su quello di parte dei Laiolo, dei De Regibus, degli Asinari, dei Pelletta, dei Roero. I Guttuari, gli Isnardi, i Turco, loro rivali, altrettanto ricchi e potenti, erano sostenuti dagli Alfieri, dagli Scarampi, dai Testa, dai Pallido, dai Catena, dai Gardini, dai Borgognino, dai Cacherano, dai Bunei e da molti dei Roero, dei Pelletta, degli Asinari, e dei De Regibus; essi costituirono un "hospitium", o consorzio, detto dei De Castello. Il popolo, nella divisione delle famiglie nobiliari più in vista, seppe mantenersi abbastanza unito, quasi terza parte, pur trovando più facili occasioni di intesa con i guelfi che non con i ghibellini.
Il 5 maggio 1303 i Solaro, sostenuti dal principe Filippo di Acaja, vennero cacciati da Asti dai loro avversari, aiutati dai marchesi di Monferrato e di Saluzzo. Mentre i vincitori commettevano violenze di ogni genere, i Solaro, rifugiatisi ad Alba, meditavano la riscossa. Il 3 maggio 1304, riusciti a penetrare in Asti, costrinsero i rivali ad allontanarsene e a cercare scampo nei castelli dei dintorni. In città si rinnovarono gli eccessi faziosi. D'ambo le parti vennero condotte continue azioni di guerra, anche se non mancarono i tentativi di riconciliazione delle parti avverse; anche l'imperatore Enrico VII tentò di placare gli animi. Si ebbero riammissioni in patria dei fuoriusciti, e poi ancora espulsioni. Infine, il 17 aprile 1312, i Solaro procurarono la dedizione di Asti a Roberto d'Angiò, il cui rappresentante in Piemonte, Ugo del Balzo, li aveva validamente aiutati in diverse occasioni. Il 4 marzo 1314 re Roberto assunse la signoria della Città di Asti, e la libera Repubblica Astese cessò di esistere.
Con la signoria angioina non si spensero le animosità faziose; esse anzi vennero rinfocolate da quanti aspiravano a un predominio su Asti o sul suo territorio, come il principe Filippo di Acaja e Marco Visconti, mentre gli Angioini abilmente si destreggiavano per conservare il loro prezioso possesso. A far le spese, in questo grande gioco di opposti interessi, furono le ville e i castelli dell'Astigiano che subirono assalti e distruzioni. La stessa città corse più volte il pericolo d'essere trasformata in campo di battaglia. Grandissima importanza ebbe in Asti, in quegli anni, la Società del popolo. Desiderosa di sostituirsi alla nobiltà comunale nel maneggio degli affari pubblici, essa contava su un'organizzazione veramente formidabile, a carattere democratico, e proteggeva energicamente i suoi componenti.
Nel 1339, gli esuli ghibellini, aiutati dal marchese Giovanni II di Monferrato, penetrarono di sorpresa in Asti e ne cacciarono i Solaro e i loro fautori. Fu allora riorganizzata l'antica Società dei militi, società nobiliare, che controllò la vita cittadina, e che nel 1342, per timore suscitato dalla crescente pressione offensiva dei Solaro, fece approvare la dedizione di Asti a Luchino Visconti. Questi fece costruire una cittadella e un secondo giro di mura (detta Recinto dei Borghigiani, di cui non rimane più alcuna traccia) al fine di proteggere i popolosi borghi di San Marco, San Martino, San Quirico, Santa Maria Nuova e San Pietro, sorti a ovest, a sud e a est della città (fuori dalla prima cinta di mura detta Recinto dei Nobili). Nel 1345, nella battaglia di Gamenario, il marchese Giovanni II di Monferrato e i ghibellini Astigiani sconfissero nettamente gli Angioini. Lo stesso marchese, nel 1356, tolse Asti a Galeazzo II Visconti e la tenne fino al 1372. Le contese civili passano ormai in secondo piano: la città era costretta a piegarsi al volere degli esponenti dei maggiori organismi politici. Il 27 marzo 1379, su proposta del podestà Luterio de' Rusconi, il consiglio generale riconobbe come signore di Asti Gian Galeazzo Visconti, il quale volle che gli Statuti locali fossero riformati. Undici legislatori si accinsero all'opera e la condussero a termine nell'arco di due anni. La raccolta dei nuovi Statuti è conservata ancora nell'Archivio Storico Comunale, e costituisce il "Codice Catenato". Quando Valentina Visconti, figlia di Gian Galeazzo, fu promessa sposa a Luigi di Valois, fratello del re di Francia, Asti, con il suo contado, le venne attribuita come dote. Nel 1387, il governatore Francesco di Chessenage ricevette il giuramento di fedeltà, a nome dei Valois, prima ancora delle nozze che furono celebrate nel 1389. Aveva così inizio il dominio straniero.
Luigi di Valois, duca d'Orléans, preso possesso di Asti, lasciò alla città una certa autonomia amministrativa e cercò di far rifiorire le industrie locali. La città conobbe sotto la dinastia orleanense un momento di netta ripresa economica. A Luigi d'Orléans si dovette la costruzione di un canale per deviare e portare l'acqua dal Borbore fino alla Contrada dei Filanti (attuale Via Brofferio), dove sorgevano le officine di filatura. Gli successe il figlio Carlo, durante la cui prigionia in Inghilterra, dopo la battaglia di Azincourt (1415), Asti, nel 1422, fu affidata alle cure di Filippo Maria Visconti, secondogenito maschio di Gian Galeazzo, che non lasciò gradita memoria di sé. Prima Amedeo VIII di Savoia, poi il marchese di Monferrato, tentarono di impadronirsi della signoria di Asti, le cui terre subirono parecchi assalti. Riacquistata la libertà, Carlo d'Orléans nominò governatore della città Rinaldo di Dresnay. Nel 1465, morto il duca Carlo, Asti passò a suo figlio Luigi, e sempre mostrò di gradire la signoria dei Francesi, i quali le concessero vari privilegi. Quando Carlo VIII discese in Italia, nel 1494, Asti gli tributò accoglienze fastose. Alla sua morte, il duca Luigi salì sul trono di Francia. Dopo la battaglia di Ravenna, la città passò, per breve tempo, a Guglielmo IX di Monferrato, poi, nella persona di Massimiliano, agli Sforza nuovi signori di Milano, appoggiati da Carlo V, re di Spagna, delle Due Sicilie e imperatore germanico, già in lotta con la Francia per il predominio della penisola italiana. Nel 1515 Asti ritornò alla Francia con Francesco I.
Asti si trovò ancora impegnata in vicende belliche, con continui passaggi dal dominio francese a quello spagnolo di Carlo V. Nel 1526 venne assediata, invano, da Fabrizio Maramaldo, al servizio dell'imperatore Carlo V, al tempo comandante del presidio di Alessandria. Con il trattato di Cambrai del 1529, il re di Francia, Francesco I, fu obbligato a rimettere Asti all'imperatore germanico. In possesso di Carlo V, la città fu concessa in feudo al conte di Lannony, vicerè di Napoli (1530); con la morte del conte, dopo pochi mesi la contea di Asti fu data in dono da Carlo V, alla cognata Beatrice di Portogallo (1531), moglie di Carlo III duca di Savoia. Incomincia il dominio sabaudo, e le condizioni economiche di Asti, esausta per le guerre continue, vanno peggiorando, anche se i Savoia cercano, con mezzi diversi, di rimettere in sesto le sue finanze. Alla morte di Beatrice di Portogallo, Asti passò a suo figlio, Emanuele Filiberto che la ereditò nel 1575. Egli concesse alla città diversi privilegi, regolò la corsa del Palio di Asti, di origine molto antica, e le due fiere del bestiame, e donò il palazzo in cui venne stabilita la sede del Comune.
Con Carlo Emanuele I, che pure cercò di far rifiorire la vita cittadina, Asti si trovò coinvolta nella guerra per la successione del Monferrato. Asti nel quadro della politica sabauda, assunse nel primo Seicento un ruolo prevalentemente strategico. Scoppiata la guerra nel 1614 Asti fu una delle principali basi nelle mani di Carlo Emanuele I per la condotta delle ostilità.
Assediata nel 1616 dalle truppe spagnole del governatore di Milano, il marchese Francesco Mendoza di Ynoysa, Asti fu difesa personalmente dal duca sabaudo, che si rinchiuse all'interno della città deciso a sostenervi l'assedio (l'attuale Strada del Fortino è ricordo della linea difensiva di fortini costruita per arrestare l'attacco degli Spagnoli).
Tra il 1630 e il 1631 la peste infierì tanto in città quanto nelle campagne e, quando il terribile flagello cessò, le condizioni di Asti erano talmente tristi che Vittorio Amedeo I cercò, con speciali provvidenze ed esenzioni fiscali, di porvi, sollecitamente un riparo. Purtroppo sopravvennero nuovi fatti d'arme, specialmente durante la guerra civile scoppiata in Piemonte per il disaccordo tra la reggente, duchessa Cristina, e i cognati, cardinale Maurizio e Principe Tomaso. La città venne occupata, nel 1639, dal principe Tomaso e dagli Spagnoli che vi si stabilirono. Nel 1643, composte le interne discordie, i Savoia si impadronirono di Asti, dopo averne cacciato il presidio spagnolo. L'anno seguente la città fu ancora teatro di operazioni militari e, nel 1650, si difese brillantemente da un attacco sferrato di sorpresa dagli Spagnoli. Per un cinquantennio la storia di Asti si riduce a una pietosa serie di suppliche per sgravio di tasse. Poi, durante la guerra di successione di Spagna, il 7 novembre 1703, il duca di Vendôme occupò la città senza alcun contrasto. Essa nel 1705, ritornò per breve tempo a casa Savoia, poi fu nuovamente sotto i Francesi, i quali vennero però scacciati da Vittorio Amedeo II.
Legato alla politica sabauda fu anche l'istituzione del ghetto ebraico (Regie Costituzioni del 1723 di Vittorio Amedeo II), che sotto delibera dell'Amministrazione Comunale (1724) fu fissato ad Asti nell'area attraversata da quella che prese il nome di contrada degli Israeliti (attuale Via Aliberti), dove già sorgeva la sinagoga.
Nel 1745, essendo in corso la guerra di successione d'Austria, i Francesi, guidati dal maresciallo De Chevert, penetrarono in Asti che oppose, invano, una resistenza notevole. L'anno seguente essa fu liberata dal barone di Leutrum, che obbligò il presidio francese a capitolare. La pace di Aquisgrana (1748)arrecò anche ad Asti un periodo di tranquillità. Nel 1784 il vescovo Caissotti fece cessione a Vittorio Amedeo III di tutti i feudi che erano rimasti alla mensa vescovile.
Un precursore del Risorgimento fu l'astigiano Giovanni Battista De Rolandis, giustiziato a Bologna con Luigi Zamboni per aver sognato il trionfo della libertà.
Nel 1797, stanchi del governo regio, stremati dalle operazioni militari e dall'acuirsi della crisi economica a causa dello scarso raccolto di grano, ma anche animata da quel sentimento di libertà che allora circolava in tutta Europa; una parte della popolazione astigiana nella notte tra il 27 e il 28 luglio, capeggiata dagli avvocati Secondo Arò, Felice Berutti e Gioachino Testa, dal medico Secondo Berutti, e dai padri Giacomo Bocchiardi, Arcangelo Testa (frati Certosini), e padre Deodato Daneo (frate Francescano), insorse contro il governo sabaudo, e proclamò la costituzione della Repubblica Astese. Ebbe però vita brevissima poiché immediata fu la reazione regia: la Repubblica fu soffocata dopo solo due giorni, i capi rivoluzionari vennero arrestati, processati e condannati a morte, il 2 agosto furono fucilati; i tre frati furono esiliati e colpiti da censure ecclesiastiche.
Con l'invasione delle truppe napoleoniche, Carlo Emanuele IV dovette abbandonare il Piemonte e rifugiarsi in Sardegna. Sul finire del 1798 il generale francese Montrichard occupò Asti, per ritirarsi subito dopo (1799), incalzate dagli eserciti austro-russi e al loro avvicinarsi gravi disordini si verificarono in città. Il comandante francese, il Flavigny, ordinò l'eccidio in massa di un centinaio di persone, arrestate più per caso che per colpe veramente commesse.
Con la vittoria di Marengo nel 1800, i francesi riottenevano il Piemonte, la Lombardia, e la Liguria: il 20 giugno 1800 una centuria d'avanguardia entrava in Asti, provocando, come già l'anno precedente, danni e soprusi. Memorabile fu infatti la freddezza con cui gli Astigiani accolsero Napoleone Bonaparte e Giuseppina, ospitati a Palazzo Mazzetti il 29 aprile 1805: troppo fresche erano le ferite inferte dalle truppe francesi! Come punizione il prefetto fu trasferito a Chiavari (Liguria), ed Asti da capoluogo del dipartimento fu degradata e aggregata ad Alessandria, dipartimento di Marengo.
Caduto Napoleone e finita la sua epopea, ripristinati i sovrani legittimi, nell'età della Restaurazione Asti ritornò sotto lo scettro dei Savoia (1814). Gli avvenimenti del 1821 non ebbero in Asti molto eco. Il vescovo Antonio Faà di Bruno, che aveva inneggiato alla libertà, fu poi costretto alla ritrattazione; l'avvocato Carlo Massa, per aver preso parte al movimento insurrezionale a Torino, dovette fuggire in Svizzera. La storia successiva è quella del Risorgimento, e del Piemonte nelle guerre per l'unità d'Italia, dove gli Astigiani diedero tutto il loro contributo di passione e di sangue; di cui si vuol ricordare la figura di Isacco Artom, nato ad Asti (1829-1900), chiamato da Cavour alla sua segreteria e primo senatore ebreo del Regno.
La comunità israelitica ad Asti fu una presenza costante fin dal XIV secolo, ma solo dopo aver acquistato con lo Statuto Albertino del 1848 la parità dei diritti civili poté integrarsi a pieno nella vita della città, tanto che ancor oggi vie e importanti palazzi recano il nome delle famiglie ebree astesi più prestigiose (Artom, Ottolenghi).
Solo nella prima metà del nuovo secolo la Città di Asti, che dal tempo del "castigo" napoleonico era rimasta dipendente da Alessandria, tornò ad avere una maggiore autonomia amministrativa, diventando nel 1935 Capoluogo di Provincia, riacquistando il ruolo di Comune capofila che storicamente le compete.