
l Monferrato, da sempre Marca di Frontiera e di sanguinose battaglie, terra di scintillante sole e di nebbie impenetrabili, dove ogni collina porta un castello o una torre minacciosa, è la dimora antica di Aleramo il Sassone, le cui gesta si sono fatte strada sino a noi attraverso secoli di barbarie e di tenzoni cavalleresche.
La leggenda vuole che Aleramo sia nato all’ombra della grande abbazia di Santa Giustina, che si trova tutt’ora a nord di Acqui Terme e che fu fondata nel 740 d.C. da re Liutprando signore dei Longobardi. Si narra che nel 934 d.C. un gentiluomo di Sassonia, desideroso di prole, promise a Dio di andare pellegrino a Roma se avesse avuto grazia di figliolanza. Rimasta incinta la sua sposa i due nobili coniugi partirono per esaudire il voto, accompagnati da gaia e onorevole compagnia. Giunti a Sezzè, nella contea di Acqui, il viaggio non poté proseguire giacché la donna, fu colta dalle doglie del parto. Nacque un bel bambino, forte e gagliardo, cui venne posto nome Aleramo che voleva significare "allegrezza". Trascorso un mese dall’evento i genitori decisero di proseguire il viaggio, affidando il bimbo alle affettuose cure dei signori del luogo con l’idea di poi riprenderlo al ritorno da Roma. Ma il loro fu un viaggio senza ritorno, perché, sorpresi dai briganti, trovarono la morte. Rimasto orfano, Aleramo fu allevato come un figlio dai signori di Sezzè, dove fu addestrato alle arti belliche, così da diventare un esperto soldato. In seguito, divenuto scudiero, fu chiamato a portare il contributo del suo borgo all’imperatore Ottone I che cinse d’assedio la città di Brescia ribelle ai suoi comandi. Tali erano la grazia e la leggiadria del giovane che l’imperatore ne fu conquistato e subito lo volle cavaliere della sua famiglia e suo consigliere personale, nonché affidandogli il compito di servitore di coppa presso la sua mensa. Dame e donzelle non avevano occhi che per lui e se ne disputavano la compagnia e il sorriso. Anche Adelasia, detta Alasia, la bella figlia dell’imperatore tedesco non seppe resistere al suo fascino e ben presto se ne innamorò. Prontamente Aleramo ricambiò l’amore ardente anche se combattuto tra il desiderio per l’amata e la riconoscenza per il suo re cui non voleva recare torto. Ma l’amore per Alasia era forte e le parole di lei erano dolci e convincenti al punto che in una notte buia, vestiti abiti dimessi, fuggì con la sua amata su due cavalli, uno rosso per lui ed uno bianco per la dama. Cavalcarono giorno e notte senza mai fermarsi, sempre andando per boschi e per selve, per valli e per montagne, finché, braccati ed inseguiti dagli uomini dell'imperatore, essi si rifugiarono sui monti di Albenga a Pietra Ardena, a ridosso di Albenga ed Alassio (si vuole anzi che il nome di Alassio derivi proprio da Alasia) dove spesso Aleramo si era recato a cacciare con i signori di Sezzè. Qui finalmente si fermarono e presto furono colti da fame e sfinimento. Scorto un fuoco in lontananza, Aleramo vi si recò e là trovò degli umili carbonai che gli diedero di che sfamare sé e la sua compagna. Il giovane accettò l’offerta di cavare carbone con loro e ben presto si adattò all’umile mestiere. Costruì una capanna per sé e per la sua sposa e con lei visse felice e sereno per lunghi anni, dimentico di ricchezze ed onori. La vita trascorreva lieta e semplice: Aleramo cavava carbone, Alasia confezionava borse che poi lo stesso Aleramo andava a vendere. Molti figli rallegrarono la loro casa. Quando il maggiore di essi ebbe compiuto dodici anni, il padre lo portò con sé ad Albenga dove lo affidò al vescovo, con il quale aveva intrecciato rapporti di amicizia, perché lo facesse suo scudiero. Nel frattempo avvenne che di nuovo Brescia si ribellasse ad Ottone e che questi di nuovo chiamasse a sé i suoi fidi. Anche il vescovo di Albenga corse al richiamo del re portandosi dietro sia il figlio di Aleramo che Aleramo stesso, in veste di aiuto cuoco. Giunti sotto le mura di Brescia subito si misero sotto il comando di Ottone e presero a combattere. Aleramo si teneva in disparte ed osservava di lontano le imprese del figlio. Quando però vide le armate di Ottone incalzate e pressate dal nemico ruppe gli indugi e, afferrato a volo un cavallo, con grande genialità e tempestività, impugnò uno stendardo con sopra paioli, padelle, catene e si precipitò nella mischia. Aleramo combattendo strenuamente, volse in fuga le schiere avversarie respingendo in tal modo l’assalto dei nemici, che furono presi di sorpresa. Con il suo ardire le sorti del combattimento si erano capovolte con grande meraviglia di tutti, soprattutto dell’imperatore che volle subito sapere chi fosse questo oscuro cavaliere. Aleramo inutilmente si schernì, ma messo alle strette fu costretto a rivelare all’imperatore la sua identità. Gettatosi ai piedi del sovrano gli narrò con voce commossa ma ferma, quanto era accaduto a lui e ad Alasia a partire da quella lontana notte in cui fuggirono. Al racconto l’imperatore si intenerì, perdonò l’eroe e subito volle che fossero condotti in sua presenza la figlia amatissima e i nipoti. Si fece grandissima festa e l'imperatore consegnò a loro il vessillo con il drappo bianco e rosso in segno di nobiltà, conferendo ad Aleramo il titolo di marchese. A lui Ottone concesse tanto territorio quanto in tre giorni egli fosse riuscito a percorrere a cavallo in quella terra montuosa che è il Piemonte. Aleramo partì e cavalcò senza posa notte e dì, per tre giorni, su tre cavalli velocissimi, percorse tutte le terre che si estendevano dal fiume Po, al Tanaro, all’Orba, sino quasi al Mar Ligure, dando vita al "Monferrato". Si narra, che al secondo giorno cavalcò tanto di forza che il cavallo gli stramazzò sotto, presso un luogo detto Arenorio su un monte che ancora al tempo del narratore della leggenda si chiama Cavallo Morto. La leggenda vuole che Aleramo, volendo ferrare il cavallo prima di intraprendere la gran corsa e non trovando strumenti idonei, si sia servito di un mattone che appunto nel volgare piemontese è detto "mun", e così il cavallo fu ferrato "frrha". Di qui il nome in volgare "Munfrrha" da cui Monferrato.
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uesta leggenda offre una delle più suggestive invenzioni etimologiche del nome della regione che da altri invece viene fatto derivare da "mons ferax", monte ferace, per la fertilità del terreno, ora da monte da farro, una specie di frumento che sarebbe cresciuto in abbondanza su quei colli, ora da "Mons Pharratus" un villaggio della collina torinese oggi scomparso, ora da "fera" in quanto un tempo la regione pullulava di animali feroci, ora da "mons ferratus", monte guarnito di ferro, ora da "mons ferox", monte fiero, coraggioso e così via. Passando dalla leggenda alla realtà storica s’incontrano serie difficoltà nel ricostruire la figura di Aleramo. I pochi documenti esistenti ce lo presentano come figlio di un certo conte Guglielmo di origine franca e testimoniano l'investitura di molte terre nel contado di Acqui, nel 933 d.C. ad opera dei re Ugo e Lotario. Nel 940 d.C. circa, alla guida del popolo di Acqui si sarebbe coperto di gloria sbaragliando nei pressi di Vinchio in Provincia di Asti (in località Colle dei Saraceni) ingenti forze moresche. Alcuni autori riportano tale episodio glorioso proprio al 933 d.C. e vedono nell’investitura un riconoscimento regio al valore di Aleramo. Nel 950 d.C. Berengario II lo elevò al rango di marchese. Nel 967 d.C., infine Ottone I gli confermò la dignità marchionale ed il possesso dei comitati che la Marca riuniva: essa si estendeva, senza interruzioni, per tre comitati di Monferrato, Acqui e Savona e confinava al nord con il Po, ad est con i comitati di Genova, Tortona, Pavia e Milano, ad ovest con i comitati di Albenga, Alba, Mondovì, Asti e Torino, a sud con il mare. Della fantastica narrazione del suo gesto glorioso vi è poca documentazione. Certo è il documento che riguarda un diploma da Ravenna a lui conferitogli in data 23 marzo 967 d.C. che lo crea marchese delle terre fra l’Orba, il Po, la Provenza e il mare. Questo tessuto favoloso fu oggetto di ricerche da parte di storici piemontesi dal XVII secolo in poi. Sembra che non fosse la figlia del re ed imperatore Ottone I la donna con cui scappò Aleramo e che in seguito non fosse neppure la figlia di Berengario, Gerbenga, a dargli altri tre figli. Ma la debole documentazione non consentì di appurare se si trattava o no di sola leggenda. La leggenda di Aleramo fu vista simile a quella di Arduino il Glabro, di Bertoldo il Sassone e che per questo derivasse anch’essa, come le altre, dai re di Sassonia del Kent. In realtà le carte e i diplomi regi e imperiali del XII secolo permettono soltanto di stabilire che il 25 luglio 933 d.C. e il 6 febbraio 940 d.C. i re Ugo e Lotario a Pavia investono Aleramo "fedele nostro... conte" figlio di un Guglielmo salico o borgognone, prima della corte di Auriola e dipendenze, nel comitato vercellese, poi di altra corte in quel di Acqui; e che solo dopo il 950 d.C., cioè dopo l’avvento di Berengario II al trono, Aleramo ha la dignità marchionale. Si narra che ad Aleramo, già vedovo della figlia di re Ottone I, Adelasia, dalla quale erano nati Guglielmo, Anselmo, Oddone, Berengario concesse la mano di sua figlia Gerbenga che fece da matrigna ai suoi tre figli. Da un diploma di Berengario fra il 958 e il 960 d.C. si evince che Aleramo con Gerbenga furono i fondatori dell'abbazia di Grazzano Badoglio (Provincia di Asti). Aleramo non fu travolto dalla rovina del suocero Ottone I in quanto lo stesso il 25 marzo 967 d.C gli confermò la dignità marchionale e i possessi. Morto prima del 991 d.C. venne sepolto a Grazzano, dove ancora oggi all’interno della chiesa parrocchiale riposano le sue spoglie. Sulla sua tomba c’è un meraviglioso mosaico del X secolo sovrastato da una lapide che ricorda il trasferimento avvenuto nel 1581 delle sue spoglie dal peristilio del tempio, dove in origine erano state inumate, alla posizione attuale. Alla sua morte la Marca, di cui era titolare, venne divisa tra i figli Oddone, cui andò il Comitato di Acqui e Monferrato, ed Anselmo cui toccò il Comitato di Savona.