

attere moneta era privilegio dei re, e il regale privilegio di battere moneta che durò nella Città di Asti fin verso la fine del XVI secolo, ai tempi di Carlo Emanuele I, venne elargito da Corrado III, al libero Comune di Asti, in considerazione della solidità della sua economia nel 1140, alla presenza di due arcivescovi, quattro vescovi, due marchesi, tre duchi e sei conti, “ad honorem et decorem civitatis et usum civium”. Privilegio che venne rinnovato negli anni 1155 e 1190 da dall'imperatore Federico I detto il "Barbarossa", con diplomi nei quali si legge: “Avendo poi conosciuto soventissimo la costanza della vostra fedeltà, vi rimettiamo per quest'anno cento marchi delle nostre regalie, e vi concediamo, per l'affezione che vi portiamo, di battere moneta, se ciò vorrete”, tratto dal “Codex Astensis”.
Ottenuto il diritto di conio, il Comune di Asti il quale prima si serviva della lira imperiale battuta nella zecca di Pavia, che valeva 20 soldi e 240 denari, non tardò a mettere in funzione la sua zecca, come provano molti documenti dell'Archivio Capitolare di Asti, datati 1143-1150-1153 etc., coniando tre tipi principali di pezzi: il “grosso” detto anche “terzarolo”, il “denaro” detto anche “minuto” o “imperiale”, e “l'obolo” detto anche il “piccolo”, che venne tolto dalla circolazione quando si abbassò il valore del denaro, non essendo più conveniente coniarlo. Due “oboli” valevano un “denaro”, quattro “denari” un “grosso”, tre “grossi” un “soldo” e venti “soldi” una “lira”, la quale esisteva solo nominalmente e non fu mai coniata.
Coniando la propria moneta, Asti ed i suoi mercati diventano punto di riferimento per la vita economica e finanziaria in Piemonte, Lombardia, Liguria.
La moneta astigiana ha avuto corso in tutta Europa, e servì come unità di base in molti contratti fra regioni diverse.
Alla metà del Duecento le monete fondamentali idea li erano la lira veneziana, la lira imperiale di Milano, la lira astigiana, la lira genovese e la lira fiorentina: ideali perché continuarono a essere il multiplo ideale del denaro usato nelle transazioni al minuto.
Nelle transazioni di maggiore importanza si usava la cosiddetta “moneta grossa” (grossi, fiorini, ducati, genovini), che, coniata all'origine al fine di rappresentare materialmente la lira.
Finché Asti si resse a comune tutte le monete emesse erano formalmente uguali, sia nel conio sia nella leggenda. Nel diritto si leggeva: “Cunradus II rex” e nel rovescio: “Astensis” sottintendendosi “civitas”.
Il “grosso” astese era una moneta pregiata, favorevolmente accolta in Italia e fuori d'Italia; ma verso il 1200, in conseguenza di una crisi finanziaria, il Comune si permise di ritirarlo e di alterarlo, riconiandolo a titolo più basso e ricavandone quindi facile e ingente profitto con grave danno dei cittadini, tanto è vero che in contratti del tempo, si incontrano clausole che esigono pagamenti in “denari buoni”.
Sul finire del XIII secolo, quando tornò normale la situazione finanziaria, la zecca di Asti provvide ad emettere il “grosso tornese”, modellato sul tornese di Francia, coniato a fasce circolari e concentriche, superiore a tutti quelli esistenti in alta Italia. Esso recava, per la prima volta, la popolare dicitura in onore di San Secondo, nonché la prima parte della Salutazione Angelica. Infatti da una parte della moneta si leggeva: “Aste nitet mundo sancto custode Secundo”, (Asti rifulge nel mondo grazie al suo patrono San Secondo) e dall'altra “Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum”.
In seguito la zecca di Asti coniò anche il “doppio grosso”, e infine, nei primi del XIV secolo, il “fiorino d'oro”, a imitazione di quello classico di Firenze. Questa bella moneta venne falsificata, sul principio del XIV secolo, da un marchese di Cortemilia, vassallo del Comune di Asti.
L'arte del cambio era indubbiamente ardua.
Infatti frequentemente si emettevano monete nuove, si variavano i valori di quelle vecchie, si operavano falsificazioni sia da parte di volgari delinquenti noncuranti della pena capitale in cui incorrevano, sia da parte di Comuni che avevano legittima autorità di conio e disponevano di artisti provetti. Tanto più che il privilegio di battere monete d'oro e d'argento venne più tardi concesso con larghezza per lo meno eccessiva anche a famiglie nobili, per esempio, per quanto riguarda località prossime ad Asti, ai conti Radicati in Passerano, ai conti Montafia in Montafia, ai principi Dal Pozzo in Cisterna, ai marchesi Cacherano Malabayla d'Osasco in Rocca d'Arazzo, ai conti Mazzetti in Frinco. I Mazzetti di Frinco, in conseguenza alle frodi e dalle falsificazioni perpetrate dai loro zecchieri, furono privati del diritto di zecca e del feudo da Rodolfo II d’Austria, con sentenza del 26 aprile 1611.
L'anarchia nel campo monetario faceva sì che i professionisti del cambio fossero dei veggenti in mezzo a una folla di orbi, e dava loro occasione, se privi di scrupoli, di realizzare ingenti guadagni, solo in parte giustificati dal compenso dovuto alla loro prestazione e dal pericolo che accompagnava il trasporto dei metalli preziosi.
L'Amiet, citato dal Sella, afferma che quasi esclusivamente i lombardi conoscevano bene le molte monete europee e che questa loro conoscenza li sospinse a fare le più sottili invenzioni in materia di contabilità, contratti, ordine di pagamento, cambiali e simili.
Naturalmente il compito del “cambiatore” non riguardava soltanto il cambio manuale delle monete, ma anche le più complesse operazioni di deposito, di giro e di trasferimento di somme da un conto all'altro.
E siccome molti mercanti avevano conti correnti, così questo sistema di trasferimento eliminò in gran parte il bisogno della moneta contante e propagò l'uso della cosiddetta moneta di banca, che non era effettivamente emessa dai banchieri, ma soltanto di conto, usata nelle scritture e mantenuta in rapporto costante con le monete più alte d'oro e d'argento a corso internazionale, senza seguire le frequenti e arbitrarie modificazioni di quelle correnti all'interno.
E appunto per queste delicatissime funzioni di mediatori del credito e della circolazione, che l'attività dei “cambiatori-banchieri” diventò oggetto della vigilanza degli Stati, i quali, nel XIV secolo, presero in considerazione l'idea di sottrarre tale attività all'iniziativa privata e di considerarla come un servizio pubblico.
n moggio di terreno (circa una "giornata" piemontese, pari a mq 3.810) costava lire 1 e soldi 4 nel 1189, lire 15 e soldi 12 nel 1250, lire 22 nel 1288, lire 52 e soldi 8 nel 1356.
Una mina di biada o di grano costava soldi 3 nel 1266. Uno staro di vino costava soldi 5 nel 1292. Sei stari di vino furono pagati soldi 17 nel 1356. 1 staro = litri 75 circa, 1 mina = litri 21 ( 1 mina si divideva in 8 coppi, 16 scopelli, 192 cucchiai).
Monete della zecca di Asti.
(Grosso, Denaro, Grosso Tornese, Obolo)
Monete del Monferrato coniate dalla zecca di Asti
Moneta angioina in commercio nell'Astigiano
Monete astigiane con le insegne di Ludovico XII.
I. Scuto della Corona 1447; 2. Scuto d'oro del sole 1447; 3. Soldino; 4. Ducato d'oro 1508; 5. terlina 1508; 6. Soldini, terline e parpaglione 1508.
Da D. Promis, Monete della zecca di Asti, Torino 1853, tavv. II, IV, VI.