

Storia della Diocesi di Asti
ata la carenza di notizie certe, tenebre fitte avvolgono non soltanto la fondazione della Città di Asti, ma anche l’introduzione del Cristianesimo nell’Astigiano.
La datazione più probabile dell’inizio della Diocesi di Asti è da fissarsi agli inizi del V secolo, quando il cristianesimo nell’Astigiano arrivò in forma organizzata (una lapide paleocristiana risalente al V secolo è stata scoperta in una necropoli posta alla periferia est della città romana).
Durante il VI ed VIII secolo prese avvio la cristianizzazione e la prima organizzazione ecclesiastica delle campagne, la quale originò l’edificazione di importanti pievi documentate nel IX e X secolo. L'antica Diocesi di Asti era molto vasta, e comprendeva gran parte del Piemonte meridionale, spingendosi dalle colline a sud del Po fino alle Alpi Marittime.
Vi era certamente un vescovo che aveva la competenza sul territorio della diocesi e viveva comunitariamente con un gruppo di collaboratori, i canonici (così definiti perché osservavano una regola, o “canone”, sul modello di quella monastica). Essi si dedicavano all’opera di cristianizzazione, cercando di sostituire i rituali e le credenze legati alla tradizione locale (di origine ligure - celtica, in qualche modo romanizzata) con le pratiche del culto cristiano che emanavano soprattutto dalla sede vescovile di Mediolanum (Milano) attraverso il Vercellese. Ai canonici si aggiunsero i presbiteri (preti) che svolgevano un ministero itinerante in centri abitati periferici, che si trasformò in presenza permanente su un dato territorio, costituendo le parrocchie, residenza stabile del presbitero che si prende cura di una determinata porzione di diocesi.
La “cristianizzazione” comportava di regola “conversioni” di massa, a seguito della decisione del capo del villaggio o del re, a seconda dei casi. Si costituirono presto, perciò, gruppi di cristiani più acculturati, che volevano approfondire la conoscenza del messaggio cristiano e viverlo fedelmente; essi si riunirono in comunità maschili e femminili per studiare, lavorare e pregare insieme, secondo il costume degli intellettuali romani (“otium”).
Essi si chiamavano monaci, che significa “gente che vive in solitudine”, e le loro sedi furono dette monasteri. Le famiglie più ragguardevoli vi avviavano i figli e le figlie che non erano destinati alla carriera militare o alla continuazione della dinastia. Questi giovani devolvevano al loro monastero le loro ricchezze, spesso molto ragguardevoli; i re e gli imperatori facevano dono ai monasteri di grandi risorse, affinché i monaci e le monache fossero dispensati dal lavoro manuale e potessero dedicarsi pienamente alla preghiera per i loro benefattori.
I monasteri maschili erano governati da un abate (padre), quelli femminili da una badessa, anch’essi laici (come tutti i monaci), che in genere appartenevano alle famiglie economicamente più influenti. Col tempo, molti abati furono scelti per diventare vescovi e perciò crebbe l’interesse delle famiglie più ambiziose ad assicurarsi anche per questa via una conferma o un’espansione del loro prestigio.
Il centro del monastero erano la chiesa e l’aula capitolare, cioè i luoghi in cui si svolgevano le assemblee di preghiera e si prendevano le decisioni per l’organizzazione della comunità. Strettamente collegato a queste era lo “studium”, lo spazio riservato allo studio della Sacra Scrittura e delle opere dei maestri di spiritualità e dei classici; lo “studium” era corredato di una biblioteca e di uno “scriptorium”, cioè di un’aula in cui gli scrivani (amanuensi) eseguivano copie dei testi più richiesti, spesso decorandoli con splendide miniature.
Attorno a questo nucleo si sviluppano gli spazi delle abitazioni dei monaci, i refettori, le cucine, i magazzini, le stalle, le rimesse per gli attrezzi agricoli e i carri da trasporto e da viaggio. C’era anche una foresteria, cioè la parte riservata agli ospiti; il monastero era sempre un punto di riferimento per i viaggiatori e l’accoglienza era considerata un compito irrinunciabile, come pure l’assistenza agli infermi. Il monastero era quindi una piccola città autosufficiente e anche dal punto di vista architettonico costituì un modello per la costruzione dei castelli e dei centri urbani; basta pensare ai chiostri, i percorsi coperti per ripararsi negli spostamenti abituali, che furono ampiamente imitati nei centri urbani dell’Alta Italia.
I Vescovi conti di Asti, nella seconda metà del X secolo, avevano ottenuto dagli imperatori della casa di Sassonia il riconoscimento dei diritti economici e giurisdizionali di pertinenza pubblica sulla Città di Asti, e sull’ingentissimo patrimonio sparso per la vasta Diocesi. Un potere destinato a ridimensionarsi a seguito della creazione di altre Diocesi e, soprattutto, a causa della straordinaria espansione del Comune di Asti che, nell’arco di poco più di un secolo (XII – XIII), riuscì a conquistare un vasto territorio, collocandosi tra le principali potenze economico-militari dell’Italia medievale.
I Vescovi-Conti
anonicamente l’elezione dei Vescovi doveva essere fatta a voce di clero e di popolo, confermata dal metropolita e approvata dal sovrano.
Il sovrano però si arrogava sovente il diritto di scegliere egli stesso, poco preoccupandosi dei meriti, coloro che, ricevendo la nomina a prelati, diventavano automaticamente titolari dei suoi feudi.
L’investitura dei Vescovi-Conti avveniva con lo stesso rito che era d’usanza per i laici: consegna della spada, dello scettro e dello stendardo. Subito dopo il Vescovo doveva pronunciare il giuramento feudale, con cui dichiarava di accettare tutti gli obblighi del vassallo, non escluso quello della guerra. Nella nomina degli Abati poteva addirittura accadere che tale dignità venisse conferita ai laici, i quali non solo si attribuivano le rendite delle abbazie, ma con tutta la loro famiglia prendevano stanza negli stessi monasteri, compromettendo gravemente la disciplina claustrale.
In Asti, per tre secoli, dal mille al milletrecento, il diritto di nominare il Vescovo fu di spettanza dei Canonici, i quali sovente lo sceglievano in seno al loro Capitolo.
Il Vescovo eletto, la notte precedente la presa ufficiale di possesso dormiva nella Certosa di Valmanera o al “Capitolo” di Quarto, che era la più ricca e bella tenuta dai Canonici.
Verso i Vescovi gli Imperatori largheggiavano per molti motivi: li sapevano colti e solleciti del bene popolare, intendevano utilizzarli quasi fossero pubblici ufficiali nel processo evolutivo del feudalesimo, pretendevano di inserirsi non solo nella loro elezione, ma anche nelle loro deliberazioni. Determinante era poi il fatto che la feudalità ecclesiastica, a differenza di quella laica, non essendo ereditaria, doveva ritornare, presto o tardi, a disposizione del sovrano. Dalle elargizioni dei sovrani scaturirono per le Autorità ecclesiastiche numerosi problemi amministrativi connessi con la cura delle anime. Essi sono accennati nei canonici del Concilio svoltosi a Pavia nell’850 d.C. con la partecipazione di quasi tutti i Vescovi dell’Italia del nord, e sono specificati in quelli del Concilio di Milano dell’860 d.C., al quale presero parte i presuli suffraganei di Asti, Novara, Vercelli, Bergamo, Cremona, Albenga, Vado, Lodi, Acqui e Brescia.
Il Concilio pavese stabilì che le singole pievi, dovevano essere rette da arcipreti: “Né opponga il Vescovo non avere le pievi necessità alcuna di un arciprete, in quanto che egli può governarle da se stesso, perché, quantunque sia molto abile, deve dividere gli oneri suoi; e come egli presiede alla Cattedrale, così gli Arcipreti presiedano alle pievi”: “cuncta tamen ad episcopum referant, nec aliquid contra eius decretum ordinare praesumant”.
Quanto qualche Vescovo fosse restio a rinunciare all’amministrazione diretta di certe pievi traspare dal Concilio di Milano, che scese a significative casistiche.
Si sa infatti che inizialmente tutti i beni della Diocesi erano nelle mani del Vescovo, il quale ne delegava l’amministrazione all’Arcidiacono o a un suo economo scelto tra i Diaconi ed eletto dal clero a maggioranza di voti. Si sa pure che i proventi di tali beni venivano accumulati in un’arca unica, con la quale si sostentavano i sacerdoti, si soccorrevano i poveri, si sostenevano le spese inerenti al culto e agli edifici sacri.
Solo nel IX secolo cessò la comunanza dei beni ecclesiastici, ed ebbe inizio la formazione dei cosiddetti benefizi: ciò si verificò anche nella Diocesi di Asti, come attestano molti documenti pubblicati nel Tomo I dei “Monumenti di Storia Patria”, nel quale sono menzionati possessi di chiese particolari.
Naturalmente le elargizioni di beni e di privilegi con le quali i sovrani si proponevano di contenere i Vescovi nel quadro della propria autorità erano più o meno munifiche a seconda del loro prestigio; e in Asti il prestigio dei Vescovi era avvalorato dall’importanza della Diocesi, la quale, come risulta dal diploma dell’imperatore Enrico III del 1041, comprendeva gran parte del Piemonte meridionale, ossia quasi tutta l’odierna Diocesi di Mondovì, vaste porzioni di quella di Cuneo, di Alessandria, e non poche insigni parrocchie ora appartenenti alla Diocesi di Torino.
Più precisamente, essa si estendeva, dal lato posto ad est, fino a Fubine, Quargnento, Solero e Oviglio, terminando con le Diocesi di Pavia e Tortona.
A ovest percorreva tutto il Piemonte inferiore, dalla punta delle Alpi Marittime alla cresta dei colli del Monferrato presso Cocconato, prima mediante la Stura, che seguiva a destra dalle sorgenti alla foce sotto Cherasco, quindi per mezzo delle pianure di Bra, Sommaria, Caramagna, Ceresole e Poirino, poi seguendo il torrente Banna fino a Buttigliera e Cerreto, fronteggiando sempre la Diocesi di Torino.
A nord, in cui terminava con la Diocesi di Vercelli, la Diocesi Astese s’inoltrava fino a Piovà, Alfiano, Grazzano e Altavilla, abbracciando quasi tutta la catena dei colli che formano il versante meridionale del fiume Tanaro, fra Castelnuovo Don Bosco e Vignale.
Dal lato sud, avanzava oltre la valle del Tiglione fino a Cortiglione, alla destra del fiume Tanaro, quindi, passando alla sinistra del predetto fiume presso Castagnole Lanze, e ascendendone tutto il lungo e tortuoso corso, si spingeva fino alla sommità delle Alpi Marittime, abbracciando così l’ampia serie di colli che stanno fra Asti e Bra, quindi la vasta pianura che da Cherasco si estende fino a Mondovì e a Cuneo, e infine le valli dell’Ellero, del Pesio, della Vermegnana e del Gesso, fino ai colli di Tenda e Finestre, confinando successivamente con le Diocesi di Acqui, Alba, Albenga e Ventimiglia.
I possedimenti della Diocesi, come risulta dal “Libro Verde”, erano sparsi ai quattro punti cardinali del Piemonte, e provenivano dalle donazioni di privati, dai redditi delle decime estese su tutti i cespiti di entrate e, molto più, dalle elargizioni di sovrani (per concessione di Ottone III, passavano alla Chiesa tutte le terre dei diocesani morti senza eredi).
Con diploma dell’11 gennaio 884 d.C., l’imperatore Carlo il Grosso, venuto a conoscenza che l’incendio scoppiato nell’archivio della Cattedrale aveva incenerito i documenti relativi a precedenti donazioni riconfermava al Vescovo Giuseppe tutti i possedimenti in atto, insieme con i privilegi già concessi dai suoi predecessori e proibiva alla “publica potestas” di molestare, giudicare, arruolare, tassare gli uomini dipendenti dalla Chiesa Astese, che dichiarava di prendere “sub nostrae tuitionis mandeburbio”.
In tal modo il Vescovo otteneva giurisdizione piena, limitatamente ai luoghi che possedeva e alle persone in essi residenti.
Con diploma del 18 giugno del 901 d.C., l’imperatore Lodovico III donava al Vescovo Eilulfo “noster admodum dilectus” e ai suoi successoria corte di Benevagienna col castello cinto di mura e acquedotto (100 mila jugeri [il “jugero” corrispondeva ad un tratto di terra che poteva essere arato in un giorno “giornata di terra” da un giogo di buoi]); la pieve di Lequio con il castello, le ville e le terre circostanti (30000 jugeri); l’abbazia di Narzole con le terre colte e incolte e con i monti e i piani fino alla Stura; la chiesa di Cervere (6000 jugeri); Salmour con tutto il monte e i suoi dintorni (1070 jugeri); la corte di Niella T. con le dipendenze e poi tutta la contea di Bredulo (Bredulo è il nome della località sulla quale poi sorse Mondovì) con le corti, le terre, i servi, le ancelle, i campi, i prati, i vigneti, i pascoli, i molini, le acque, ecc.
In tal modo il Vescovo otteneva potere comitale su tutto il territorio che si estendeva fra il fiume Tanaro e la Stura, della loro confluenza alla sommità delle Alpi Marittime.
Con diploma del 15 luglio 904 d.C., Berengario re d’Italia, palesando sempre meglio l’intenzione di spodestare i conti a vantaggio del Vescovo, non solo confermava al Vescovo Audace “omnia praecepta aliorum regum vel imperatorum”, e non solo gli riconosceva l’esercizio dell’autorità giudiziaria, ma gli accordava anche particolari esenzioni a riguardo del commercio, nel senso che nessuna autorità avrebbe potuto imporre gravezze sui mercati che funzionavano o avrebbero funzionato sul territorio della Chiesa Astese. In tal modo il Vescovo di Asti e conte di Bredulo conseguiva l’ambita autorizzazione di istituire mercati e di esigere in esclusiva dazi e gabelle.
Con diploma del 23 luglio 938 d.C., Ugo e Lotario, riconoscenti al Vescovo Bruningo, loro arcicancelliere, concedevano o confermavano alla Chiesa di Asti il Castel Vecchio (o Castelvecchio), principale roccaforte della Città di Asti, con le mura, i fossati, la cappella di Sant’Ambrogio, le dipendenze, alcuni prati e campi sul torrente Versa, sei masserizie con le persone ad esse addette.
Quando i Vescovi astesi, che in tempi più lontani abitavano nei chiostri della Cattedrale insieme con i Canonici, si spostarono nel munitissimo Castel Vecchio, questo, da allora venne anche chiamato “Castrum Episcopi”.
Gli imperatori di Casa Sassonia, largheggiarono con i Vescovi non solo nel donare possedimenti, ma anche nel concedere poteri civili.
Qui non si intende presentare un quadro completo dei possedimenti e dei poteri concessi dagli imperatori sassoni ai Vescovi astesi. Mi limiterò solo a ricordare che Ottone I, con un importantissimo diploma del 25 settembre 962 d.C. confermò al Vescovo Bruningo “omnes plebes, abbatias, cortes, xenodochii, omnesque res et utriusque sexus familias”, e accordò tutti i privilegi e tutti i precetti già concessi in precedenza alla Chiesa di Asti, specialmente quello in forza del quale la predetta Chiesa possedeva, “iure proprietario”, il distretto (“facultas iustitias exercendae), il mercato e le imposte sulla Città e sulle adiacenze immediate, per un circuito di due miglia.
In tal modo il Vescovo Bruningo divenne signore effettivo di Asti e di una parte del suo territorio, o meglio ottenne il riconoscimento giuridico di un dominio già precedentemente in atto, e destinato ad estendersi sempre più. Infatti le due miglia diventarono quattro nel 969 d.C. con il Vescovo Rosone, che ottenne anche tutti i diritti su tutto il fiume Tanaro, e sette nel 1041 con il Vescovo Pietro II, che “saepissime desudavit” nel servire l’Imperatore. Infine Enrico IV, in un documento che è senza data, e che gli eruditi assegnano al 1094, attribuì al Vescovo Oddone III, anche per assicurarsi un alleato contro suo figlio Corrado, ribelle, tutto il comitato. Con questo diploma il Vescovo Oddone III, figlio della contessa Adelaide di Susa e cognato di Enrico IV, diventò conte della Città di Asti e di tutto il suo territorio, concentrando nella propria persona le prerogative inerenti a tale ufficio, ancorché di fatto il suo potere e quello dei suoi successori, in molti frangenti, sia stato condizionato non solo da resistenze interne, ma anche da ingerenze esterne.
La terribile contessa Adelaide di Susa (Alasia), chiamata da qualche storico “la Caterina del Medioevo”, fu molto odiata dagli Astigiani: né poteva essere in “beata memoria” nella Città di Asti che da lei fu due volte fatta incendiare.
Era figlia di Olderico Manfredi, nipote del Vescovo Alrico, vedova di Ermanno di Svevia, successivamente di Enrico Aleramo e di Umberto Biancamano, suocera di Enrico IV (che accompagnò a Canossa, dimenticando i maltrattamenti di lui a sua figlia Berta), unica erede di tutta la marca arduinica con poteri non ben definiti su Asti. Morì ottuagenaria il 19 dicembre 1091 nel castello di Chianoc, presso Bussoleno, in Val di Susa.
La sua morte preannunciò la nascita del Comune di Asti, come il tramonto della contessa Matilde di Toscana, sua contemporanea preannunciò l’autorità del Comune di Firenze.
E così sul finire del XI secolo, i Vescovi di Asti, già conti di Bredulo fin dal 901 d.C., diventarono anche conti di Asti e del suo territorio, incrementando nel contempo il loro patrimonio fondiario, chiamato nelle antiche carte “possessio Beatae Mariae Virginis et Sancti Secundi”.
Tale “sacra possessio”, verso la metà del XII, comprendeva:
L’abbazia di San Dalmazzo di Pedona col castello e la corte;
La valle del Gesso fino al colle delle Finestre e la pieve dello stesso luogo con tutte le chiese ad essa appartenenti;
Le abbazie dei SS. Apostoli, di Sant’Anastasio e di San Cristoforo con le loro pertinenze;
L’abbazia di Azzano col castello, cappelle e sue pertinenze;
La pieve di Quargnento col castello, la corte e le chiese da essa dipendenti;
Le pievi di Oviglio, di Montaldo Scarampi, di Neante, di Alfiano con la chiesa Orfendo, Coacio, Pisenzana, Meirate, Bagnasco, Duodecimo, Musanza, San Vincenzo di Marcellengo, Priocca, Canale, Novello, San Pietro di Piobesi, Manciano, Levaldigi, con le chiese e i possessi da esse dipendenti;
Le pievi di Grana e di San Giulio di Lavegia con i castelli, la corte e le chiese da esse dipendenti;
La pieve di Guarene con i senodochi, le decime, le chiese, le pertinenze e il bosco di Isola San Giovanni;
La pieve di Bene col castello, la corte, la selva di Bannale e le chiese da essa dipendenti;
La pieve di San Pietro “in Gradu” con la torre, col castello di Carrù, cappelle, selve e dipendenze;
La pieve di Vico col castello, la corte, le cappelle, l’eremitario di Sant’Ambrogio, con Ferraria, con valle Cossalia, con il castello di Rivo Bruzento fino alla vetta delle Alpi;
La pieve di Bene Superiore con la corte, il castello, le cappelle, le selve, il castello di Forfice fino a Blismalta, con la chiesa di Santo Stefano e le sue pertinenze;
La chiesa di Morozzo con tutte le chiese ad essa appartenenti;
La pieve di Sant’Albano col castello, la corte, le cappelle, i molini e le selve;
Monte Acuto con gli arimanni e le sue pertinenze;
La metà di Santo Stefano (Roero);
I castelli di Altavilla, di Cortanze, di Santa Vittoria, di Plagia (Piea), di Montaldo (Roero), di Ceresole, di Sommaria Paderno con le chiese e le pertinenze;
Le chiese di Corticelle e di Capriglio con tutto il loro contado;
Il contado di Serralunga (Cantarana): tutti i beni che possedeva in Montemagno;
La selva Pupolare con i castelli e le ville in essa esistenti;
Il contado e il ricetto di Pollenzo e di Cherasco con tutte le pertinenze;
Il contado della Città di Asti e di tutto il Vescovado con le pubbliche funzioni e con tutti i diritti inerenti;
le decime per tutto il Vescovado, eccettuati i terreni dissodati o coltivati da monaci e a loro spese, essendo essi esenti da onere di decime per indulto apostolico.
Questo elenco, sufficiente a far classificare la Diocesi di Asti fra le più ricche d’Italia, ci è fornito da una Bolla del 1153, emessa da Papa Eugenio III e sollecitata dal Vescovo Anselmo, ma non è completo, perché ulteriormente allungato, specie negli anni 1159, 1162, 1166, 1169, 1180, 1189, per effetto di nuovi acquisti e di nuove donazioni, che riguardavano non già limitati appezzamenti di terreno, bensì castelli, borghi, pievi, colline, pianure e boscaglie di vasta estensione.
Consiglieri e collaboratori del Vescovo, anche nel vasto e arduo campo amministrativo, erano i Canonici, così chiamati dal greco “canon”, che vale originariamente “canna”, cioè “regolo o regola”, perchè vivevano secondo un regolamento che, tracciato da San Grodegango, Vescovo di Metz, verso il 750 d.C., e raccomandato da Papa Eugenio II in un Concilio romano nell’826 d.C., venne imposto cinquant’anni dopo da un’assemblea di Vescovi raccolti a Pavia, sotto la presidenza dell’imperatore Carlo il Calvo.
Risulta che a detta assemblea prese parte il Vescovo di Asti Ilduino: si può quindi ritenere che anch’egli si sia adoprato per erigere, accanto alla sua chiesa maggiore, il prescritto chiostro “nel quale, insieme col clero, potesse servire a Dio, secondo la regola canonica”.
In un primo tempo, i canonici, detti anche “Cardinali”, perché “cardini” della Diocesi, erano trenta, divisi in quattro ordini: Preti, Diaconi, Suddiaconi e Accoliti, fra cui quattro dignità: Prevosto, Arcidiacono, Arciprete e Cantore. Avevano dormitori e refettori comuni; cantavano mattutino alle due di notte; consumavano due soli pasti al giorno; digiunavano in Quaresima fino all’ora di Vespro, e da San Martino a Natale fino a nona, cioè fino alle ore 15.00.
Nel 1218, sotto il Vescovo Guidotto, s’intiepidì il primitivo fervore, e si ritenne opportuno sciogliere il vincolo della vita comune e assegnare ai singoli singole prebende.
Fatti più liberi e più ricchi, divennero anche più indisciplinati e più trascurati: il 2 dicembre 1224 si ebbe addirittura un intervento di Papa Onorio III, che comminò gravi pene a carico di coloro che si fossero assentati durante la loro settimana di turno. Il loro numero venne ridotto a 16 nel 1227, elevato a 20 nel 1288, portato a 18 nel 1309. In quello stesso anno si stabilì che tutti i canonici dovevano appartenere all’ordine sacerdotale.
Solo nel 1521 i cappellani e i canonici ottennero la facoltà di testare ciò che prima era loro vietato in forza del cosiddetto “diritto di spoglio”, per il quale ogni sostanza da essi lasciata in morte passava al Vescovo.
Anche nel periodo più fosco e più torbido della storia, quando le più alte cariche potevano essere simoniacamente comprate o vendute per protezione di sovrani, per ingerenza di cortigiani, per intrighi di donne e di politicanti, per violenze di bravi, la Diocesi di Asti ebbe Presuli non indegni della loro alta missione.
Staurace (892 d.C.) fece ingrandire e forse riedificare nell’899 d.C i chiostri dei canonici per fornire loro un’abitazione più decorosa di quella apprestata dal Vescovo Ilduino. Volendo poi provvedere anche al loro sostentamento donò al Capitolo la chiesa di San Pietro e la corte di Quarto con un mulino funzionante, con tutte le famiglie, pertinenze, decime e chiese dipendenti; le decime della Città di Asti e delle ville adiacenti, cioè Valterza, Castiglione, Masio, Monte Porcino (presso Buttigliera), Soglio, Mombonino, Monte Cuminiano, Vaglierano, Celle, Borgomale, Variglie, Revigliasco con tutte le loro chiese e territori; un podere in Vianico (Vigliano) e una vigna in città, vicino a Santa Maria. Eilulfo (901 d.C.) riconobbe le precedenti donazioni e vi aggiunse la corte di Azzano. Audace (904 d.C.) migliorò ulteriormente le condizioni dei canonici e ottenne che le sue donazioni venissero ufficialmente confermate da Papa Sergio III. Bruningo (937 d.C.) restaurò la primitiva chiesa di San Secondo e, come signore di Asti, si dimostrò generoso verso il popolo. Rosone (966 d.C.) fortificò la città con le mura della cinta interna e ottenne di aggregare ad “personam” la Diocesi di Alba, la quale alla sua morte (992 d.C.) riacquistò l’autonomia. Pietro I (922 d.C.) assegnò molti beni al monastero di Sant’Anastasio, da lui sottoposto alla regola di San Benedetto. Oberto (1037) profuse ricchezze a vantaggio degli indigenti e confermò le donazioni fatte dai suoi predecessori. Pietro II (1030) beneficò specialmente il basso clero assai povero e le monache di Sant’Anastasio. Oddone II vide crollare la prima cattedrale, e Oddone III (1090) potè ultimare la costruzione della seconda, quella che venne consacrata da Papa Urbano II nel 1096, e che rovinò a sua volta nel 1322. Al Vescovo Oddone III, che rimase vittima della peste del 1099, epidemia che falciò la vita a circa ventimila persone, succedette nel 1103 il beato Landolfo dei signori di Vergiate, il quale resistette agli imperatori tedeschi favoreggiatori dell’antipapa, ristabilì con i potenti quei buoni rapporti che stavano per mutarsi in aperta rottura, liberò Asti dall’assedio del 1130, e due anni dopo ebbe l’onore di ospitare Papa Innocenzo II e il dottore della Chiesa San Bernardo, dal quale venne definito “il più insigne Vescovo del tempo per splendore di santità”.
Successori di Landolfo furono:
Ottone IV (1133), che presenziò alla condanna dell’antipapa Anacleto, nato da ricca famiglia romana di ebrei convertiti;
Anselmo (1148), che si adoperò inutilmente per riaffermare i suoi diritti feudali;
Guglielmo (1173), che donò agli Ospitalieri di Gerusalemme l’ospizio presso San Pietro e che venne traslato alla sede arcivescovile di Ravenna.
Poi, nel giro di un secolo, dal 1192 al 1295, si susseguirono Nazario II, Bonifacio I, Guidotto, Giacomo, Oberto II Catena, Bonifacio II Radicati, Corrado Radicati e Oberto III.
Nel 1295 la direzione della Diocesi venne affidata al beato Guido di Valperga, nel 1327 ad Arnaldo De Rosette e nel 1348 a Baldracco Malabayla: triade magnifica, alla quale, come già detto, Asti deve la costruzione della Cattedrale.
Si riconosce tuttavia che, nella nobile catena dei Vescovi, non mancò certo qualche personaggio che, cercando di trarre solo vantaggi dalla sua carica, diede di sè una brutta immagine.
Alrico Manfredi (1009), nipote di re Arduino e zio della contessa Adelaide di Susa, non riuscendo a ottenere la consacrazione episcopale da Arnolfo, metropolita di Milano, in rotta da tempo con suo fratello marchese Olderico e con tutto il casato dei Manfredi, decise di portarsi a Roma dove, “subreptione quadam se consacrari fecit a Romano Pontifice”. Bastò questo episodio, perché il Metropolita milanese adunasse un esercito, assediasse Asti, e costringesse alla resa Alrico e Olderico, i quali, in espiazione, dovettero portarsi a Milano e procedere per tre miglia a piedi nudi, tenendo il Vescovo un libro e il conte un cane. Il marchese dovette inoltre sborsare un’offerta cospicua e il vescovo deporre bastone e anello sull’altare di Sant’Ambrogio. Otto anni dopo, il 7 dicembre 1036, il vescovo moriva combattendo per l’arcivescovo nella battaglia di Campo Malo.
Girelmo (1054) fu notoriamente eretico e scismatico: abbracciò infatti l’eresia dei Nicolaiti che negavano la divinità di Cristo, onorando parecchie “potenze” con sfrenate dissolutezze, e si schierò a favore dell’antipapa Onorio (Cadalao di Parma), contro il legittimo Pontefice. Egli fu anche simoniaco e concubino.
Ingone (1072), eletto vescovo per ingerenza della contessa Adelaide di Susa, memore della lezione subita dal suo predecessore Alrico, domandò e ottenne di essere consacrato da Guido, arcivescovo di Milano, ancorché costui fosse stato sospeso da Roma.
Persino Landolfo, Vescovo santo, dovette urtarsi con il metropolita milanese. Il Vescovo era rimasto fedelissimo al legittimo Pontefice Innocenzo II, mentre il metropolita si era schierato a favore dell’antipapa Anacleto.
Comunque, il governo dei Vescovi, anche nel tempo in cui la gerarchia si lasciò travolgere nell’ingranaggio del perfido organismo feudale, fu di gran lunga più costruttivo e più gradito al popolo di quello dei duchi, dei marchesi e dei conti laici. Furono i Vescovi infatti a provvedere alle scuole, agli ospedali, ai mercati, alla viabilità, alle mura e alle mense per i poveri.
Il Vescovo Bonifacio I (1198-1206), già abate dell’abbazia benedettina dei Santi Apostoli, convinto che il processo di evoluzione sociale a cui stava assistendo, stava portando al crollo della potenza feudale e al trionfo dell’autonomia comunale, stanco di sentirsi irretito da tutta una trama di interessi materiali, che inceppavano la sua attività pastorale, cedette tutto ciò che la nuova classe borghese avrebbe preteso con la violenza di lì a poco.
Nel 1198 il Vescovo Bonifacio I cedette al Comune di Asti i possessi vescovili di Masio, Rocca d’Arazzo, Isola, Azzano e la quarta parte del contado di Serralunga; nel 1200 rinunciò, accontentandosi di un censo, al fodro che era solito percepire dal borgo di Bene; nel 1201 passò alla Cattedrale la chiesa di Sant’Andrea in Valfenera; nel 1204 regalò alcune sue proprietà alla certosa di Casotto e continuò così, donando beni, concedendo feudi e cedendo diritti, fino all’inizio del 1206.
Nel gennaio di quell’anno, Papa Innocenzo III lo rimuoveva dalla sede episcopale e ordinava a suoi delegati (il vescovo di Vercelli, l’abate di Tiglieto e il prete Alberto) di legalizzare la sua rinuncia, di confinarlo nell’abbazia di Vallombrosa (certosa di Valmanera) e di assicurargli la pensione annua di sei lire astesi, da versarsi ogni primo agosto, finché fosse vissuto.
Il Vescovo Bonifacio I ebbe sentore che la storia portava fatalmente il trapasso dall’economia feudale a quella comunale, ma non poteva prevedere che proprio la Diocesi astese, assai più di ogni altra dell’alta Italia, sarebbe stata smembrata nella sua circoscrizione territoriale e sminuita nel prestigio dei suoi possessi.
Nel 1175 Papa Alessandro IV istituiva la Diocesi di Alessandria, e Asti perdeva Quargnento, Ovilio, Solero ed altre località minori.
Nel 1388 Papa Urbano VI istituiva la Diocesi di Mondovì, e Asti perdeva tutte le pievi incluse fra il Tanaro e la Stura.
Nel 1474 Papa Sisto IV istituiva la Diocesi di Casale, e Asti perdeva 60 castelli, fra cui Alfiano, Altavilla, Montemagno, Fubine, Rinco, Calliano, Felizzano, Grana e San Desiderio.
Nel 1511 Papa Giulio II istituiva la Diocesi di Saluzzo, e Asti perdeva Valfenera, Isolabella, Baldissero e Ternavasio.
Nel 1592 Papa Clemente VIII istituiva la Diocesi di Fossano, e Asti perdeva Levaldigi, Salmour, Vernante e Limone.
All’inizio dell’Ottocento, le soppressioni napoleoniche, spazzarono via la presenza di monaci e frati. Abbazie e monasteri, maschili e femminili, caddero in rovina e molti furono abbattuti. Fu la perdita di un patrimonio spirituale e culturale d’inestimabile valore.
Nel 1803, durante l’occupazione Napoleonica, Papa Pio VII, con una Bolla la cui esecuzione si deve al cardinale Caprara, si dette attuazione alla riforma napoleonica delle circoscrizioni ecclesiastiche, che aggregava la Diocesi di Alba a quella di Asti, e due anni dopo le assegnava altre 185 parrocchie. Nella restaurazione delle diocesi piemontesi del 1817 la Diocesi astese fu ridotta agli attuali confini; infatti, quando si chiuse la parentesi napoleonica, vennero ristabilite le già soppresse Diocesi di Alba, Aosta, Biella, Bobbio, Fossano, Pinerolo, Susa, Tortona e Alessandria, cui si aggiunse Cuneo di nuova erezione, allora si dovette non solo restituire, ma anche risarcire, giacché Alba pretese e ottenne tutti i paesi che sorgono alla sinistra del Tanaro, da Govone a Montà, sino a Narzole.
In compenso non si ebbero che le parrocchie di Costigliole d’Asti, Agliano Terme, Castelnuovo Calcea, Vinchio, Mombercelli, Calosso e Tigliole, che da tempo immemorabile erano soggette al Vescovo di Pavia, nonché Mondonio, Pino d’Asti e Albugnano, che prima appartenevano alla Diocesi di Casale, alla quale venne passata la parrocchia di Grana.
Miglior sorte conclusiva non ebbero i ricchi benefici del Vescovado e del Capitolo.
Il 3 luglio 1784, Monsignor Paolo Maurizio Caissotti dovette cedere al patrimonio del re il diretto dominio dei feudi autonomi della Mensa Vescovile, che essendo immuni dalla giurisdizione civile, erano diventati rifugio di malfattori e banditi, e in compenso Vittorio Amedeo III concesse al Vescovo il titolo di principe, con l’annuo reddito di lire 19 mila, ridotto, in seguito, a lire 12 mila.
Pochi anni dopo, nel 1797, si dovettero addirittura spogliare sacristie, disperdere tesori, abbattere campane per aiutare il debole Carlo Emanuele IV, nel vano tentativo di chiudere le Alpi alla rivoluzione francese. In quei frangenti, si impose al Clero il contributo della “sesta parte dei beni”, e pertanto i canonici si videro costretti e svendere all’asta pubblica, in una sola volta, oltre duemila giornate di terra, non esclusa la cascina più bella e più ricca, che si estendeva sotto Quarto e che si chiamava “Capitolo”.
Il ‘700 portò anche un grande slancio nel ristrutturare o ricostruire ex novo edifici sacri in stile barocco. Nel 1775 fu inaugurato il monumentale nuovo seminario, capolavoro dell’architetto reale Benedetto Alfieri, voluto dal Vescovo Caissotti (1762 – 1786).
I Vescovi di Asti
uesto elenco dei Vescovi di Asti, è tratto dalla “Storia della Chiesa di Asti” scritta dal Canonico Lorenzo Gentile e pubblicata nel 1934.
L’autore dell’opera ci avverte: “Scegliamo fra i vari elenchi il seguente che si ritiene il più conforme al vero, benché su qualche nome e data qualcuno possa forse ancora fare qualche riserva”.1) “Sant’Evasio beneventano dall’anno 330 al 358 d.C. in cui fugge da Asti perché perseguitato dagli Ariani, e martirizzato a Casale Monferrato nel 362 d.C.
2) (lacuna insoluta).
3) 398 d.C. P…
4) (?) Eusebio I
5) (lacuna insoluta)
6) 451 d.C. Pastrone I
7) 465 d.C. Mairano
8) (lacuna insoluta)
9) 491 d.C. Landolfo I
10) (lacuna insoluta)
11) 533 d.C. Eusebio II
12) (lacune insolute due)
13) 590 d.C. San Secondo, il corpo di questo santo riposa in Venezia, per cui non è da confondersi col Santo Patrono di Asti
14) (lacuna insoluta)
15) 650 d.C. Pastore II
16) (lacuna insoluta)
17) 679 d.C. Bennato
18) (quattro lacune insolute)
19) 774 d.C. Evasino
20) 800 d.C. San Bernulfo
21) (?) Eilulfo
22) (due lacune insolute)
23) 862 d.C. Staurace I
24) 864 d.C. Egidolfo
25) 876 d.C. Ildoino
26) 881 d.C. Giuseppe
27) (lacuna insoluta)
28) 892 d.C. Staurace II
29) 901 d.C. Eilulfo II
30) 904 d.C. Audace
31) (incerti gli anni dei due susseguenti: Ottone I e Ottone II)
32) 937 d.C. Bruningo
33) 966 d.C. Rozone
34) 992 d.C. Pietro I
35) 1008 Alrico
36) 1037 Oberto
37) 1040 Pietro II
38) 1044 Guglielmo I
39) 1050 Pietro II (di nuovo)
40) 1054 Girelmo
41) 1066 Ingone
42) 1080 Ottone III
43) 1103 San Landolfo II di Vanigliate o Variglie
44) 1133 Ottone IV
45) 1143 Nazario I
46) 1148 Anselmo
47) 1173 Guglielmo II
48) 1192 Nazario II
49) 1198 Bonifacio I
50) 1210 Guidetto o Guidotto
51) 1219 Giacomo
52) 1237 Oberto II Catena
53) 1245 Bonifacio II Radicati
54) 1260 Corrado Radicati
55) 1283 Oberto III
56) 1295 Beato Guido II Valperga
57) 1327 Arnaldo De Rosette
58) 1348 Baldracco Malabayla d’Asti
59) 1354 Giovanni Malabayla, già Vescovo di Treviso
60) 1376 Francesco Morozzo I di Mondovì
61) 1381 Francesco II Galli di Piacenza
62) 1409 Alberto Guttuari d’Asti, Conte di Asti
63) 1439 Bernardo Landriani, Milanese
64) 1446 Filippo Bandone Roero d’Asti
65) 1470 Scipione Damiano d’Asti
66) 1473 Vasino Malabayla d’Asti
67) 1476 Pietro Damiano d’Asti
68) 1496 Raffaele dei marchesi di Ceva
69) 1499 Antonio Trivulzio, Milanese
70) 1508 Alberto Roero d’Asti (per rinuncia revocata)
71) 1518 Vasino II Malabayla d’Asti
72) 1525 Ferdinando Serone
73) 1528 Ambrogio Talenti, Fiorentino
74) 1528 Agostino Trivulzio, Milanese, fatto cardinale
75) 1529 Fra Sipione Roero d’Asti
76) 1548 Bernardino Della Croce, Milanese, già vescovo di Casale
77) 1549 Gaspare Capris, Torinese
78) 1568 Fra Domenico Della Rovere d’Asti
79) 1587 Fra Francesco Panigarola, min. osserv., milanese
80) Cesare Benzo di Chieri
81) 1597-1618 Giovanni Stefano Aiazza, Vercellese
82) 1618-1621 Isidoro Pentorio, Milanese
83) 1624-1648 Ottavio Broglia di Chieri
84) 1655-1665 Paolo Vincenzo Roero d’Asti
85) 1666-1693 Marc’Antonio Tomatis di Caracavonica
86) 1693-1714 Innocenzo Milliavacca, cist. Milanese
87) 1727-1739 Giovanni Tosone di Nizza a mare
88) 1741-1757 Giuseppe Filippo Felissano di Fossano
89) 1757-1761 Giovanni Filippo Antonio Sanmartino di Castelnuovo
90) 1762-1786 Paolo Maurizio Caissotti di Chiusano, nato a Torino, filippino
91) 1788-1809 Pietro Giuseppe Arboreo Gattinara d’Albano di Vercelli, già vescovo d’Alba
92) 1809 Andrea De-jean, di Carcassona, vescovo imposto da Napoleone I ma non riconosciuto dalla Santa Sede e che non fu mai consacrato, durò fino alla caduta di Napoleone I, al 1814
93) 1818-1829 Antonino conte Faà di Bruno, di Alessandria
94) 1832-1840 Michele Amatore Lobetti di Cuneo
95) 1840-1859 Filippo Artico di Ceneda, mori esule a Roma il 21 Dicembre 1859 in età di anni 61
96) 1867-1881 Carlo Savio di Cuneo
97) 1881-1898 Giuseppe Ronco di Leinì
98) 1899-1908 Giacinto Arcangeli di Sarnico
99) 1909-1932 Luigi Spandre di Caselle Torinese
100) 1932-1952 Umberto Rossi di Catorzo Monferrato”. (Can. Lorenzo Gentile)
101) 1952-1971 Giacomo Cannonero, di Ovada (Alessandria)
102) 1971-1980 Nicola Capanna, di Masio (Alessandria)
103) 1980-1989 Franco Sibilla, di Torino
104) 1989-1999 Severino Poletto, di Salgareda (Treviso)
105) 2000 - Francesco Guido Ravinale, di Biella
Chiese di Asti
ltre alla Cattedrale (886 d.C), San Secondo (876 d.C.) e a San Pietro in Consavia, molte altre chiese esistevano in Asti prima del Mille. I documenti dell’Archivio Capitolare di Asti, fanno menzione nel 1793 di Sant’Anastasio (792 d.C.), nell’886 d.C. di San Martino e di San Sisto, nel 924 d.C. di Sant’Ambrogio nel Castello, di San Lorenzo e di Sant’Angelo, nel 929 d.C. di Sant’Eusebio.
Anche se non risulta da alcun documento, è probabile che anche tali chiese avessero fin d’allora propri custodi e rettori, come già possedevano propri beni.
Prima del 1500 le chiese della città di Asti erano almeno 20. Nel “Registrum Ecclesiarum Astensium” del 1345, piccolo volume cartaceo in scrittura semigotica conservato nell’Archivio della Cattedrale, sono descritte col seguente ordine, che sembrerebbe corrispondere all’anzianità, o all’importanza:
Chiesa Maggiore o Cattedrale di Santa Maria;
Collegiata di San Secondo del Mercato;
Collegiata di San Martino;
Collegiata di Sant’Aniano nel Castello;
Chiesa di San Silvestro;
Chiesa di San Michele;
Chiesa di San Giovanni della Fontana;
Chiesa di San Maurizio;
Chiesa di Sant’Ilario;
Chiesa di San Sisto;
Chiesa di Sant’Anastasio;
Chiesa di San Pietro de Strata;
Chiesa di Sant’Adriano;
Chiesa di San Giuliano;
Chiesa di San Paolo;
Chiesa di San Secondo della Torre Rossa;
Chiesa dei SS. Apostoli;
Chiesa di Santa Maria Nuova;
Chiesa di San Pietro in Consavia;
Chiesa di Santa Maria del Tempio.
E’ probabile che, anche dopo l’istituzione di così tante Parrocchie, continuasse ancora per qualche tempo ed esserci un solo battistero per tutta la città di Asti, probabilmente quello di San Giovanni del Duomo.
Tra le chiese di Asti che, pur non essendo Parrocchie, possedevano beni e dovevano quindi concorrere nel sostenere le spese inerenti al governo della Diocesi astese, il già citato “Registrum”, elenca queste chiese:
Chiesa di Sant’Andrea de Topis (presso la Chiesa di Santa Chiara);
Chiesa di San Lazzaro (nel borgo omonimo);
Chiesa di San Lorenzo (presso le carceri);
Chiesa di Santa Margherita (presso il ponte del torrente Borbore);
Chiesa di Casa di Dio (tra San Rocco e il Santuario del Portone);
Chiesa di San Quirico (nel borgo omonimo);
Chiesa di San Giacomo (nella certosa di Valmanera);
Chiesa di Sant’Anna (nella via omonima);
Chiesa di Sant’Agnese (in Corso alla Vittoria);
Chiesa di Santo Spirito (oltre il Cimitero urbano);
Chiesa di Santo Stefano (nei chiostri del Duomo);
Chiesa di San Marco (nel borgo omonimo);
Chiesa di Sant’Antonio (presso Porta Torino);
Chiesa di Santa Maria Maddalena (presso il Castel Vecchio);
Chiesa di San Francesco (presso Via Brofferio);
Chiesa di Sant’Agostino (presso Santa Maria Nuova);
Chiesa di Santa Marta (nel quartiere del Carmine);
Chiesa di Santa Caterina (in borgo San Marco);
Chiesa di San Salvatore (presso l’attuale Santa Caterina);
Chiesa di San Raffaele (presso la Certosa);
Chiesa di Santa Maria (nel Castel Vecchio);
Chiesa di San Pietro in Salariolum;
Chiesa di San Gaudenzio;
Chiesa di San Giovanni del Duomo;
Chiesa di San Desiderio;
Chiesa di San Giovanni di Gerusalemme;
Chiesa di Santo Sepolcro;
Chiesa di Sant’Ambrogio;
Chiesa di Sant’Angelo;
Chiesa di Sant’Eusebio;
Chiesa di San Benedetto;
Chiesa di San Giusto;
Chiesa di San Teodoro;
Chiesa di San Giorgio;
Chiesa di San Pancrazio
Sul finire del XVI secolo, molte chiesette vennero demolite e alcune Parrocchie soppresse.
La Parrocchia di San Giovanni della Fontana venne aggregata alla Collegiata San Secondo; San Maurizio a San Silvestro; Santa Maria del Tempio a San Pietro; Sant’Adriano a Santa Caterina; Sant’Ilario, San Giuliano e San Pietro de Strata alla Cattedrale.
La Cattedrale aveva il beneficio più ricco, seguita nell’ordine dall’abbazia-parrocchia dei SS. Apostoli, da San Secondo della Torre Rossa, da San Secondo del Mercato, da Santa Maria del Tempio e da San Giacomo della Certosa.
Cattedrale di Santa Maria Chiesa di San Gaudenzio Chiesa di San Secondo Chiesa di San Giovanni del Duomo Chiesa di San Martino Chiesa di San Desiderio Chiesa di Sant'Aniano nel Castello Chiesa di San Giovanni di Gerusalemme Chiesa di San Silvestro Chiesa di Santo Sepolcro Chiesa di San Michele Chiesa di Sant’Ambrogio Chiesa di San Giovanni della Fontana Chiesa di Sant’Angelo Chiesa di San Maurizio Chiesa di Sant’Eusebio Chiesa di Sant'Ilario Chiesa di San Benedetto Chiesa di San Sisto Chiesa di San Giusto Chiesa di Sant'Anastasio Chiesa di San Teodoro Chiesa di San Pietro de Strata Chiesa di San Giorgio Chiesa di Sant'Adriano Chiesa di San Pancrazio Chiesa di San Giuliano Chiesa San Pietro in Solairolo Chiesa di San Paolo Chiesa Santa Maria del Ponte Chiesa di San Secondo della Torre Rossa Chiesa Santa Chiara Abbazia dei SS. Apostoli Chiesa Le Grazie Chiesa di Santa Maria Nuova Chiesa dell’Annunziata vecchia Chiesa di San Pietro in Consavia Chiesa dell'Annunziata grande Chiesa di Santa Maria del Tempio Chiesa del Gesù Chiesa di Sant’Andrea de Topis Chiesa della Misericordia Chiesa di San Lazzaro Chiesa di Sant’Agnese Chiesa di San Lorenzo in Curia Chiesa di San Rocco Chiesa di Santa Margherita dei Quattro Ponti Oratorio vecchio di San Rocco Chiesa di Casa di Dio (Domus Dei) Chiesa della Confraternita nuova di San Rocco Chiesa di San Quirico Chiesa della Confraternita di San Michele Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo della Certosa Chiesa di Sant’Agostino nuovo Chiesa di Sant’Anna Chiesa della Consolata Chiesa di Sant’Agnese Chiesa della Confraternita della Trinità Chiesa di Santo Spirito Chiesa nuova della Confraternita dell’Annunziata Chiesa di Santo Stefano del Duomo Chiesa di San Giuseppe Chiesa di San Marco dei Crociferi Chiesa di San Secondo in Vittoria Chiesa di Sant’Antonio Chiesa della Madonna di Loreto Chiesa di Santa Maria Maddalena San Sebastiano Chiesa di San Francesco San Filippo Chiesa di Sant’Agostino Chiesa del Seminario Chiesa di Santa Marta Sant’Eusebio Chiesa di Santa Caterina dei Servi San Desiderio Chiesa di San Salvatore San Gaudenzio Chiesa di San Raffaele Sant’Angelo Chiesa di Santa Maria del Carmine Sant’Ambrogio Chiesa di San Pietro in Salariolum Chiesa di Santa Maria di Viatosto