Cattedrale di Asti
a bella ed imponente Cattedrale gotica di Asti, dedicata a Santa Maria Assunta, e a San Gottardo, è la più grande chiesa del Piemonte, ed è il più insigne monumento gotico della regione, e tra i più importanti del nord Italia.
Il Duomo di Asti è situato nel centro storico della Città, inserito in un contesto storico-architettonico ed archeologico affascinante.
La chiesa s’innalza all’interno di un’ampia ed incantevole piazza (Piazza Cattedrale), parzialmente conservatasi nel tempo. Su di essa si affacciano, oltre che alla stessa chiesa, anche altri edifici storici, appartenuti a nobili famiglie astesi, risalenti a diverse epoche, di sicuro prestigio architettonico.
L’odierna Cattedrale di Asti, ispirata ai modelli delle cattedrali gotiche francesi, è il risultato di numerosi rifacimenti e ampliamenti, ascrivibili a fasi cronologiche differenti, solo in parte ricostruibili con dati certi.
Il primitivo impianto paleocristiano si inserisce in un’area urbana, relativamente periferica, occupata nel I secolo d.C. da edifici residenziali. Si trattava di un complesso episcopale assai vario, ricostruibile in via ipotetica vista la scarsità di dati archeologici, costituito da una serie di edifici accostati: la chiesa di Santa Maria, la chiesa di Santo Stefano, posta a nordest della prima e demolita tra XV e XVI secolo, e la chiesa battesimale di San Giovanni de Fonte.
Tra il IX e il X secolo il gruppo episcopale si arricchisce di numerosi edifici come sembrano ricordare le fonti, e di un nuovo apparato decorativo, del quale si conservano alcuni frammenti riutilizzati in strutture successive.
Prima dell’XI secolo, la Cattedrale era non solo luogo di culto, ma anche del potere civile e di vita sociale: sotto le sue volte si concludevano atti politici e sulla piazza adiacente si tenevano i mercati.
Si ha notizia di una prima Cattedrale forse già nel VI secolo. La chiesa principale di Santa Maria venne ricostruita in età romanica e consacrata nel 1095 da Papa Urbano II, in occasione del suo passaggio in Asti, durante il viaggio di ritorno dalla città francese di Clermont dove si recò per predicare la I Crociata.
Di questa fase rimangono labili tracce materiali, emerse durante scavi archeologici che hanno interessato l’area presbiteriale, nella quale sono state ritrovate strutture di fondazioni e parti di murature che, insieme all’analisi delle fonti, hanno permesso di ricostruire la planimetria dell’edificio.
La cattedrale era divisa in tre navate di notevole ampiezza, con absidi terminali, mentre sotto il presbiterio, sopraelevato rispetto alle navate, si estendeva un’ampia cripta.
Verso la metà del XII secolo la Cattedrale fu oggetto di una ristrutturazione dell’area presbiteriale: venne abbandonata la cripta, riempita di materiale di scarto, e il pavimento superiore decorato con un tappeto musivo a tessere bianche e nere, rinvenuto in discreto stato di conservazione.
Nel corso del Duecento vennero effettuati nuovi interventi sulla Cattedrale. A questo periodo risalgono la costruzione del campanile e tracce dell’apparato decorativo, testimoniato da un capitello riutilizzato come acquasantiera.
Le fasi costruttive della chiesa odierna sono ancora in parte da chiarire, anche se le fonti tramandano con certezza un disastroso crollo delle strutture nel 1323.
La costruzione di questa prestigiosa chiesa medievale fu intrapresa tra la fine del XIII secolo e l’inizio del XIV secolo al tempo del Vescovo Guido di Valperga, continuata da monsignor Arnaldo De Rosette, terminata dal Vescovo Baldracco Malabayla, nel 1354; e segue i modelli architettonici del gotico maturo di matrice lombarda.
La struttura della chiesa è a tre navate suddivisa da robusti pilastri a fascio, reggenti volte a crociera costolonate. Il transetto presenta un originale perimetro poligonale, sporgente dai fianchi solo per le absidi, e definisce sull’incrocio della navata l’appoggio ottagonale della cupola.
La struttura venne realizzata con l’impiego di maestranze locali che adottavano soluzioni marcatamente lombarde, come la parete piena aperta da finestrone e la bicromia nella decorazione muraria. L’apparato decorativo presenta un interesse di primo piano nel panorama della scultura gotica piemontese.
La Cattedrale di Asti è parte integrante di quello che viene chiamato “complesso Episcopale della Cattedrale”, di cui, oltre alla stessa Cattedrale, fanno parte i Chiostri dei Canonici e la chiesa battesimale di San Giovanni.
Il nucleo originario dell’attuale Cattedrale di Asti è in stile gotico, e consiste nelle strutture visibili dall’esterno. E’ da far presente, che la Cattedrale che è giunta a noi, è comunque assai diversa da quella progettata dai “Magisteri muratores” Antonio Neucoto e Macario Murature nei primi anni del Trecento. Infatti, col passare dei secoli, e quindi anche delle “tendenze” artistiche, alla Cattedrale sono state apportate diverse aggiunte, molte delle quali sono di grande pregio artistico, altre, invece, sono di discutibile fattura.
La Cattedrale astigiana rivela influssi culturali dagli ampi orizzonti, che denunciano legami con l’architettura gotica padana di fine XIII-inizio XIV secolo, a cui si associano influenze francesi ed echi dell’arte di corte, senza mai dimenticare la forte tradizione costruttiva locale, particolarmente evidente nell’utilizzo del laterizio e dell’arenaria con effetti di vivace bicromia.
Le dimensioni della Cattedrale di Asti sono notevoli, la navata maggiore misura 86,50 metri, le due minori 66,40, e l’altezza, pari alla larghezza complessiva, è di 24 metri.
Esternamente la parte più affascinante della Cattedrale, perché più mossa, e con notevoli effetti di luci e ombre, è sicuramente il lato sud, dove si può ammirare il bel portale in stile gotico fiorito, il tiburio ottagonale e soprattutto il possente campanile in stile romanico, risalente alla precedente Cattedrale, e ricostruito nel 1266, per opera di un “devotus Ghigo”, dopo il crollo dell’originale romanico (come riporta una scritta, incisa in gotico, su di una pietra murata nello stesso campanile). Il campanile della Cattedrale, oggi alto circa 38 metri, verso la metà del XVIII secolo, venne mozzato del settimo piano e della guglia ottagonale, questa mozzatura avvenne secondo alcuni studiosi per vicende belliche o, secondo altri, per i capricci di un governatore militare del Castello (Castel Vecchio) che a suo parere dall’alto del campanile si poteva spiare ciò che accadeva all’interno della fortificazione mettendone a repentaglio la sicurezza.
Le pareti esterne nord e sud dell’edificio sono scandite da grossi contrafforti esterni alternati da lunghi finestroni ogivali, evidenziati da uno strombo a scacchiera bicroma che ne accentua il senso di verticalità. La facciata occidentale si compone di un basamento inferiore ad archetti ciechi trilobati, inframmezzato da tre portali elegantemente scolpiti, mentre la zona superiore tripartita è arricchita da tre ampi rosoni, sormontati da due più piccoli oculi e da una finestra a croce. Il cornicione di coronamento, costituito da archetti intrecciati in laterizio e arenaria sormontati da più cornici decorate con motivi a losanghe, si ripete, con piccole varianti, lungo tutta la fascia decorativa superiore dell’edificio. La facciata è ornata da capitelli, colonne, e pilastri, che presentano una decorazione fantasiosa con rappresentazioni zoomorfe. Tra le scene rappresentate si scorge il capitello del “Giudizio” con Cristo giudice tra figure supplicanti e angeli.
Sul lato meridionale della chiesa, lato in cui meglio si può ammirare la grandiosità e la bellezza architettonica della chiesa, si affaccia lo splendido “portico dei Pelletta”, che prende il nome della nobile famiglia astigiana che ne finanziò la costruzione, e di cui rimane tuttora lo stemma nella chiave di volta: si tratta di un’elegante architettura, ornata da raffinati rilievi di impronta francese databili non oltre il primo decennio del Trecento. Il portico fu in seguito arricchito da affreschi trecenteschi e, nel tardo Quattrocento, da grosse statue ed elementi scultorei ed architettonici.
La cimasa dell’arco inferiore è decorata con motivi floreali, in cui s’inseriscono piccoli catini quadrilobati, contenenti teste femminili e immagini di rapaci, il concio centrale riporta una testina coronata di adolescente. La cimasa dell’arco superiore, a forma trilobata e decorato con foglie a grappoli d’uva, accoglie i simboli del sole e della luna, contornati da ghirlande. Tra le statue contenute nel protiro spicca per compostezza modulare la statua della Madonna tra gli Angeli, di impianto schiettamente gotico, con un plasticismo di diretta ispirazione francese del XV secolo. La faccina che si presenta racchiusa alla sommità della struttura, contenuta in un oblò è secondo la tradizione astese detta “Madama troyana”, dama della nobile famiglia Troya, figura che secondo la tradizione finanziò la costruzione dello stesso portico. La tradizione narra che, a seguito delle nozze di un giovane ghibellino Pelletta con una fanciulla dei Troya, famiglia guelfa per eccellenza, fecero sì che le cospicue finanze del casato dello sposo andassero ad arricchire la fabbrica del duomo, appunto col monumentale protiro che ne prese il nome. E, a suggello forse ironico dell’affaire, spuntò sulla cima del protiro la figura della fanciulla di casa Troya, la “madama Troyana”.
La parte absidale della chiesa, in origine più piccola, fu portata alle attuali proporzioni nel 1764-1769, al tempo del Vescovo Paolo Maurizio Caisotti, su progetto dell’architetto Bernardo Antonio Vittone, che riprese un progetto iniziato cinquant’anni prima dallo stesso vescovo Milliavacca, con alcune varianti proposte dal Peruzzi. Il progetto comportò, tra gli altri lavori, il prolungamento dell’abside centrale e l’innalzamento della volta allo stesso livello di quella del corpo dell’edificio. Nel nuovo presbiterio fu collocato l’odierno, grandioso altare centrale, realizzato su progetto dell’architetto reale Benedetto Alfieri.
L’interno del Duomo di Asti è a tre navate e con pianta a croce latina, presenta un tipico esempio di alzato a sala di derivazione settentrionale, su di esso si affacciano ricche cappelle barocche, che custodiscono preziosi arredi e dipinti.
La Cattedrale di Asti conserva al suo interno opere di notevole valore, che testimoniano secoli di ricca storia: quali lo splendido tappeto musivo presbiteriale dell’inizio del Duecento, con allegorie battesimali, appartenuto ad una precedente costruzione romanica. Il mosaico a tessere bianche e nere è costituito da dodici riquadri che ospitano figure tratte dalla Bibbia e dalla vita cittadina dell’epoca, delimitati da cornici e circondati da una larga fascia decorativa.
Nella navata centrale vi sono due acquasantiere medievali con elementi decorativi risalenti ad epoche diverse. Le acquasantiere poggiano su due capitelli capovolti in stile corinzio di origine romana: la più antica delle due vasche battesimali risale circa al VII secolo d.C, questo manufatto, riferito ad epoca longobarda, presenta negli spigoli mascheroni raffiguranti figure demoniache scolpiti ad alto rilievo alternati a rosoni, ciò a raffigurare l’eterno conflitto fra bene e male; la seconda vasca battesimale, di forma esagonale, è ornata da rose, leoni, e grifoni scolpiti ad altorilievo, sull’orlo della vasca vi è leggibile un’incisione in numeri romani riportante la data 1229, con il nome del committente Oberto Crespino. Negli ultimi pilastri della navata centrale si possono ammirare due importanti sculture medievali: il sigillo tombale del vescovo Baldracco Malabayla di Giovanni de Chiela (XIV secolo) e la targa marmorea di Arricino Moneta (primo esempio di monumento equestre in Piemonte, XIII secolo); il fonte battesimale tardoquattrocentesco (1467) del De Gentis, due acquasantiere rinascimentali, il gruppo in terracotta policroma del primo Cinquecento rappresentante il “Compianto sul Cristo morto”, alcune tavole di Gandolfino da Roreto, importante pittore del Rinascimento astigiano. Degni di nota sono inoltre la statua in rame dorato raffigurante la Madonna Assunta, eseguita dall’orafo astigiano Giovanni Tommaso Groppa, le settecentesche casse per gli organi e le cantorie di Bartolomeo Varale e Giovanni Andrea Alemano, il coro ligneo ed il lettorile, sempre settecenteschi, di Giuseppe Giacinto Salario. Anticamente all’interno della Cattedrale vi era un altro coro ligneo, realizzato nel 1477 dal pavese De Surso (che oggi si può ammirare nella Pinacoteca Civica di Palazzo Mazzetti), questo fu sostituito con quello nuovo, opera del maestro artigiano Salario di Moncalvo.
All’interno della Cattedrale, verso la metà del ‘600, le famiglie nobili astesi degli Zoya, Asinari e Cacherano fecero edificare le cappelle barocche sul lato nord della chiesa, dedicate rispettivamente a San Teobaldo, a San Giovanni Battista e allo Sposalizio della Vergine; ad ornare le cappelle vi sono due preziose tavole poste all’interno di queste cappelle (una Madonna e santi e lo sposalizio della Vergine) opera di Gandolfino da Roreto. Sue sono anche le parti rimaste di un polittico successivamente smembrato e incastonato nell’altare del SS. Sacramento.
Come già accennato, è opera del maestro Gandolfino da Roreto il prezioso polittico dell’altare di San Filippo Neri, tra i santi rappresentati vi è San Secondo che regge nella mano sinistra una simbolica città di Asti, dove si scorge la Torre Rossa e la collegiata di San Secondo. Ancora di Gandolfino è lo “Sposalizio di Maria”, opera appartenente alla piena maturità dell’artista, in cui si sentono forti influenze borgognone (I decennio del XVI secolo), situato nella “Cappella dello Sposalizio” (dove vi è conservata la sepoltura di Marianna Monica Maillard de Tournon, madre di Vittorio Alfieri). Altra opera di Gandolfino da Roreto è la “Sacra Conversazione” datata 1515, più nota come “Madonna del banchiere”, in cui sarebbe effigiato l’offerente Oberto Solaro.
Il ciclo di affreschi, che decora le pareti e le volte fino alla cupola della Cattedrale, fu commissionato dal vescovo Innocenzo Milliavacca ed eseguito, nel 1711-1712, dai pittori Francesco Fabbrica e Giovanni Battista Rocca. In controfacciata sono raffigurate, da sinistra verso destra, la Ricognizione delle reliquie di San Secondo fatta dal Vescovo Guidetto, la Consacrazione della Cattedrale ad opera del Papa Urbano II, e la Benedizione della prima pietra da parte del Vescovo Guido di Valperga. Nelle volte della navata sud sono affrescati i vari ordini religiosi, mentre sulle pareti si alternano sibille, profeti e vescovi. Da segnalare, al di sopra della porta meridionale, la Traslazione delle reliquie di San Secondo. Nelle volte della navata centrale si osservano gli Apostoli con gli articoli del Credo. La navata settentrionale reca, dipinti sulle volte, i vari ordini religiosi e, come già nella navata meridionale, figure di sibille, profeti e vescovi sulle pareti. Nella cupola è rappresentata la Gloria del Paradiso, con al centro l’Incoronazione della Vergine e, nei pennacchi, gli Evangelisti. Sulle corrispondenti volte terminali delle navate nord e sud sono raffigurati i Dottori della Chiesa d’Occidente e della Chiesa d’Oriente. Gli affreschi del coro, del presbiterio e delle cappelle absidali furono affidati ai pittori Carlo Innocenzo Carloni, Gaetano Perego e Pietro Antonio Pozzo, ed eseguiti nel 1767-1769, su commissione del capitolo: sulle pareti della cappella maggiore sono dipinti i Martirii di San Secondo e di San Marziano, la Presentazione di Maria al Tempio, la Purificazione di Maria, figure di santi e le personificazioni della Fede, della Speranza e della Carità; sulla volta, la Tomba vuota della sepoltura di Maria, la sua Assunzione, la sua Incoronazione ed Angeli musicanti.
L’abside laterale sinistra reca sulla volta il Trionfo della Fede, sulle pareti figure di sante e l’Adorazione dei Magi; sulla volta della corrispondente abside di destra compare la Trinità con Angeli, mentre sulle pareti l’Ascensione di Cristo e figure di sante.
Le due eleganti tribune che accolgono i due organi contrapposti sono del 1766, opera del Moncalvese Bartolomeo Varale. L’antico organo del Grisante, deterioratosi nel 1844, fu sostituito da uno più poderoso dei fratelli Serassi di Bergamo, e posto sulla tribuna lato sud. Il concerto di sette campane risale al 1844 ed è opera dei fratelli Barigozzi.
All’interno della “cripta dei vescovi”, c’è la pietra tombale del vescovo Arnaldo de Rosette, coronata dallo schema della cattedrale così come, si dice, l’immaginò il vescovo francese, senza peraltro vederla ultimata quando, nel 1348, se lo portò via la morte di peste nera.
La Cattedrale di Asti custodisce anche il famoso “tesoro della cattedrale” (oggetti di grande pregio tra cui un ostensorio gotico del 1446).
Nell’antisacrestia, cui si accede attraverso l’abside della Cappella della Madonnina, trovano posto alcuni dipinti di scuola piemontese dal XVI al XIX secolo, tra cui:
• “Gesù confortato dagli Angeli”, attribuito ad Orsola Maddalena Caccia;
• Il “Compianto sul Cristo morto”, di Gandolfino da Roreto (1510 ca.);
• La “Presentazione di Gesù al Tempio”, attribuito a Giovanni Carlo Aliberti;
• La “Madonna con i Santi Crispino e Crispiniano”, del XVIII secolo, circondata da una splendida cornice coeva in legno intagliato e dorato.
Nel medesimo vano, sulla parete di fondo, è collocata la lapide in marmo a ricordo dei lavori compiuti nell’area presbiteriale sotto il vescovato di monsignor Milliavacca, nel 1696, e qui trasferita in seguito all’intervento vittoniano del 1764. La sacrestia dei canonici, ricostruita a partire dal 1823, si presenta come un’ampia sala con volta a padiglione, in cui è contenuto un ricco arredo ligneo eseguito dal minusiere Giovanni Ivaldi tra il 1823 e il 1825. Sempre in questa sala è contenuta la pala dell’Epifania di Francesco Da Ponte, detto il Bassanino, dipinta dopo il 1580, ed un piccolo organo di Liborio Grisanti del 1759, entro una cassa barocca elegantemente ornata. Da segnalare, inoltre, le ante d’organo del 1517 ca., attribuite a Francesco Casella e raffiguranti l’Adorazione dei Magi e l’Adorazione dei Pastori. L’attigua sala quadrangolare, un tempo sacrestia dei cappellani, offre un interessante esempio di integrazione ottocentesca compiuta su un arredo barocco, realizzata probabilmente attorno al 1823. La Sala Capitolare, con volta a padiglione, fu costruita nel 1765-1766 su progetto dell’ingegnere Giovanni Peruzzi: al suo interno, l’arredo del l784-1786 in stile Luigi XVI, disegnato da Bartolomeo Varale, eseguito dal minusiere Benedetto Torchio. Gli affreschi coevi furono affidati a Rocco Comaneddi, che dipinse le Tre Virtù Teologali, e a Gaetano Perego, che realizzò le quadrature e le finte finestre. Sull’altare è collocata una tra le più importanti opere di Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo, raffigurante la Resurrezione di Gesù Cristo (1608-1613).
I chiostri della cattedrale, di cui rimangono alcuni resti sul fianco nord della chiesa, furono costruiti nell’899 d.C. dal Vescovo Staurace: un tempo molto più ampi, erano il luogo di residenza dei canonici, e all’interno dell’area che essi delimitavano si svolgevano attività assistenziali per i poveri e gli infermi ricoverati nell’Ospedale del Duomo, e di istruzione per i giovani che si avviavano alla carriera ecclesiastica. Il complesso attuale presenta una parte più antica, probabilmente del IX secolo, costituita dai primi tre archi tondi, ed una più recente, del XIV secolo, costituita dalla parte sopraelevata e da quanto rimane dopo il terzo arco a nord. All’estremità dei chiostri è situata la torre di Santo Stefano, edificio quadrangolare la cui struttura fondamentale, risalente all’epoca paleocristiana (VI-VII secolo d.C.), ospitava forse un antico battistero. Spesso ricordata in documenti medievali come “torretta”, fu a lungo utilizzata come abitazione da parte dei canonici. Nel XV secolo la torretta venne trasformata in una cappella intitolata a Santo Stefano grazie all’intervento dell’Arcidiacono Giacomo De Gentis.
Al suo interno, la volta gotica reca al centro lo stemma del De Gentis con le tre ghiande, mentre una scritta sulla parete nord, in parte ancora leggibile all’inizio del XIX secolo, riportava il nome dell’arcidiacono accanto a quello del vescovo Baudone Roero. La costruzione venne successivamente divisa in più piani e utilizzata come deposito per il grano e ripostiglio, per essere poi nuovamente impiegata come abitazione. Nel 1938, in seguito ad alcuni interventi di restauro, l’edificio venne riportato all’antico splendore, ospitando per alcuni anni il fonte battesimale quattrocentesco del De Gentis, ora custodito all’interno della cattedrale.
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