l paese di Scurzolengo, è luogo di origine germanica sorto nei secoli compresi tra il V e il IV in un'area di profonda romanizzazione.
Al centro del paese, a dominare la piazza principale, sorge la massiccia mole bastionata, comprendente il castello, la chiesa e la canonica in un unico imponente blocco.
Le sue origini risalgono al momento dell'occupazione germanica, ma le prime notizie rimaste appartengono al X secolo. Fin dal 950 d. C. infatti un personaggio di nome Pietro che si dichiara figlio del fu Pedreverto “de loco Scrizelengo” compare fra gli uomini che controllano l'estensione dei beni pervenuti alla Chiesa di Asti con una permuta. Stretti legami dovevano intercorrere in quegli anni fra i vescovi d'Asti, che proprio allora rafforzavano la loro potenza politica nella città di Asti e nel territorio, e la zona di Scurzolengo: nel 953 d.C. infatti il vescovo Bruningo, alla presenza del medesimo personaggio sopra ricordato, fa una permuta di beni della chiesa, siti parte “in fine de villa Scrizelengo”, parte “in fine de villa Veciano”. Quest'ultima località, certamente di origine romana, è da tempo scomparsa, ma doveva sorgere nell'attuale territorio comunale di Scurzolengo, poiché compare ancora nei catasti settecenteschi di tale comunità.
“Locus” o “villa” viene detto indifferentemente in questi anni Scurzolengo, per indicare la presenza di un centro abitato: a tali determinazioni, molto presto, cioè trent' anni dopo, sarà aggiunta quella di “castrum”. Nel 986 d.C. il diacono Uberto, professante la legge romana che, nonostante le invasioni, era ancora rimasta notevolmente diffusa nel territorio, dona alla Chiesa di Asti la sua porzione “de castro quod positum est in loco et fundo Scrizelengo”. Molte domande sorgono spontanee di fronte a un atto che per la sua antichità e rarità assume una posizione di grande rilievo nella documentazione astigiana: quando e da chi fu edificato il castello, che diritti vi esercitava il diacono Uberto? Sono domande, è evidente, alle quali è impossibile dare una risposta sicura. Possiamo trovarci di fronte a un'antica fortezza pubblica, come può trattarsi di un'iniziativa privata, da collegare con il timore incusso dalle invasioni ungare e saracene nella prima metà del X secolo. Di certo il diacono Uberto ne è il padrone, anche se è ancora presto per pensare a una completa signoria locale. Come padrone, infatti, dispone di una terza parte del castello di Scurzolengo e di metà della cappella dei SS. Andrea e Cristoforo con l'annesso cimitero, a tutto ciò si aggiungono poi 4 iugeri di terreno coltivato, 3 cascine e torchi, il tutto sul territorio di Scurzolengo. Le donazioni di un terzo del castello fa pensare ad uno o due altri proprietari delle restanti parti e nel contempo consente un tentativo di ricostruzione dell'intera superficie occupata dal “castrum”. Il diacono Uberto, infatti, specifica che la sua porzione di castello e cappella ammonta a 54 tavole e confina da una parte con le terre degli eredi di un certo Aldo o Aldono, dall'altra da sulla pubblica via e per la terza dà sull'ingresso che congiunge la porta alla strada pubblica.
Appare così, a differenza delle generiche indicazioni caratteristiche delle carte di questi tempi, un puntuale riferimento ad elementi considerati all'interno del castello. Si ripropone in questo modo il dilemma, a lungo e tuttora dibattuto dalla storiografia, se col termine “castrum” si indicasse una fortezza isolata o un centro abitato circondato da mura. Vediamo ora con un confronto sui siti attuali a quali proposte possiamo giungere sulla base documentaria. Si può anzitutto ritenere con fondamento che il sito del “castrum” altomedievale corrisponda a quello attualmente occupato dal castello e dalle sue adiacenze: ne sono prova la persistenza della chiesa dedicata a Sant'Andrea, ricordata come antica e posta nel ricetto fin dalle visite pastorali cinquecentesche, e la notizia dell'esistenza del suo cimitero, sul luogo dove oggi sorge la casa parrocchiale. Nulla vieta perciò di pensare che anche l'edificio attuale del castello, risalente nelle sue parti più antiche almeno al Trecento, sorga sulla base della fortificazione del X secolo. In base alle misure date dal diacono Uberto possiamo ritenere che complessivamente il “castrum” coprisse 170 tavole longobarde, corrispondenti a circa 4700 metri quadrati: anche a una superficiale osservazione del sito appare che tale dimensione non può abbracciare soltanto gli attuali edifici del castello e della chiesa, ma si allarga a tutta l'area definita “ricetto” o recinto, compresa all'interno delle bastionature. La presenza di chiesa e cimitero confermano la prima impressione e l'accenno alla “via publica” all'interno della porta suggerisce un’articolazione degli spazi compresi fra le mura, così come si possono ancora osservare in un disegno settecentesco rappresentante il recinto in parte circondato dal fosso, collegato da un ponte levatoio e controllato da un portone d'accesso che si apriva a est della chiesa. Si direbbe pertanto che per Scurzolengo il termine “castrum” voglia significare “villaggio fortificato”, comprendente chiesa, casaforte, cimitero e altre abitazioni.
Ancora nel 1036 compare il castello di Scurzolengo come luogo di stipulazione di un documento di compra-vendita fra due privati, ma nessun chiarimento getta sul nostro problema benché compaia come autore un Uberto, figlio del fu Aldo di legge longobarda, nel quale ultimo si potrebbe forse individuare il medesimo Aldo che compariva come comproprietario del castello nel 986 d.C.
Il “castrum” dunque rappresentava il centro abitato più elevato del “locus” di Scurzolengo, distinto da esso, che si estendeva invece verso levante e aveva forse il suo punto focale attorno all'antica chiesa di San Lorenzo di Montasca, attestata già nel 1185, su un'altura non fortificata non molto lontano dal recinto. Tale chiesa, in origine parrocchiale, decadde poi col decadere del piccolo agglomerato, che subì l'attrazione del castello, e venne unita con quella di Sant'Andrea nel 1625.
Sebbene pervenuto in parte nel possesso della chiesa astigiana, il castello di Scurzolengo non compare mai fra i beni espressamente ricordati, forse perché la presenza di altri comproprietari impedì al vescovo un reale controllo del luogo fortificato. Con l'affermarsi del Comune d'Asti Scurzolengo compare invece fin dalla concessione del Barbarossa del 1159 come una della “ville” sulle quali gli Astigiani erano soliti esercitare la giurisdizione, come viene confermato per il 1190 dall'elenco delle località dipendenti da Asti compilato dal cronista astese Ogerio Alfieri.
Entrato molto presto a far parte del territorio sotto il diretto controllo di Asti, l'antico villaggio fortificato subì degli interventi comunali, volti a garantire una miglior difesa. Se pure nel X secolo, all'interno delle mura del recinto, era esistita una qualche casaforte, fu certo per iniziativa del comune che sul sito in cui oggi sorge il castello venne edificata una più solida opera militare, via via rinforzata nel corso del tempo.
Si direbbe dunque che, data la diretta ingerenza del comune sul villaggio, la fortezza, come anche quella di Castell'Alfero, non si debba all'iniziativa di un signore, ma ad Asti stessa. D'altro canto, nelle carte rimaste non è mai attestata la presenza di una famiglia signorile di Scurzolengo, benché non manchino informazioni su personaggi provenienti dal luogo, molto attivi tra XII e XIII secolo.
Alla vivace attività economica degli abitanti faceva riscontro un particolare interesse politico della Città d'Asti per il territorio di Scurzolengo, posto, insieme con quello di Castell'Alfero e di “Grixanum”, oggi Angrisana a nord di Portacomaro, nella “zona calda” del confine col marchese di Monferrato. Già una prima convenzione fra il marchese Guglielmo e il Comune di Asti del 1183 riconosceva ad Asti una concessione fatta dal Barbarossa relativa al possesso di Scurzolengo, ma nel 1199 il marchese Bonifacio rigettava i patti stipulati dal padre e avanzava presso il comune formale richiesta di restituzione di Scurzolengo “cum tota curte et iurisdictione” e di Portacomaro. Ma Asti non cedette e quasi un secolo dopo, nel 1288, fece verificare i confini tra la giurisdizione comunale e quella marchionale, concludendo che il limite passava a nord del villaggio, che restava in questo modo compreso con tutto il suo territorio nel distretto astese. In quegli anni intanto a Scurzolengo si era formato un comune che, sotto il controllo di Asti, si amministrava autonomo da ingerenze signorili, con propri statuti.
Alle dirette dipendenze della città il comune di Scurzolengo compare ancora nel 1386, nella dote di Valentina Visconti, dove viene ricordato come “villa” ben popolata “et causa”, cioè difesa da mura, facente parte del “capitanato d'Asti”, circoscrizione amministrativa comprendente i luoghi soggetti immediatamente alla città. A questo secolo risale con ogni probabilità la struttura del castello nelle forme attuali, come denunciano le bifore sopravvissute, il fregio che corre sotto l'accenno di merlatura ghibellina, sulla quale poggia il tetto, le feritoie e la robusta scarpa che sorregge l'edificio.
La solidità dell'edificio trecentesco doveva dare buona prova di sé nel secolo successivo, quando l'intero territorio astigiano, durante la prigionia di Carlo d'Orléans, venne travolto dalla violenza delle compagnie di ventura. Quattro di esse, in particolare, infestarono, secondo il De Canis, la nostra zona. Erano comandate da Giorgio Valperga, Giovanni Turco, Bonarello da Ponzone e il Milanese Oppicino Olgiate. Nell'autunno 1414 piombarono su Scurzolengo; il villaggio riuscì a resistere fino a quando il comandante di Asti, Ludovico Montegaudio, sopraggiunto con una buona forza di soldati, obbligò gli assalitori a ritirarsi, i quali, ciò nonostante, lasciarono le tracce della loro barbarie e Scurzolengo subì considerevoli danni. Durante il XVII secolo Scurzolengo fu nuovamente afflitto da saccheggi, in occasione della guerra del Monferrato, e in questi frangenti furono atterrate le mura che cingevano il ricetto.
Lo stretto legame fra la Città di Asti e il paese durò fino al passaggio della contea astigiana sotto i Savoia. Nel dicembre del 1618 infatti il duca Carlo Emanuele I smembrava Scurzolengo dal capoluogo, infeudandolo insieme con Migliandolo e Castiglione al presidente del senato di Nizza e di Torino Cesare Pergamo di Alba, dopo che era stato acquistato per 200 ducatoni dal padre Pietrino.
All'acquisto dei Pergamo il castello presentava due parti: una antica, che è quella a ovest, e una nuova, edificata nel Cinquecento, dalla maestosa facciata rinascimentale comunicante con la precedente mediante un sotterraneo ricavato al di sotto della chiesa di Sant'Andrea, che rimaneva in tal modo compresa fra i due corpi. Col passaggio ai Pergamo l'articolato complesso venne rimodernato, furono aperti nuovi accessi e l'interno trasformato in ampie sale decorate dagli stemmi della famiglia. Anche l'antica chiesa di Sant'Andrea, più volte ingrandita e alla quale era stato aggiunto a spese della comunità un campanile, venne a far parte del castello e come chiesa signorile è ricordata in una visita pastorale del 1696 che ne impone al castellano la manutenzione.
Durante il XVII secolo i Pergamo vennero reinvestiti tre volte: Cesare nel 1635, i figli Petrino e Giovanni Tommaso nel 1647 e il nipote Cesare nel 1670. Ma dopo tre generazioni, forse per un dissesto economico della famiglia, furono costretti ad alienare castello e feudo che nel 1703 furono acquistati dal medico astigiano Niccolò Cotti. Alla sua investitura, l'anno successivo, fu sospeso il titolo comitale al feudo, in quanto affidato ad un borghese: soltanto nel 1724 il figlio Leonardo con l'acquisto del castello di Ceres richiese e ottenne il titolo di conte. Per Scurzolengo, tuttavia, non venne applicato e nel 1758 Emanuele, figlio di Leonardo, ne viene reinvestito come signore.
Al tempo di questi feudatari avvenne probabilmente la cessione dell'ala meridionale del complesso edilizio alla parrocchia che, ampliato il sito con l'acquisto di parte del ripaggio, fece edificare a lato della chiesa di Sant'Andrea la nuova casa parrocchiale.
I Cotti di Ceres erano famiglia dalle notevoli capacità economiche, poiché nello stesso torno di tempo in cui acquistarono Scurzolengo vennero in possesso ad Asti del palazzo e della torre dei Ponte di Lombriasco, in Via San Martino: per il riadattamento di questi edifici ricorsero al noto architetto Benedetto Alfieri che progettò l'elegante facciata tuttora esistente.
L'ultimo esponente dei signori di Scurzolengo fu il conte Federico Cotti nato nel 1819 e poi trasferitosi ad Asti, dove si dedicò ad opere di beneficenza come viene ricordato dal monumento eretto in suo onore dall'ospedale di Asti in Piazza Santa Maria Nuova. Alla sua morte, avvenuta in Asti nel 1849, il castello fu venduto a un certo Giuseppe Bossotti, dagli eredi del quale passò nel 1907 a Giuseppina Gado. Sul finire del secolo gli eredi Bossotti che abitavano nel castello affittavano al comune alcune sale per uso scolastico. Dai Gado pervenne poi ai Poncini, antica famiglia del luogo, che nel 1917 furono in trattative col comune di Scurzolengo che intendeva acquistare il castello per installarvi la sede municipale e le scuole pubbliche. Ma le esigenze dei due enti non potevano essere soddisfatte dal vetusto caseggiato, avente vani interni senza regolarità e inadatti per gli scopi richiesti. La proprietà rimase dunque ai Poncini che negli ultimi quarant'anni lottizzarono l'antico edificio, ormai internamente del tutto trasformato, e lo alienarono ai parecchi proprietari attuali.
Ridotto a casa d'abitazione condominiale e trasformato in canonica nella parte meridionale, tuttavia il castello di Scurzolengo suscita ancor oggi una notevole impressione. Come scrive il Vergano: “arrivando sulla piazza che è dominata dalla sua mole oscura, si ha la sensazione di essere di fronte a qualche cosa di veramente plurisecolare, che incute rispetto quale testimone di eventi ormai lontanissimi, che si lascia guardare, ma sdegnosamente”.
Le tre costruzioni oggi distinte della canonica, della chiesa con il campanile e del castello vero e proprio appaiono come un unico blocco poggiante su una muraglia altissima, oscuro, minaccioso, appena alleggerito dalle finestre aperte nel suo fianco da rimaneggiamenti successivi. La parte più antica si innalza dalla piazza con quattro ordini di finestre, coronati dal fregio di merli ghibellini, forse un tempo svettanti alla sommità dell'edificio prima della costruzione del tetto. Fra il secondo e il terzo dei piani attuali corre la linea di demarcazione fra il fuoriterra e la poderosa scarpa direttamente inserita nel tufo della collina. In parallelo, sotto il giro dei merli, compare un fregio in cotto, ripreso anche dalla struttura che sorregge la chiesa e la canonica. Monofore e feritoie anguste si dispongono senza ordine sulle muraglie. La chiesa, stretta fra le due parti dell'edificio, sembra stranamente minuta, ma al suo fianco si alza il massiccio campanile cinquecentesco che sopravanza le strutture degli edifici.
L'impressione di mole incombente che si riceve dal lato verso la piazza scompare invece quando si guarda l'edificio dalla parte opposta. La differenza è così brusca che quasi non si può comprendere come si tratti della medesima struttura. L'edificio propriamente trecentesco appare infatti poco più che una casa rurale, la moderna facciata della chiesa tende a porsi come punto focale del complesso, alla quale si affianca la costruzione barocca della canonica.
Questo strano castello “double-face” conserva intatto il suo fascino solamente su un lato, che è però sufficiente a qualificarlo quale testimonianza di un'epoca bellicosa.

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