Immagine tratta dal libro "Le miniature del Codex Astensis", Comune di Asti - Fondazione C.R.A. 2002
Castello di San Marzano Oliveto "Codex Astensis"
 

elle origini di San Marzano Oliveto sappiamo ben poco e, benché nel suo territorio siano stati rinvenuti resti attestanti l'insediamento di coloni in età romana, la sua storia in realtà incomincia con l'affermarsi dei signori che edificarono il castello.
Fin dal sorgere del suo castello, molto probabilmente, San Marzano dipese dal potente consortile dei signori di Canelli. Sono infatti Alberto e il padre Ansaldo “de Canelio” che nel 1189, svolgendo una politica di vaste alleanze con enti ecclesiastici e potenze regionali, donano al vescovo d'Asti Guglielmo tutto ciò che possiedono “in castris et in villis” di San Marzano e di Monticello, per poi riprenderlo in feudo. Tale dipendenza, pur con l'alternarsi di signori in Canelli, perdurerà molto a lungo e il castello di San Marzano seguirà inevitabilmente le sorti del consortile, di cui facevano parte anche i castelli di Moasca, Sessame, Soirano, Garbazzola, Calamandrana e Loazzolo.
A cavallo del XII secolo, tutta la valle del Belbo è coinvolta nel conflitto che vede contrapposti il marchese di Monferrato e il Comune di Asti con l'alleata Alessandria. Nel 1198 i consoli di Canelli e del suo consortile, a nome degli “homines” e dei loro “domini”, stringono alleanza con le due città, garantendo loro aiuto militare e libero transito per le strade dirette al mare. Le mire di Asti non si limitano però ad una semplice alleanza militare, di comune accordo con la città alleata, ma abbracciano un più saldo controllo della zona, ai danni anche di Alessandria. Nel 1199 gli Astigiani stringono alleanza con Vinchio, i cui abitanti nel 1202 entrano a far parte della cittadinanza; nello stesso anno, in maniera analoga, si comportano gli abitanti di Calosso, i cui signori sono sollecitati a cedere ad Asti quote di giurisdizione sul castello.
In questo iniziale momento di convergenza su Asti anche un signore di San Marzano, Nicola Greco di Canelli, dona nel 1200 la sua parte di diritti al comune, ricevendoli subito in feudo: anche gli uomini della “villa” da lui dipendenti, in tutto sei famiglie, prestano giuramento di fedeltà al comune astigiano. La politica palesemente espansionistica di Asti ben presto scontenta gli Alessandrini che, a loro volta, tendono a stringere alleanze separate coi signori del Belbo fino a porsi in posizione di aperto contrasto con Asti.
Stretti fra i maggiori contendenti regionali, forse già fin dai primi anni del XIII secolo, i signori e le comunità di questa area si erano raccolti in un consorzio, geograficamente più vasto del primitivo consortile di Canelli, anche se politicamente più labile, denominato, probabilmente dall'indicazione del territorio soggetto in gran parte alla diocesi di Acqui, “consorzio dell'Acquosana”. Di questa alleanza territoriale fanno parte, oltre alle terre dipendenti dai signori di Canelli, anche Agliano, Vinchio, Masio, Alice e i luoghi scomparsi di Lanerio e Lintignano, presso Nizza Monferrato. Nel 1203, raccolti nell'antica chiesa di San Giovanni “de Conchis”, i tre rappresentanti del consorzio, denominati consoli ad imitazione delle magistrature urbane, cedono a nome di tutti i consociati i propri diritti agli ambasciatori di Alessandria, assumendo la cittadinanza di questo comune.
Per Asti è un grave colpo, che rischia di pregiudicare la sicurezza del traffico con la Liguria, ma per oltre un decennio, dopo la sconfitta monferrina del 1206, il comune astese non riuscirà a recuperare le posizioni perdute nella valle del Belbo. L'occasione buona, infatti, si presenta solo nel 1217, quando sotto le sollecitazioni astigiane l'intero consortile di Canelli, venuto meno ormai il consorzio dell'Acquosana, passa quasi in blocco alle dipendenze del Comune di Asti, per la vendita fatta da Enrico Semplice e da Enrico Mastorchio, a nome di tutti i consociati, di tutti i diritti posseduti nei vari castelli.
Per San Marzano il trapasso ufficiale dei poteri avviene il 19 dicembre: Alberto Corbellario, i figli di Alberto di Canelli, già donatore al vescovo d'Asti nel 1189, Manfredo Lambrusco, Giacomo Gamba e Sivoleto di Lanerio cedono il possesso materiale del castello e del villaggio al “clavarius” comunale, che in segno di presa di potere fa innalzare sul campanile di San Marzano il “vexilum communis Astensis”. L'anno successivo anche Corrado “de Magliano” e gli Ardanesio, ugualmente signori di San Marzano e del consortile di Canelli, immettono il rappresentante del comune nel possesso materiale del castello. Nonostante tutto, però, l'adesione ad Asti non è unanime, poiché alcuni membri di famiglie consorti, fra le quali proprio i Corbellario e gli Ardanesio, lo stesso anno fanno analoga cessione dei diritti sul consortile al comune di Alessandria.
Il condominio Asti-Alessandria in questa area era nuovamente destinato ad essere di breve durata: nel 1223 i due comuni pervengono ad un arbitrato, tramite l'intervento di Milano, che sancisce lo “status quo”; nel 1225 Asti apre le ostilità ma è duramente sconfitta a Calamandrana; nel 1227 un nuovo arbitrato stabilisce lungo il Borbore la linea di confine tra i due comuni: San Marzano, con Calosso, Castelnuovo Calcea, Agliano, Lanerio, Vinchio e Moasca, viene definitivamente ad Asti, ma Canelli, centro estremamente importante, resta ad Alessandria.
Negli anni seguenti ad Asti non rimane che completare l'acquisizione di diritti in San Marzano, operazione che compie ancora nel 1250. Un documento di vendita di quest'anno ci consente di cogliere l'articolazione della consignoria su San Marzano.
In tale data infatti il “dominus” Guglielmo Sivoleto e altri minori signori cedono le loro quote di San Marzano al comune: dalle indicazioni della vendita appare che il castello in origine era diviso in terzieri, due dei quali appartenevano ai signori di Canelli e uno a quelli di Lanerio; successivamente la parte dei Lanerio venne suddivisa in sesti, distribuiti fra i “de Magliano”, gli Ardanesio, entrambi già presenti nel 1218, i Carena e Sivoleto, confluiti poi tutti nel comune astigiano.
Con ogni probabilità da allora Asti tenne San Marzano tramite un suo funzionario che espletava l'ufficio di castellano, come accadeva a Canelli. Soltanto l’11 maggio del 1333, il comune lo alienò all'importante famiglia dei Solaro, nelle persone di Giovanni, Ainaldo e Domenico. Prima di tale data, però, il castello dovette subire le violenze che la guerra civile fra guelfi e ghibellini aveva provocato nel territorio: non manca infatti una tradizione che vuole il suo castello assediato, saccheggiato e incendiato, attorno al 1308, nel momento cioè dell'assedio e distruzione del vicino castello di Moasca. In tal caso si dovrebbe pensare a una presenza ghibellina a San Marzano nei primi anni del XIV secolo, soppiantata definitivamente nel 1333 con l'insediamento della maggiore famiglia guelfa di Asti, appunto i Solaro.
Tale presenza ghibellina può forse essere identificata con quella degli Asinari, che ne saranno più tardi investiti, se fosse verificabile la notizia, offerta dall'Incisa di Camerana, che fin dal 1285 Bonifacio Asinari abbia acquistato dal Comune di Asti parte del castello di San Marzano. Certamente alla metà del Trecento San Marzano era in mano degli Asinari, signori anche di Costigliole d’Asti, Moasca, Canelli e altre località limitrofe: nel 1382, infatti, insieme con altri cittadini di Asti contrari ai Visconti, Antonio Asinari offre la signoria sulla città e distretto d'Asti ad Amedeo VI di Savoia, dal quale riceve l'investitura di tutti i suoi feudi, fra i quali compare San Marzano.
Fu forse per opera degli Asinari che il castello assunse le caratteristiche che sono sopravvissute fino ad oggi, rappresentate dalle massicce quattro torri angolari quadrate, una delle quali è ancora munita di caditoie. La raffigurazione che invece ne dà il “Codex Astensis” è molto generica e di scarsa attendibilità, poiché rappresenta semplicemente una cortina merlata, affiancata da una torre cilindrica. Nel corso del secolo successivo attorno a San Marzano ruotarono interessi diversi e almeno due volte gli Asinari corsero il rischio di perdere il castello, dapprima per le mire dei marchesi d'Incisa e poi per il tentativo d'occupazione compiuto dalle compagnie di ventura dei capitani Giorgio di Valperga, Bonarello da Ponzone e Giovanni Turco che vennero però allontanate per il sollecito intervento del governatore d'Asti Lodovico di Montegaudio.
Marco Asinari, cadendo in disgrazia presso il duca di Savoia Carlo Emanuele I, gli confiscò il feudo di San Marzano e venne assegnato nel 1616 a Guido Aldobrandino di Biandrate e di San Giorgio, che lo tenne fino all'annullamento della confisca, avvenuto nel 1655.
Nel lasso di tempo compreso fra la confisca e la restituzione, il castello di San Marzano fu coinvolto nelle vicende della guerra del Monferrato, succeduta alla morte del duca Francesco Gonzaga. Carlo Emanuele di Savoia, infatti, nel 1613 conquistava le piazzeforti monferrine di Alba, Trino e Moncalvo; la Spagna, dapprima incerta, intimò nel 1614 al duca di Savoia di disarmare completamente, ma l'intimazione fu respinta e il duca restituì all'ambasciatore spagnolo il collare del “Toson d'oro”, massima decorazione cavalleresca spagnola. La guerra si sviluppò con vario successo e, dopo un vano tentativo di dare esecuzione a un primo trattato di pace stipulato ad Asti nel 1615, continuarono le ostilità.
Nell'ottobre del 1616 Canelli cadde in mano degli Spagnoli e divenne il caposaldo delle azioni militari contro i castelli vicini. Anche San Marzano fu occupato dalle truppe anti-sabaude comandate dal marchese di Mortara, che vi rimasero fino alla distruzione del castello di Canelli, avvenuta nella primavera dell'anno successivo. Ben più grave danno dovevano però causare gli stessi Spagnoli nel 1625, quando ritirandosi verso Pontestura incendiarono ad alcuni luoghi, fra i quali vi erano Quarto, Montegrosso e San Marzano.
Quando il castello di San Marzano nel 1655 torno agli Asinari non doveva certo essere in buono stato, dopo tutti gli accidenti sofferti e va attribuito a quel momento il restauro e la trasformazione della fortezza in comodo palazzo di campagna. La nuova signora di San Marzano fu Margherita, figlia di Lodovico, ma ne venne investito il marito, Francesco dal Pozzo. Successivamente il feudo passò a Federico Asinari, marchese di Spigno, ma alla sua morte sorse una lite per la successione. Per patto di famiglia fu poi assegnato a Ottavio Asinari, che ne veniva investito nel 1674.
Ad Ottavio, che aveva eretto in primogenitura il feudo di San Marzano, successe il figlio Roberto, fratello del generale di Vittorio Amedeo II, Cesare Asinari. Fu proprio il figlio di Cesare a ricevere nel 1741 l'investitura di San Marzano, riconfermato nel 1771 con titolo marchionale: si trattava del marchese Filippo Valentino, anch’egli generale, comandante delle guardie del corpo, aiutante di campo del re, governatore di Nizza e di Torino, noto per essere stato ambasciatore sardo a Madrid nel 1750.
Alla metà dell’800 il castello di San Marzano passò in altre mani e quando il Gonin, alla metà dello stesso secolo, lo riprodusse apparteneva a un certo Bartolomeo Parodi. Dell'antica fortezza medievale restavano i torrioni, mentre da tempo era scomparso il ponte levatoio per il quale si accedeva ad essa. Attualmente è posseduto dalla famiglia Braga.
Il castello di San Marzano Oliveto appare già in lontananza come una grande massa, ma salendo per la ripida strada che arriva ai bastioni e girandovi intorno ci si rende conto delle effettive enormi dimensioni della cinta che praticamente circonda la sommità del colle.
Il complesso si presenta dal punto di vista tipologico piuttosto interessante e riunisce in se le caratteristiche ancora della fortezza e della dimora signorile.
La cinta muraria che sorregge il giardino ed il terrapieno posta a nord della costruzione è stata ricostruita in gusto “medioevale”; con eccessivo sfoggio di particolari decorativi, con una profusione di merli, di cornici in cotto, di archi a sesto acuto, di coronamenti pronunciati si è cercato di rifare ciò che era stato abbattuto, con effetto più scenografico che di aderenza agli antichi canoni costruttivi. Al castello vero e proprio si accede dal lato sud per una stradina acciottolata che conduce all'ingresso, fiancheggiato da una tozza torre quattrocentesca, coronata di caditoie. E’ questa una delle quattro torri angolari, tuttora esistenti, sulle quali si aprono finestre e feritoie. Le fiancate dell'edificio sono munite di scarpa non molto pronunciata e presentano tre ordini di piani fuori terra, privi delle consuete decorazioni in cotto. Varcata la soglia si accede all'ampio giardino ricavato sulla bastionatura, da dove si gode il pittoresco panorama della vallata. A sinistra sorge un edificio porticato, aggiunto alla costruzione originaria nell’800 imitando, come nel recinto esterno, lo stile medievale. Il castello vero e proprio che sorge sulla destra conserva ancora l'impianto originale, anche se il portale è stato restaurato nel 1884. Nell'atrio, da dove si diparte lo scalone per il piano superiore, è degno di nota l'antico pozzo di acqua viva. Fra le varie stanze è da notare quella comunicante col salone, per la presenza di un monumentale camino sormontato dallo stemma degli Asinari, oggi però ridotto alla sola cornice.

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Castello di San Marzano Oliveto