
e memorie del Comune di San Martino Alfieri risalgono a data remota e sono collegate alla storia di Asti.
Nel X secolo esistevano già i castelli di Govone, Magliano, Celle e di Revigliasco; e successivamente venne edificato quello di San Martino.
Come indica il toponimo stesso, San Martino fu in origine una semplice chiesa, attorno alla quale si sviluppò un centro abitato. E impossibile però stabilire l'età di fondazione dell'ente ecclesiastico, ma certo non si sbaglia nel collocarla all'epoca della discesa dei Franchi di Carlomagno, per la grande diffusione che tale popolazione diede nel nostro territorio al culto del santo di Tours, da loro particolarmente venerato.
La prima attestazione che sicuramente si riferisce alla località di San Martino è del 1029 e riguarda un particolare contratto stipulato fra il vescovo d'Asti e un gruppo di uomini “abitatores in loco Sancte Martine”. In questo periodo il vescovo di Asti era notevolmente potente in questo territorio, dove possedeva il forte castello di Govone e controllava parecchie altre località. Anche a San Martino, dunque, aveva dei possessi fondiari e gli uomini che risiedevano su di essi e li lavoravano erano regolati dal diritto consuetudinario. Nel 1029 sei uomini di San Martino, fra i quali un prete e un diacono, si trasferiscono nella vicina località di Montaldo, fra San Martino e Govone, per dissodare e mettere a frutto altri terreni vescovili: richiedono però di godere anche nel nuovo “locus” delle “consuetudines” di San Martino e, in cambio, si impegnano a consegnare al vescovo certe quantità di grano, di vino e di fieno prodotti a Montaldo.
La continuità del possesso vescovile in San Martino è confermata da un successivo documento: si tratta questa volta di una donazione effettuata nel 1056 dal vescovo Girelmo a favore dell'abbazia di Sant'Anastasio d'Asti, comprendente la chiesa di San Giorgio “de Casallo” e due mansi con le rispettive decime, “que sunt in territorio Sancti Martini”. La chiesa corrisponde forse all'attuale Bric San Giorgio, poco lontano dalla frazione Casà, in territorio di San Martino Alfieri, e la presenza di “mansi”, cioè di aziende agrarie date in concessione ad agricoltori contro il pagamento di un canone annuo, dimostra la notevole presenza fondiaria della chiesa astigiana.
L'autorità del vescovo nel territorio di San Martino non sembra essersi limitata al solo possesso fondiario, ma si concretizzò nel controllo politico della località, connesso con la presenza di un castello. Il castello di San Martino compare nelle carte soltanto nel 1225, ma è molto probabile che la sua edificazione risalga a parecchio tempo addietro e, data la vicinanza con Govone e la presenza di beni della chiesa in San Martino, vada riferita all'iniziativa del vescovo o della sua clientela. Il castello di San Martino non compare mai fra i possessi vescovili, ne nel 1041 né nel 1153 né fra le investiture del 1237 e del 1349, ma il fatto stesso che la località sia a lungo rimasta indicata come “San Martino di Govone” e che abbia avuto signori comuni può suggerire che fosse considerata come appendice del maggior territorio di Govone. Così è infatti ritenuto dagli storici i quali affermano che di San Martino furono investiti dal vescovo d'Asti i signori di Govone e i Solaro, essi pure feudatari di Govone.
In relazioni fra San Martino e la chiesa d'Asti rimangono notizie nel 1225 e nel 1238: il primo documento riguarda la cessione di diritti fatti da certi Guglielmo e Giacomo “de Soirano” ai canonici di Asti su un sedime posto all'interno del “castrum”, “in platea”; il secondo è un contratto di colonia fra i canonici e un abitante del luogo, relativo ad una piazza, sita “iuxta castrum” e alle coerenze del “fossatum ville”. Dalle due carte si può rilevare che non c’è coincidenza in questo caso fra castello e “villa”, anche se il castello appare di notevoli dimensioni, al punto di raccogliere nelle sue mura una piazza e proprietari diversi. Questa fortezza più antica sembra sorgesse su di un'altura davanti all'attuale palazzo, fatta spianare sul finire del Seicento, dominante dunque il borgo ad essa collegato.
Quali che fossero i possessori e i “domini” del castello di San Martino nel XIII secolo, certo nel periodo successivo furono completamente soppiantati dai Solaro che ne divennero gli unici signori. Appartenevano questi alla più illustre casata della Città d'Asti, signora anche del vicino Govone, e furono gli animatori del partito guelfo durante le sanguinose lotte che afflissero la città all'inizio del Trecento. La loro signoria su San Martino non subì interruzioni durante i travagliati passaggi della contea di Asti sotto i marchesi di Monferrato, i Visconti e gli Orlèans.
Il completo dominio dei Solaro su San Martino incominciò a venir meno solo dopo il passaggio di Asti sotto i Savoia. Nel 1603 Carlo Alberto Solaro vende una parte del feudo a Giorgio Andrea Busca della Rocchetta, nel 1648 un quarto passa a Franchino Prandi, confermato nel 1667; un'altra parte è alienata dai Solaro nel 1666 a Pietro Antonio De Villa e un quarto pervenne in eredità a Paolo Antonio Tacconis, figlio di Maria Solaro: questi però lo aliena al refendario Carlo Francesco Soldani nel 1657. Già nel 1615, tuttavia, il duca Carlo Emanuele I aveva donato a Urbano Alfieri, colonnello di cavalleria, la giurisdizione e i beni feudali di San Martino, spettanti a Pandolfo Solaro e ai suoi fratelli, caduti in disgrazia perché ribelli al duca, in cambio di una pensione assegnatagli in precedenza per gli eminenti servizi resi durante le guerre.
Anche gli Alfieri rappresentano un’antica e nobile famiglia astigiana, signora fra l'altro del vicino castello di Magliano, tenuto fin dal Trecento per conto del vescovo d'Asti. Con la donazione di Carlo Emanuele I gli Alfieri spostano i loro interessi su San Martino e a questa località resterà legato il nome di un ramo della famiglia fino alla sua estinzione.
Il feudo di San Martino, donato a Urbano Alfieri, era stato permutato dall'infelice Catalano nel 1668 con la giurisdizione di Magliano a favore di Cesare Alfieri, membro di un altro ramo dell'importante famiglia, che nel 1671 ne acquistò dai Solaro il restante quarto: con lui e con i suoi successori gli acquisti a San Martino continuarono fino al 1741. Dei suoi otto figli solo uno ebbe discendenza, Carlo Antonio Massimiliano che nel 1696 diede inizio alla costruzione del nuovo castello, in sostituzione dell'antica fortezza dei Solaro.
Racconta una “Notice” sugli Alfieri di San Martino, scritta in francese, che Carlo Massimiliano, vivendo da giovane a Torino, subì una considerevole perdita al gioco e dovette contrarre un debito per fare onore ai suoi impegni. Decise allora di abbandonare la città e trasferirsi a San Martino per mettere a frutto i suoi possedimenti e restituire il denaro avuto in prestito. Qui, “avec la bonne économie et son intelligence dans les affaires”, non solo riesce a pagare il debito, ma trova il modo di ingrandire i possedimenti e di far costruire l'attuale castello. L'elegante e robusto edificio fu eretto dal 1636 al 1721 su disegno dell'ingegner Bertola, nelle forme barocche dell'epoca, ingentilite dal rococò, ma con linee sobrie, senza sbalzi. Nel gran salone centrale al primo piano, sopra il busto del fondatore, l'iscrizione ricorda che, essendo distrutto l'antico castello di San Martino, Carlo Massimiliano fece edificare la nuova villa nei pressi delle rovine della precedente fortezza, abbassando la collina su cui sorgeva.
Alla scomparsa di Carlo Massimiliano, morto di gotta nel 1730 a sessantanove anni, gli succedette il figlio, Cesare Giustiniano, che dopo aver trascorso la giovinezza a San Martino completò la sua formazione a Torino, sotto la direzione dello zio Gerolamo, detto “Gambadilegno” per aver perso una gamba nella battaglia della Marsaglia (1693). Per acquisto del feudo divenne marchese di Sostegno, in provincia di Vercelli. Nel 1731 ebbe una lite con la comunità di San Martino, alla quale proibì di ballare pubblicamente fuori delle ore “che non accomodavano a lui e fece sgombrare il ballo e mandar via i suonatori”: la lite durò tre anni e si concluse con l'obbligo agli abitatori di portare il lutto per sei mesi e di astenersi dal ballare in pubblico ogni volta che un Alfieri fosse morto.
Cesare Giustiniano Alfieri terminò il lavoro di edificazione del castello di San Martino iniziato dal padre, ebbe diciannove figli, ma di loro non sopravvisse a lungo che Roberto Girolamo.
Il castello di San Martino offrì più volte degna cornice allo sfarzo settecentesco della vita dell'aristocrazia piemontese. Una di queste occasioni fu data dal matrimonio di Carlo Emanuele, figlio di Roberto Alfieri, con la contessina Carlotta Melania Duchi, “célèbre par sa beauté”, avvenuto nel 1791. Il figlio Carlo Emanuele, Cesare Robert Alfieri, successe nel 1844 al padre nel feudo di San Martino, fu diplomatico, ministro, consigliere di stato e infine presidente del senato dal 1855 al 1860, fu inoltre uno dei firmatari dello "Statuto Albertino" del 1848.
La dinastia degli Alfieri di San Martino si estinse con il figlio di Cesare, Carlo, più volte deputato, senatore, vice presidente del senato e illustre per aver fondato in Firenze la “Scuola di Scienze sociali”. Carlo Alfieri passò gli ultimi anni della sua vita nel palazzo di San Martino, dove morì nel 1897, e lasciò discendenza solo femminile: Luisa, sposata col marchese Emilio Visconti Venosta, e Adele, ultima proprietaria del castello appartenente all'antica famiglia Alfieri. Alla sua morte, avvenuta nel 1938, la proprietà è interamente passata ai Visconti Venosta.
Il castello di San Martino appare in tutta la sua grandezza, a coronamento del colle, se lo si osserva dalla strada che procede dalla valle del Tanaro. Composto da una solida fabbrica centrale a tre piani fuori terra, è circondato da piacevoli giardini e costruzioni minori che ben si intonano all'edificio. La facciata monumentale presenta due grandi corpi laterali leggermente avanzati, coronati di abbaini rococò; il corpo centrale, più elevato, è snellito da un porticato. Davvero pregevole sì presenta l'interno, ricco di sale, gallerie e appartamenti ornati di stucchi e dorature: notevole il salone principale al primo piano, di vasto respiro per l'alta volta a nicchioni. Un discorso a parte merita l'arredamento, vera raccolta di importanti documenti legati alla vita della famiglia e del territorio. Sono busti, ritratti, stampe e un ricchissimo archivio con carte antiche e preziose attestanti l'attività e la storia degli Alfieri. Degni di nota i ritratti sullo scalone di Obertino Solaro, priore di Lombardia e balì di Santa Eufemia, Roberto e Maurizio Solaro; tutti rappresentati con grandi manti neri, adorni delle croci bianche dell'Ordine di Malta.
Altri ritratti raffiguranti personaggi della famiglia Alfieri sono conservati nella galleria a stucchi di fronte al castello di San Martino.
Un particolare curioso, infine, è dato dalla notizia fornita da uno storico dell'inizio del secolo scorso sull'esistenza nella “rimarcabile cantina” del castello di un tino “che comprende nella sua cavità un tavolo da dodici persone”, segno non ultimo del grande reddito proveniente agli Alfieri dai vigneti.
In conclusione, il magnifico castello di San Martino, che bene si accompagna sulla sinistra del Tanaro a quelli di Govone e di Guarene, rappresenta, come scrive il Masi, “fra casa, chiesa e sepolcreto, un vero museo storico di reliquie alfieriane”.