Immagine tratta dal libro "Le miniature del Codex Astensis", Comune di Asti - Fondazione C.R.A. 2002
Castello di Montegrosso d'Asti "Codex Astensis"
 

'origine del castello e dello stesso insediamento di Montegrosso d’Asti è stata oggetto di ipotesi diverse. I primi documenti che riportano l'esistenza del luogo e del toponimo Montegrosso risalgono all'inizio del XIII secolo (1204). La tradizione locale, non supportata da documentazione storica, invece, ne vorrebbe la preesistenza fortificata tra XI e XII secolo in una terra del contado di Asti già precedentemente soggetta alla dominazione vescovile. La tradizione tramandataci racconta che: approfittando delle ostilità tra il Comune di Asti e il Barbarossa, i potenti marchesi di Incisa occuparono il primitivo castello di Montegrosso. Ma non appena cessata l'emergenza causata dalla calata del Barbarossa in Italia, gli Astigiani, mal tollerando che gli Incisa tenessero sotto la loro giurisdizione una località tanto importante per i loro transiti, assalirono Montegrosso, distruggendo completamente il castello, e ne costruirono uno nuovo, ancora più munito, a difesa degli interessi comunali nella zona, che sarebbe l'attuale, ai cui piedi sorse il grosso borgo dipendente dal comune.
Su un predominio dei marchesi d'Incisa le fonti sono completamente mute, ma si può intuire che tale leggenda, accolta anche dal Vergano, sia stata originata dall'adiacenza di Montaldo, dove effettivamente gli Incisa esercitavano la giurisdizione nel XII secolo.
Più credibilmente l'insediamento di Montegrosso avrebbe avuto origine come “villanova” in seguito ad un patto risalente al 1198, allorché Asti ritenne di raccogliere gli abitanti dei vari castelli di confine con il comitato di Loreto nella località situata tra Isola ed un luogo di scarsa importanza, dipendente da Messadio e denominato sulla base della morfologia del terreno, provvedendo subito a fortificarlo dall'inizio del XIII secolo. Lo sviluppo di Montegrosso determinò ben presto la decadenza dei centri precedenti. Fra la fine del Duecento e i primi anni del Trecento, il castello di Montegrosso d’Asti fu più volte coinvolto in vicende belliche: già nel 1290 corse il rischio di essere assediato da Gugliemo VII di Monferrato che razziava il territorio attorno a Montegrosso, dopo aver fatto la sua base nel vicino castello di Caprarolio, ma fu durante la guerra civile che passò in breve tempo in mani diverse. Con la dedizione dei guelfi astesi a Roberto d'Angiò, il castello comunale di Montegrosso venne presidiato da truppe di quel partito, ma nel 1316 i fuorusciti ghibellini, che in precedenza si erano impadroniti di Mombercelli e di Costigliole, con l’aiuto militare dei marchesi Incisa della Rocchetta sorpresero di notte la villa di Montegrosso e, grazie a un segreto accordo con Giacomo Gambino, che forse ne era il custode e con altri del luogo, penetrarono nel castello, facendo prigionieri tutti coloro che non erano riusciti a fuggire.
Nel luglio dello stesso anno ai guelfi di Asti venne in aiuto un contingente provenzale agli ordini del siniscalco regio Riccardo Gambatesa che si mise subito in campagna per recuperare i castelli del contado in mano ghibellina. Il primo luogo a subire le violenze fu Montegrosso, espugnato con la violenza, saccheggiato e dato alle fiamme; poi la stessa sorte toccò al vicino Mombercelli. Dopo il saccheggio il siniscalco lasciò un presidio di sessanta astigiani comandati da Rainero Caze, ma nell'ottobre i ghibellini, collegati ancora una volta coi marchesi della Rocchetta, erano nuovamente sotto Mombercelli. Attaccarono d'improvviso, all'alba, scalando le mura, e catturarono l'intero presidio, lo stesso Rainero con la moglie e il figlio Odoardo. La conquista fu più di prestigio che di posizione, poiché subito giunsero le truppe astigiane e i ghibellini abbandonarono Montegrosso, che venne allora maggiormente fortificato e munito di una numerosa guarnigione.
Da allora rimase saldamente nel possesso comunale, seguendo le vicende della “patria astese” nel corso del secolo e quando l'intera contea, pervenuta ai Visconti, nel 1387 passò agli Orléans per il matrimonio di Valentina Visconti, anche la comunità di Montegrosso giurò fedeltà ai nuovi signori. Nell'antico territorio di Montegrosso, Messadio e Lu, benché decaduti, continuavano a sopravvivere e proprio nella dote di Valentina compaiono, rispettivamente in mano di Baldracchino Guttuari e di Antonio Asinari, signore anche di Costigliole.
Il castello di Montegrosso, alienato da Asti, divenne successivamente feudo dei Roero, importante famiglia astigiana, signora di parecchie terre fra Asti e Alba e, a sud del Tanaro, anche di Messadio e di Calosso. Nel 1619 fu investito di Montegrosso dal duca Carlo Emanuele I Giovanni Bartolomeo Roero, morto senza discendenza, e nel 1628 vi subentrarono le figlie del fratello Percival. Ma proprio durante questi anni il castello fu coinvolto nelle guerre che opponevano i Savoia agli Spagnoli, trasformando l'intero Piemonte in un campo di battaglia.
Nel 1623, durante la ritirata degli Spagnoli, il paese venne saccheggiato e incendiato, ma fatti ben più gravi accaddero una decina di anni dopo, nel 1636. Il comandante spagnolo Filippo de Silva, mandato dal Leganes con 2000 fanti e 800 cavalieri a compiere scorrerie nell'Astigiano, assalì Montegrosso. Riuscì a conquistarlo e scatenò brutalmente le sue truppe che a detta dei cronisti passarono a fil di spada tutti gli abitanti. Vuole una agghiacciante tradizione, che, catturato uno dei frati che avevano esortato alla difesa la popolazione, gli Spagnoli lo avessero fatto decapitare in una camera della torre meridionale, che è rivolta verso la chiesa: ne avrebbero poi gettato il corpo dalla finestra e la striscia di sangue lasciata sul muro dal giustiziato sarebbe visibile ancora adesso. Di certo un massacro ci fu e, non contenti del saccheggio del paese, gli Spagnoli depredarono persino la campana del comune, che fu poi venduta ad Alessandria alla confraternita di San Simone.
L'anno successivo cadde in mano spagnola la piazza di Agliano e il Leganes ne fece governatore Lodovico Ghilini con autorità di amministrare anche i luoghi vicini: questi ebbe poi ordine dal medesimo Leganes di far demolire il castello di Montegrosso, ma l'opera, incominciata, non fu condotta a termine, come indicano i segni rimasti nel fianco rivolto a nord-est.
Cessate finalmente le ostilità, le tre figlie di Percival Roero nel 1653 fecero una convenzione per garantire il passaggio del feudo alle famiglie dei rispettivi mariti, Gonteri, Pelletta e Coardi: Anna Ippolita in Pelletta non ebbe discendenza e nel 1693 fu investito il figlio di Silvia Margherita, Filippo Giacinto Gonteri e nel 1715 il figlio di Antonia Giovanna, Nicolò Coardi, conte di Quarto. Anche la linea dei Gonteri si estinse e nel 1789 per Carlotta Gonteri il feudo passò al figlio Alessandro Doria.
Nuove violenze turbarono Montegrosso nel Settecento, poiché, in occasione della guerra di successione austriaca, nel 1746 Francesi e Spagnoli che avevano invaso il Piemonte conquistarono i castelli di Belangero, Costigliole, San Marzano e Agliano e mossero verso Montegrosso. L'occupazione ebbe però termine pochi mesi dopo con la liberazione di Asti da parte degli Austro-Piemontesi.
Nell'Ottocento il castello passò dai Doria in mani diverse e soltanto in questi ultimi anni è pervenuto a un nuovo padrone, il signor Renzo Motta, che ne sta curando il restauro e ha intenzione di adibirne i sotterranei a cantine per l'invecchiamento dei vini tipici della zona.
L'antico castello, che corona la sommità del colle sul quale sorge l'abitato di Montegrosso d’Asti, appare a prima vista in posizione meno evidente di quanto dovrebbe, essendo parzialmente coperto alla visuale dal volume non meno appariscente della chiesa parrocchiale dei SS. Secondo e Matteo, che quasi gli si addossa; è difficile invece non provare una certa suggestione nel trovarsi davanti alla fiancata rivolta a nord-est della massiccia mole del maniero.
La più antica raffigurazione del castello di Montegrosso è quella conservata nel “Codex Astensis”, raccolto alla metà del Trecento e, per quanto essa vada utilizzata con cautela per la genericità di questo tipo di immagini, si direbbe che nel corso dei secoli il castello non abbia cambiato molto il suo aspetto. E’ infatti rappresentato da due torrette cilindriche che affiancano una cortina merlata, all'interno della quale appaiono tre edifici eminenti e altri due più bassi. Ancor oggi il castello di Montegrosso, posto alla sommità del colle che domina l'abitato, presenta le due torri cilindriche che, come nella miniatura trecentesca, di poco superano il colmo della costruzione.
Il castello, costruito secondo il Vergano sulla base di uno schema tipologico classico della zona astigiana, derivante da un ipotetico prototipo rilevatosi funzionale ai fini difensivi, è impostato su una pianta all'incirca quadrata; tre corpi di fabbrica superstiti ed un tratto di cortina in muratura di mattoni delimitano un cortile interno a fronti intonacate e due di quelle torri circolari si elevano alle estremità del lato sud-est, sul quale si trova un portone d'ingresso bugnato in rilievo di epoca barocca.
La scarpatura è molto alta su tutti i lati, arrivando a circa metà dell'altezza complessiva delle fronti.
La ripartizione originale ed i particolari decorativi medioevali di facciata sono ancora individuabili con sufficiente chiarezza. Appena sopra la linea di scarpa si nota una prima serie di finestrelle molto alte ed allungate ad arco acuto dall'aspetto quasi di feritoie, mentre le finestre rettangolari soprastanti sono state evidentemente ricavate in epoca più recente. Lungo il perimetro dei prospetti in muratura sono tuttavia ancora visibili diverse ghiere in cotto di aperture ad arco acuto, tamponate nel tempo per mutate esigenze abitative, ed il coronamento attuato a merlatura ghibellina, che si profila nettamente sotto gli spioventi del tetto, con sottostante fregio in mattoni a dente di sega localmente raddoppiato. La presenza di profonde sbrecciature, in corrispondenza della parte superiore dei due spigoli opposti a quelli delle torri, farebbe pensare all'esistenza in tempi passati di corpi angolari sporgenti, ora scomparsi.
L'ingresso attuale è opera posteriore, ma nel lato orientale, da cui si accede al piano superiore a quello del suolo, si vedono ancora chiaramente i resti di un bellissimo arco a muro policromo, ricavato in un corpo di fabbrica verticale che emerge appena dalla facciata.
Nel territorio dell'attuale Montegrosso esistevano i luoghi ed i castelli di Messadio, Monte Leucio, Sparviere, i quali data la loro ubicazione furono assoggettati al potente comitato di Loreto.

Prima di cliccare sull'anteprima immagine per l'ingrandimento attendere il caricamento completo dell'album

.

Castello di Montegrosso d'Asti