

Castello di Mombercelli "Codex Astensis"
l paese di Mombercelli, nel medioevo appare come il centro più importante della valle.
Fin dall'età più antica dipese, con altre località astigiane di questa area, dalla diocesi di Pavia, che sul territorio di Costigliole possedeva la pieve di Ponte.
Su Mombercelli, manca ogni informazione sull'età più antica e nel XII secolo compare il suo castello, tenuto dai signori locali.
L’origine del castello di Mombercelli, è molto antica, e le primissime notizie relative a un nucleo signorile indicato come “de Montebersario” risalgono al 1125: si tratta di due personaggi, Guglielmo e Malisevero, che compaiono come testimoni al noto testamento del marchese Bonifacio Del Vasto, signore del contado di Loreto, e già in grado di controllare buona parte del Piemonte meridionale. Come per gli altri personaggi provenienti da località limitrofe a Mombercelli, tutte poste a meridione del Tanaro, è probabile che anche i due signori qui ricordati avessero qualche legame di tipo vassallatico con il potente marchese aleramico.
I signori di Mombercelli sembrano però assumere molto presto una posizione di contrasto con le potenze marchionali del territorio, dimostrando simpatia verso il Comune di Asti in netta espansione. I signori di Mombercelli nel 1160 stringono un'alleanza da rinnovarsi ogni dieci anni, con Asti, in base alla quale si impegnano ad aiutare il Comune nella guerra contro il marchese di Monferrato e contro il conte di Biandrate, inviando un contingente di truppe all'esercito comunale astese e promettendo di mettere a disposizione i propri castelli.
Alla fine del XIII secolo, l’intero castello di Mombercelli appartiene al Comune di Asti, ed insieme ad altri tre castelli di cui oggi si sono perse le tracce, situati sul colle di Moncucco, su quello di San Dionigi e nella regione Pozzolo fra Montaldo e Belveglio garantiva la sicurezza del territorio di Mombercelli.
Sull'impianto e sulle forme architettoniche del primo maniero, eretto nel XII secolo, non ci sono notizie certe. La notevole documentazione conservata nel “Codex Astensis”, sebbene non consenta una precisa ricostruzione della forma con cui si doveva presentare il castello di Mombercelli nel Duecento, permette tuttavia di individuare alcuni tratti della sua originaria fisionomia. Se dovessimo prestar fede alla miniatura, il castello si presenterebbe con due torri cilindriche ai lati, ma sappiamo quanto fossero generiche tali rappresentazioni e non bisogna dimenticare che a quell'epoca il primo castello era distrutto. Una torre, appartenente al Comune di Asti nel 1289, è in ogni caso attestata e un'altra torre, di proprietà degli Alfieri, era già presente nel 1277.
La guerra civile, che contrappose anche ad Asti guelfi e ghibellini e che causò a Mombercelli la distruzione del suo castello, ebbe i suoi inizi proprio dalla lite di una famiglia dei signori locali.
Un componente della famiglia ghibellina degli Alfieri, tale Martino Alfieri, preferì in un primo momento schierarsi coi guelfi Solaro, ma nel 1314, di fronte agli eccessi di violenza dei vincitori, ormai fatti forti dell'appoggio angioino, decise di rischiararsi con i ghibellini e si impadronì del castello di Mombercelli, già nelle mani dei guelfi, aiutato probabilmente dalla popolazione che ancora lo riconosceva come signore. La reazione dei Solaro non si fece attendere e fu molto violenta: le case del paese furono distrutte, molti abitanti uccisi, fra i quali Tommaso Re, noto ghibellino. I fuorusciti non si diedero però per vinti e cominciarono una violenta campagna di riconquista, impadronendosi nel 1315 di Costigliole e di Castagnole e nel 1316 di Montegrosso. Ma i successi ghibellini attirarono sul territorio l'intervento del siniscalco angioino in persona che, forte di 5000 fanti e 300 balestrieri, ben presto recuperò i castelli perduti: il 30 luglio incendiava Montegrosso e il 2 agosto ugual sorte toccava a Mombercelli.
Mombercelli rimase agli Alfieri fino al 1329, anche se il castello era ormai gravemente danneggiato. In quell'anno il maniero venne acquistato da Antonio Scarampi, appartenente alla nota famiglia astigiana di banchieri e aristocratici che negli stessi anni acquistava anche la giurisdizione di Vinchio.
Non molti anni dopo gli Scarampi cedettero il feudo ai Turco, altra notissima famiglia dell'aristocrazia astigiana, che dominò per diversi secoli il castello di Mombercelli, anche se non mancarono minori signori, quali i Panizzone di Corticelle, i Bonvicino, gli Asinari di Casasco e i Bellone. I Turco rimasero sempre i signori maggiori fino al 1538, quando si estinsero con prole femminile. L'ultima erede dei Turco aveva sposato il governatore d'Asti per il duca di Milano, Giorgio Maggiolino, che alla morte della moglie veniva investito da Carlo V del feudo di Mombercelli.
Con il matrimonio di Valentina Visconti, l'alto dominio su Mombercelli era passato a Milano viscontea e tale dominio sulle terre della contea di Asti durò più di tre secoli, cioè fino al passaggio sotto i Savoia (1736). Mombercelli data la sua posizione di terra di confine trasse molti benefici e un notevolissimo incremento commerciale, dovuto al fatto di essere “terra di contrabbando” per tutti i generi di monopolio.
Anche se di proprietà milanese a Mombercelli non mancarono gli inconvenienti dovuti alle campagne militari che sconvolsero il Piemonte nel Seicento. Nel 1617, infatti, Mombercelli dovette ospitare cinque compagnie di soldati; e nel 1630, ospitò le truppe del marchese di Spigno. Insieme ai disagi provocato dai periodici passaggi di truppe, la comunità di Mombercelli dovette anche sostenere occasionali razzie di veri e propri banditi, provenienti dagli sbandati e dai disertori degli eserciti belligeranti. La situazione doveva essere così grave che nel 1623 il consiglio comunale decise di formare una specie di milizia, composta di sette vigilantes armati che, al suono della campana a martello, dovevano respingere eventuali banditi. Nel 1635, tuttavia, la milizia mombercellese non poté evitare la scorreria del famigerato Stefano Re che, alla testa di duecento soldati del Duca di Savoia, aveva assalito e predato Vinchio. I banditi-soldati di Stefano Re giunsero a Mombercelli il 10 settembre e vi rimasero fino al maggio del 1636.
Pochi anni dopo, in occasione della guerra civile, il castello fu presidiato con due compagnie di corazzieri e due di archibugieri a cavallo, al comando del napoletano duca di San Giorgio, del partito principista. Nel novembre del 1638 il castello è assalito all'improvviso e conquistato dal madamista Olivero Monti, che in seguito lo abbandonò. Come territorio del ducato milanese, Mombercelli è dalla parte degli Spagnoli e nel 1642 subì una scorreria effettuata da un distaccamento di 500 Francesi diretti a Nizza. Mombercelli per qualche tempo rimase in mano dei Francesi, fino a quando nel 1650, dietro il compenso di 30 sacchi di frumento, il comandante, marchese Douvalis, accettò di andarsene.
Nel 1736 Mombercelli fu ceduto dall'Austria al duca di Savoia che subito vi impose nuove tassazioni. Anche col definitivo passaggio ai Savoia, signori del castello rimasero i Maggiolini e con loro la comunità ebbe ininterrotte dispute per tutto il corso del Settecento Una ragione di contrasto pressoché permanente era costituita dal diritto del castellano di richiedere gli uomini necessari per far da guardiani alle prigioni del castello. I Maggiolini, ormai profondamente radicati in Mombercelli, continuarono ad abitare il castello nell'Ottocento, rivestendo ancora cariche pubbliche, quali quella di sindaco nel 1817 e di capitano della guardia nazionale nel 1851. Con la loro scomparsa decadde anche il castello che nel corso di questo secolo cambiò diversi proprietari, fino all'attuale.
Anticamente all'interno del recinto delimitato dalle mura e dai fossati, si distribuivano i fabbricati e le aree libere, compresa una cappella dedicata a Sant'Andrea.
Sulla sommità del colle poderosamente fortificato sorge ciò che è rimasto degli edifici civili del castello di Mombercelli. La costruzione, i cui resti sono giunti fino a noi, presenta un impianto costituito da un ricetto, che cinge gran parte del colle, facendo perno sulla torre quadrata centrale, intorno alla quale si organizzano i vani fabbricati (casa baronale, cappella, rimessa, ecc.). Le strutture più antiche sembrano risalire alla fine del Trecento anche se le ripetute manipolazioni, non ultima quella che, nel ‘700, che fu eseguita per volere del conte Maggiolini, tale ristrutturazione, trasformò la fortezza in una comoda villa di campagna, ed ha vistosamente alterato il carattere architettonico delle varie parti del maniero.
Allo stato attuale, l'impianto tipologico con torre centrale, è solo parzialmente leggibile.
Il complesso si presenta, in condizioni molto precarie: la torre quadrata è crollata nel 1943; degli altri fabbricati sono visibili alcuni resti e parti, spesso costituite dal soli muri d'ambito, più o meno diroccati.
Il massiccio portale che segna l'accesso alla rocca conserva l'aria maestosa ed imponente di un tempo. Da esso parte il ripido camminamento che, fra i poderosi contrafforti ed i possenti bastioni, conduce al cortile sul quale si affacciavano la torre, la cappella e l'edificio padronale.
Si intuiscono i segni dell'antico splendore nei saloni con le finestre affacciate sulla valle e con le volte che conservano esigue tracce di decorazioni affrescate ormai perdute. Lo stesso dicasi della scala che dall'atrio portava ai piani superiori ed ai sotterranei. L'assenza di fregi e degli elementi decorativi in pietra che ornavano la casa padronale, irrimediabilmente degradati o brutalmente asportati dalla loro sede, rende il quadro complessivo ancora più desolato.
Un lato del complesso è completamente diroccato ed a fatica si scorgono, le strutture murarie di gusto barocco che hanno segnato l'ultimo periodo di vita del complesso, prima dell'abbandono.
E, invece, negli ampi e spaziosi sotterranei, divisi in stanzoni voltati ormai praticamente inaccessibili che permangono le tracce delle strutture più antiche e cariche di storia.
Nonostante le condizioni attuali, il castello non sembra però esser stato di vaste dimensioni, nelle forme in cui si presentava prima dell'abbandono, e la poderosa bastionatura che lo sorregge va certo riferita a un periodo più antico.
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