Immagine tratta dal libro "Le miniature del Codex Astensis", Comune di Asti - Fondazione C.R.A. 2002
Castello di Malamorte "Codex Astensis"
 

’antico nome di Belveglio era "Malamorte" ed i primi signori che assunsero il predicato furono, appunto, i di Malamorte.
Tra il XII e il XIII secolo, l’insediamento fu a lungo conteso tra il Comune di Asti e il marchese del Monferrato e, nel 1203, appare come luogo difensivo del Comune Astese.
Pochi anni dopo furono i marchesi di Incisa a controllarlo, sempre osteggiati dai Visconti e dai Monferrato che se ne contendevano il possesso fino a che, nel 1387, il territorio divenne proprietà degli Orleans attraverso la dote di Valentina Visconti. Sotto il dominio degli Orlèans, il nome di “Malamorte”, venne cambiato in Belvedere.
Entrò a far parte dei possedimenti sabaudi nel XVII secolo e fu quindi infeudato alle famiglie Castellar de Giorgio, a Diego Patigno e, nel 1736, a Pio Filippo Maria Perboni, marchese di Oviglio.
Del castello di Belveglio si ha già notizia in un documento datato 26 giugno 1188, e riporta la donazione fatta da Enrico di Mombercelli e di suo figlio, di una parte del castello e del villaggio di Mombercelli e di Malamorte, a favore del Comune di Asti.
Il castello subì una prima parziale distruzione nel 1300, ricostruito, venne nuovamente parzialmente distrutto nel XVI secolo.
Nuovamente danneggiato nel XVI secolo, fu trasformato in prigione, da qui il soprannome di “Malamorte”. E’ del 1635 subì la distruzione per mano spagnola.
Del palazzo nobiliare, tuttora esistente, sorto su parte delle antiche fondazioni, non si conosce la data precisa della sua costruzione. Nel 1929 il nobile montenegrino Hector Petrausch operò un intervento di restauro in stile neogotico: vennero ricostruite finestre bifore, merlature, camminamenti e la facciata fu ornata con stemmi e fregi. Dell’antico complesso si conserva oggi una scala e la base della merlatura di una torre di facciata. Alcuni danni alla costruzione, però, si verificarono nel 1978 con il crollo di una parte dell’edificio.
Nessuna traccia materiale si ha, invece, di un castello situato tra il territorio di Belveglio e quello di Montaldo Scarampi, denominato di Pozzolo, di cui troviamo notizia nel “Codex Astensis” che lo descrive come già distrutto intorno al 1270.
 


 


 

l castello di Belveglio, nel 1929, venne acquistato dal conte montenegrino Hector Petrausch, che operò un intervento di restauro in stile neogotigo, facendo assumere al castello l'attuale struttura che mantiene inalterato nel tempo tutto il suo fascino. Alla morte del Petrausch divenne di proprietà del signor Barberis, il quale fece molte ricerche sul castello con scavi sotterranei, per trovare il famoso tesoro dei Farnese.
Ogni castello ha la sua storia, spesso leggendaria, alle volte tragica, alle volte eroica, dove i fatti d'arme erano cosa quasi quotidiana. Agli antichi manieri spesso vanno accoppiate le leggende di tesori nascosti, scatenando la fantasia e l'interesse dei ricercatori.
Da molto tempo circolava voce che un immenso tesoro fosse rimasto sepolto nei sotterranei del castello di Belveglio, soprattutto da quando nel periodo in cui fu proprietario il conte montenegrino Hector Petrausch, durante alcuni lavori di restauro, si scoprì che sotto al castello vi erano rovine particolarmente estese di costruzioni più antiche, e con numerosi cunicoli e sotterranei, di cui uno di essi doveva portare alle rive del torrente Tiglione, un'altro al vicino castello di Mombercelli, ed altri ancora non si sa dove. Per circa trent'anni il conte effettuò ricerche senza approdare a nulla. Il proprietario successivo, signor Barberis, continuò le ricerche con l'aiuto di un ingegnere milanese che disponeva di un rilevatore elettronico di sua invenzione. Furono fatte ricerche su documenti e libri antichi, rilevazioni sul sottosuolo con l'apparecchio elettronico, nonché numerosi scavi in profondità, i quali provocheranno anche la tragica caduta di un torrione.
Da queste ricerche è emersa una vicenda epica e tragica che si chiude con l'occultamento di un tesoro ed un suicidio collettivo: protagonisti furono il duca Carlo Maria Matteo Farnese, nipote di Papa Paolo III e la moglie Zeusa Ellenica. Questo Farnese era figlio illegittimo, come indica il suo stemma sbarrato, di Pier Luigi Farnese che a Piacenza venne trucidato dagli sgherri di Carlo V. Dopo l'assassinio del padre, il duca Matteo con una scorta di fidi soldati raggiunge un castello ai confini delle sue terre, dove per tre anni cercò di resistere, perdendo più di 200 uomini, agli assalti di soldataglie spagnole che volevano impadronirsi del castello ma ancor più del tesoro che pensavano cospicuo, composto da un vero patrimonio di monete e gemme. Al duca Matteo Farnese premeva che il tesoro non cadesse nelle mani dell'avversario, così si premurò ad occultarlo.
Dopo tre anni d’assedio da parte degli Spagnoli, il duca, impossibilitato a resistere oltre, capitolò dandosi la morte insieme alla moglie. Egli discese nei sotterranei adibiti a forzieri e fece crollare la galleria, facendosi così seppellire con i suoi tesori.
Secondo un teorico inventario, nei sotterranei si troverebbero decine di barilotti da soma pieni di monete d'oro e d'argento. Vi sono poi scrigni pieni di rubini e smeraldi, collane d'oro con smeraldi, rubini e brillanti.
Nel giardino del castello parte una galleria che penetra nella collina per una trentina di metri sino ad un antico pozzo. Il tesoro dovrebbe essere in fondo al pozzo nel quale si trova una scala a chiocciola che poi venne demolita per impedire che si raggiungesse la cripta. Gli scavi di ricerca furono portati avanti per qualche tempo, anche con persone del posto, furono trovate parecchie monete d'oro, ma il rischio di cedimenti nelle gallerie consigliarono di interrompere le ricerche.

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Castello di Belveglio