

Castel Vecchio.
(Dal "Theatrum Statuum Sabaudiae", 1682)
n'antica, e probabilmente del tutto infondata, tradizione locale, attribuiva la fondazione del Castello Vecchio, o Castelvecchio, addirittura a Brenno, il leggendario capo dei Galli distruttore di Roma.
A parte tale origine leggendaria, i primi documenti che parlano di Castel Vecchio, indicato come "castellum vetus", risalgono rispettivamente al 924 e al 936 d.C., per i quali esso risulta una delle più antiche fortificazioni di tutto il nostro territorio. Tali documenti riguardano la donazione dello stesso castello, fatta dal re d'Italia Rodolfo II a Oberto, visconte di origine franca e poi conte di Asti e la successiva vendita da parte di suo figlio Guido al marchese Anscario II d'Ivrea, che aveva esteso il proprio dominio anche nell'Astigiano.
Il fatto che già allora si chiamasse Castel Vecchio, conferma che la costruzione risaliva ad epoca assai anteriore e che essa molto probabilmente faceva già parte del sistema di mura, di cui parla il poeta Claudio Claudiano del V secolo.
All'interno della fortezza di Castel Vecchio, i conti astigiani non rimasero molto a lungo, perché nel 938 d.C. s'insediarono stabilmente i vescovi astesi, essendo provato che il vescovo Bruningo il 27 luglio 938 d.C. ne ottenne la “concessione” dai re Ugo e Lotario, di cui egli era gran cancelliere. Ce lo documenta in questi termini solenni “Il libro verde” della Chiesa di Asti: “... Doniamo con le prescritte formalità di legge, concediamo, elargiamo ed inoltre confermiamo il predetto castello chiamato Castel Vecchio, posto sopra la città, con la predetta cappella, edificata in onore di Sant’Ambrogio e tutte le relative pertinenze”.
In realtà un precedente documento del novembre 937 d.C., riportato da “Le più antiche carte dell’Archivio Capitolare di Asti” lascia intendere che Bruningo in quell'anno, forse d'intesa con il marchese Anscario, aveva già piena disponibilità del castello, caposaldo della difesa cittadina contro le incursioni dei Saraceni. Successivamente e per parecchi secoli, Castel Vecchio restò la residenza dei vescovi astesi, sebbene parecchi di essi siano stati costretti a più o meno brevi interruzioni. Esistono documenti e prove, che attestano la continuità nel tempo dell'insediamento vescovile in quel castello.
Per tutto il Medioevo, la fortezza di Castel Vecchio fu uno spazioso recinto murato, separato da un fossato dal resto della città, comprendente al suo interno case, palazzi, rustici e magazzini.
Era insomma un vero e proprio quartiere cittadino, con tanto di chiesa (Sant'Aniano), il cui limite massimo verso la città doveva essere costituito dall'attuale Via Gioacchino Testa.
Casi di fortificazione analoghi sono reperibili in molte altre località italiane: Genova, Reggio Emilia, Siena, Alba, ad esempio, hanno avuto il loro “castel vecchio” cioè una parte della città, generalmente la più antica, fortificata e resa autonoma e generalmente adibita a residenza dei vescovi o sottoposta al loro controllo. La fisionomia alto medievale del Castel Vecchio astese doveva essere ancora invariata nella metà del XIV secolo.
Quando Luchino Visconti assunse il controllo della città di Asti, non poté certo trascurare l'eccezionale valore strategico dell'altura che dominava la città, e su cui vi era edificato il Castel Vecchio. La Cronaca dei Solaro, attribuita ad un anonimo cronista astese che scrisse nella seconda metà del XV secolo, ricorda in proposito che nel 1341 “il suddetto signor Luchino Visconti, avendo in suo potere la città di Asti quale rappresentante del sacro impero, aggiunse costruzioni al Castel Vecchio, sul sito dove già esisteva la residenza vescovile”. L’interpretazione data alla frase latina: “fecit edificare castrum vetus”, fa supporre che tra il 1341 e il 1344, le autorità civili avessero realizzato opere di ristrutturazione e di ampliamento del vecchio castello, facendolo poi occupare, almeno in parte, da un presidio militare. Ma si potrebbe anche ipotizzare che Luchino Visconti abbia fatto veramente costruire ex novo il castello che durerà poi fino all'epoca napoleonica, collocandolo dove sorgeva il palazzo vescovile e stravolgendo del tutto il precedente tessuto urbanistico all'interno del recinto. Si trattava in pratica di una sostituzione di edifici, che nulla tolse al valore emblematico del sito e alla sua tradizione già quasi millenaria di luogo fortificato, cardine delle difese cittadine. Sostenendo la seconda ipotesi, sicuramente Luchino Visconti fece costruire l'edificio secondo il criterio e lo stile dell'edilizia militare della sua epoca, senza condizionamenti di edifici precedenti, probabilmente tutti demoliti, mentre si salvò la chiesa di Sant’Aniano, che nel XV secolo darà addirittura il nome a tutto il castello, definito nei documenti della cancelleria orleanese “castello grande vecchio detto di Sant’Aniano” (castrum magnum veterum cui dicitur Sancti Aniani).
Castelli analoghi sorsero a Parma, a Vercelli, a Verona, un po' in tutta la Lombardia, secondo tipologie costanti che anche ad Asti furono scrupolosamente osservate. La carta topografica del “Theatrum Statuum Sabaudiae” del 1667, ci mostra Castel Vecchio, ristrutturato o ricostruito a seconda dell'ipotesi che si vuole accreditare, da Luchino Visconti ancora pressoché intatto; solo alcune torri dovevano essere già state abbassate per motivi strategici connessi all'uso delle armi da fuoco. Pare che Giangaleazzo Visconti all’interno di Castel Vecchio, vi fece stabilire la sede dei suoi Governatori, ma il suo successore Luigi d'Orléans vi fece risiedere un castellano comandante di un'apposita guarnigione, e trasferì il Governatore nel Palazzo Magno, o Palazzo Ducale.
Castel Vecchio, essendo la più importante opera difensiva della città richiese notevoli sforzi finanziari da parte dell'amministrazione ducale, sia per l'ordinaria conduzione che per i lavori di manutenzione e riparazione. Il “Theatrum Statuum Sabaudiae” lo rappresenta attorniato da un complesso quadrangolare di solidi bastioni, appoggiati ad alte torri (tre per lato), il tutto unito alla cerchia di mura, che circondavano la città. La fortezza, nella ricostruzione di Luchino Visconti, si presentava come un vasto recinto quadrangolare. Lo spazio interno era diviso dagli edifici in quattro cortili quadrati; e ben nove torri s’innalzavano in sua difesa, ciascuna ai vertici di ogni quadrato. Erano unite tra loro da un sistema di collegamenti coperti (corridoi) e da camminamenti scoperti lungo le cortine esterne. Nell’incrocio degli edifici delimitanti i cortili interni, sorgeva la torre grande (turris magna) in cui erano ricavati gli alloggiamenti del castellano. Sono poi ricordate la torre dell'Ingresso (de introitu) in cui era ricavata la porta principale munita di ponte levatoio, la Torculata e la Torrazza. La cortina esterna era completamente merlata.
La data esatta in cui terminò la residenza vescovile a Castel Vecchio non è conosciuta, anche in questo caso sono state formulate alcune ipotesi. Carlo Vassallo aveva indicato nel 1381 l'anno in cui terminò la residenza vescovile all’interno della fortezza di Castel Vecchio. Oggi sulla base di alcuni manoscritti si è indotti a ritenere che i vescovi abbiano mantenuto quella residenza fino al 1354, quando il vescovo Giovanni Malabayla, successore dello zio Baldracco, di fronte alla contesa tra i Visconti e il Monferrato per il possesso di Asti, sollecitò papa Innocenzo VI ad inviare un suo delegato, allo scopo di trasferire la nostra città e il suo territorio sotto il controllo papale. Ciò fu tentato tramite il commissario apostolico Nicola Spinelli, ma Galeazzo Visconti, insediatosi qui saldamente, fece incarcerare per due anni il vescovo Malabayla nel castello di Bra, occupando il Castel Vecchio con le sue truppe, che vi rimasero parecchio; infatti vi risultavano ancora nel 1356, quando subentrò nel potere Giovanni II, marchese del Monferrato.
L'8 marzo 1746, Castel Vecchio venne occupato dai granatieri del principe di Baden nel quadro della momentanea alleanza dei Savoia con l'Austria contro i Gallo-Ispani, durante la guerra per la successione austriaca.
Altre notizie riguardanti Castel Vecchio ci giungono dal “Giornale di Asti” dell’abate cronista astese Stefano Incisa. Il cronista riporta che nell'agosto del 1800 reparti di soldati francesi diretti a Torino “portano seco diversi carri di provvisioni ed armamenta che erano ancora nel castello”. In data 1 maggio 1805 lo stesso cronista c'informa che Napoleone I salì a Castel Vecchio, dopo aver compiuto un giro per la città e vi fece sparare tre colpi di cannone. Ma poco dopo, in virtù del Decreto imperiale 13 Fruttidoro dell'anno 13 (31 agosto 1805) il castello con i “terreni interni ed esterni” fu dal Demanio venduto al pubblico incanto.
Sempre l'Incisa nel suo manoscritto del 1806 annota che quell'anno esisteva ancora, incorporata nel complesso, una chiesa dedicata a Maria Vergine, aggiungendo: “questa serviva a comodo di tutta la truppa ed altri abitanti del castello in tempo di festa, principalmente quando in castello vi erano detenuti, che volevano avere il comodo della messa”. Il verbo all'imperfetto (egli di solito usa il presente, ci dà conferma che nel 1806 i soldati e i prigionieri non soggiornavano più al suo interno. Dal Giornale veniamo anche a conoscenza che il 17 marzo 1807 fu disposto l'abbassamento delle mura perimetrali della fortificazione e l'atterramento di gran parte degli edifici che servivano “da quartiere alla truppa che vi si poteva ritirare”. La smilitarizzazione e la sdemanializzazione erano state significative anticipazioni del declassamento della città di Asti da capoluogo di provincia a satellite di Alessandria.
L'ultima notizia riguardante il castello che ci giunge dal cronista Incisa, e collegata ai fatti sopra esposti, porta la data 11 luglio 1810: “La contessa di Settime aveva già comperato il castello di questa città dal signor Massola di Alessandria per 7300 lire...”.
Dal Catasto napoleonico del 1810, ma in realtà completato negli anni successivi, veniamo a conoscenza che il proprietario del castello e delle adiacenze risultava in quel tempo un certo Alessandro Marmet. La proprietà del Marmet é confermata da un'attestazione sottoscritta il 14 febbraio 1814 da C. Bestagne (era il conte Gabuti di Bestagno?). La firma era apposta sotto una pianta in scala millimetrata del castello e delle superfici incorporate, già del Demanio com'é detto espressamente. Il Marmet é qualificato al catasto come “salpetrier”: un imprenditore che trattava il salnitro o nitrato di potassio, utilizzato nella fabbricazione degli esplosivi. Le guerre napoleoniche gli avevano procurato certamente molte commesse e quindi anche ricchezza. Nell'800, era così definitivamente cessata ogni funzione pubblica del Castel Vecchio, già “Castrum episcopi”.
Castel Vecchio venne completamente smantellato in età napoleonica, oggi della millenaria fortezza non rimangono che i ruderi dei possenti bastioni, visibili passeggiando all'interno del Boschetto dei Partigiani, oppure passando per Via al Castello.
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