a prima denominazione di Rocca d’Arazzo fu “Rupes”, dovuta al fatto che il Tanaro aveva eroso e asportato il terreno delle colline, dando vita a scoscendimenti e a pareti che si levavano in verticale. Più tardi, in omaggio a San Genesio, venerato nella chiesetta sorta ai piedi del “castrum rupis”, la località prese il nome di “Castrum Sancti Genesii”, o di “Roca Sancti Genesii”: come tale è citata in due documenti, del 999 d.C. e del 1008. Infine fu appellata “Roca Aracii”, in omaggio alla famiglia “De Aracio”. Nella seconda metà dell’XI secolo, la contessa Adelaide di Susa rivendicò a sé molti diritti nell’Astigiano e si impadronì di tutta la regione della Ghiara. Ne nacque una lunga “contemptio”, risolta nel 1089. Adelaide fu costretta a cedere tutta la terra “inter castrum Noni et Rocham... que Glarea dicitur”, riservando a sé tutti i diritti sul porto, ma riconoscendo al vescovo di Asti la facoltà di costruire molini sulla riva destra del fiume e di stabilire un altro traghetto altrove. La Chiesa di Asti tenne il castello fino al 1198, quando il vescovo Bonifacio I fece promessa di cessione al Comune di Asti, che cercava di rafforzare il suo dominio nella valle del Tanaro.
La prima attestazione di questa chiesa risale al 1237, anno in cui presenzia a un giuramento al vescovo di Asti il prete Ottone di Santo Stefano insieme con il prete Oberto di San Genesio, ma la sua origine può forse essere anticipata di due secoli.
Infatti, un diploma datato 26 Gennaio 1041 rilasciato dal re Enrico III, conferma al vescovo di Asti fra gli altri beni della chiesa l’importante castello di Rocca d’Arazzo (chiamata "Rocha Sancti Genesii" e già esistente sul finire del secolo precedente con il nome di "castrum Sancti Genesii") “cum capellis et silvis”, cioè San Genesio e presumibilmente Santo Stefano. Dato il controllo patrimoniale e militare esercitato sulla località dalla Chiesa Astigiana, le due cappelle non sembrano essere mai dipese da una pieve, ma direttamente dal vescovo, come ancora dipendono nel 1345. Poiché sembra doversi escludere la presenza di un grosso insediamento abitativo, l’esistenza di più edifici di culto potrebbe far pensare a diverse piccole comunità sparse e operanti nel territorio all’ombra del castello, la cui edificazione è attribuibile al Vescovo di Asti. Una delle cappelle è Santo Stefano: sorge in un piccolo villaggio fuori le mura della fortezza ed è circondata da fitte selve.
Oltre al prete Ottone, in un altro documento dello stesso anno 1237 era presente anche un chierico Guglielmo di Santo Stefano “de Rupe” (per tutto il Duecento si oscilla fra “Rocha” e “Rupis” per indicare il luogo) e nel 1272 una donazione pia riguarderà entrambe le chiese di Rocca d’Arazzo, San Genesio e Santo Stefano; in questo periodo, secondo l’erudito Ermanno Eydoux, il popolamento del territorio si va estendendo da San Genesio, a levante, a Santo Stefano, a ponente, con un addensamento maggiore attorno a quest’ultima, come starebbe a dimostrare nel 1345 il reddito di 22 lire di Santo Stefano contro le 5 di San Genesio. Nei secoli successivi, tuttavia, la popolazione tende a concentrarsi a metà strada fra le due chiese, all’interno delle poderose fortificazioni costruite dai Visconti alla fine del Trecento: ciò provoca un graduale abbandono degli abitati attorno alle due chiese e la decadenza delle medesime.
Nella visita del 1585, infatti, Santo Stefano e San Genesio (entrambe ricordate come parrocchiali ma unite sotto un unico rettore) compaiono ormai come situate all’esterno dell’abitato, in zona campestre, svolgono funzioni cimiteriali e in esse non si officia più se non raramente, specie in San Genesio. Santo Stefano, benché sia sempre chiusa, presenta il tetto per metà distrutto e il visitatore ordina che venga ricostruito. In quell’anno come dipendente dalle due parrocchiali appare essere ancora l’oratorio della Madonna “de Archenda”, costruito per comodità della popolazione all’interno del paese: nel 1625 la stessa chiesa assumerà dignità parrocchiale, mentre le altre due, pur sempre ricordate come “parrocchie antiche”, verranno considerate soltanto campestri e cimiteriali.
Nel 1658 Santo Stefano viene descritta come costruita in modo abbastanza bello, ma si decreta di far costruire il pavimento che mancava in precedenza e di riparare i battenti della porta, ordine rinnovato nel 1663. Negli anni immediatamente seguenti con le elemosine dei fedeli viene finalmente fatto il pavimento, ripulendo il suolo della chiesa dalle ossa dei morti in essa sepolti, sicché nel 1669 il visitatore ordinò di dare ad esse decorosa sepoltura nel cimitero. Nel ‘600 apparve in Europa la peste, un flagello portato in Italia dai Lanzichenecchi.
Anche Rocca non scampò al contagio. Molti abitanti del borgo si ammalarono. Intorno a Santo Stefano venne allora allestito un lazzaretto, un ospedale cioè più di speranza che di cura. Date le scarse conoscenze mediche del tempo, infatti, c’è da pensare che la maggior parte degli infermi non sopravvissero alla pestilenza. Lo testimonia il fatto che il terreno attorno alla chiesa fu adibito a cimitero; tant’è vero che, nel 1669, a seguito di lavori di rifacimento del pavimento vengono alla luce una notevole quantità di resti umani, che sono sistemati, insieme ad altre ossa disperse attorno all’edificio, nell’attiguo cimitero. Tanto si impresse nella memoria lo scampato flagello che i Rocchesi vollero edificare nel 1686 un’altra chiesa, oggi scomparsa, intitolata a San Rocco, come sentito voto di ringraziamento.
Dalla stessa visita pastorale veniamo anche a sapere dell’esistenza di due cappelle (o altari) all’interno: uno spettante in origine ai Cacherano, signori di Rocca, poi ai Rinaldi, dedicato a San Giovanni Battista e fornito nel 1698 di una statua di buona fattura, l’altro spettante alla famiglia Penna, dedicato a San Defendente, interdetto nel 1729 ma ancora esistente nel 1837.
Alla fine del Seicento (1698) la chiesa presentava dei guasti alla parte absidale e in facciata, in seguito probabilmente riparati poiché nel 1729 appariva nel complesso in buono stato, anche se occorreva nuovamente restaurare il pavimento. In quegli anni era stata anche costruita accanto alla chiesa una casetta ( “domuncula” ) che ancora nel 1837 serviva da abitazione ad un eremita, scelto dal Comune di Rocca d’Arazzo per curare la manutenzione dell’edificio e dell’attiguo cimitero. La situazione generale della chiesa pare decadere nella prima metà dell’Ottocento, poiché nel 1837 il visitatore, oltre a prescrivere delle grate alle finestre, rilevava la necessità di riparazioni tanto all’interno quanto all’esterno, ordinandone l’esecuzione entro l’anno.
Nel 1804 l’editto di Saint Cloud, promulgato da Napoleone Bonaparte, obbliga i centri abitati a destinare alla sepoltura dei defunti un luogo ai margini dell’abitato, per esigenze igeniche e sanitarie. Visto il divieto di utilizzare il cimitero all’interno del paese, dal 1805 i Rocchese rimettono in funzione quello di Santo Stefano, preesistente da molti secoli. Ma, sia perché troppo vicino ai fabbricati sia perché la natura del terreno rendeva difficile lo scavo delle fosse nel 1819 viene dimesso in favore di quello attuale.
Oggi, la chiesa di Santo Stefano e Santa Libera a Rocca d’Arazzo è considerata un piccolo gioiello d'arte romanica, ed un’antica leggenda vuole che la chiesa di Santo Stefano e Libera, sia la più antica costruzione della zona, a parte la città di Asti, e racconta che la sua edificazione avvenne in adempimento di un voto fatto da un crociato rocchese.
La chiesa ha una pianta a croce latina, ad un’aula pressoché rettangolare si affiancano, all'inizio del coro, due cappelle laterali. Presenta un’abside atipica rispetto a tutte quelle delle altre chiese dell’Astigiano. Essa è divisa, da tre lesene in cotto, in quattro campi. Una serie di finestrelle, due per ogni campo, con arco a pieno centro e con apertura a sguancio, corre subito sotto la linea di gronda. Più sotto si aprono altre due finestrelle, un po’ più ampie delle precedenti.
Una mano di intonaco di cemento ha coperto i materiali costruttivi dell’abside, tufo, pietra, ecc. L’intonaco copre anche la facciata laterale dell’abside, da cui emerge a fatica un arco.
Nell'interno si trovano un altare ligneo sopra il quale è visibile un rozzo affresco che raffigura il martirio di Santo Stefano. La cappella a nord è invece abbellita da un'immagine di Santa Libera (il dipinto è firmato ARRI e datato 1928).
Sulle pareti vi sono numerosi “ex voto”; Santa Libera infatti, nella tradizione locale, cura i bambini dalla crosta lattea.
Sul lato opposto la cappella dedicata a San Defendente, con un quadro del XVIII secolo raffigurante la Madonna del Bambino.
Su una parete altri due dipinti, il primo è del 1600 e rappresenta il Martirio di San Lorenzo; l'altro raffigura la Madonna col Bambino e San Giovanni Evangelista, la datazione è del XVIII secolo.
Grazie ad una bufera, che in una giornata d'estate del 1966 si è abbattuta sull’Astigiano si sono scoperte delle antiche pitture murali. Infatti, le folate di vento, penetrate dalle monofore dell'abside, hanno fatto cadere uno strato di intonaco di notevole spessore, che copriva la calotta absidale, in parte forse già staccata in seguito ai movimenti del terreno. Sono così ricomparsi affreschi quattrocenteschi, insieme ad altri romanici, attribuibili al XIII secolo.
Oggi, grazie ai restauri, è possibile ammirare nel catino absidale i resti di un bellissimo affresco, ornato da un fregio a nastro, con raffigurante il Cristo Pantocratore in mandorla (frammento del piede sinistro, con legaccio del sandalo elegantemente annodato), con alla sua sinistra una Santa dal capo velato, datata alla metà del XV secolo che presenta alcune analogie con opere di Giacomo Jaquerio, e alla destra della mandorla compare invece un Evangelista che tiene con la mano il libro chiuso.
Una storia parallela, non provata da alcun rinvenimento di documenti ufficiali, ipotizza la creazione di un ciclo d'affreschi, terminati intorno al 1240, voluti dall’abate di San Bartolomeo di Azzano per dar lustro al fratello, un Cacherano signore del posto. Ad avvalorare questa teoria, però, è certo che nel XII secolo nel confinante territorio di Azzano prosperava il monastero benedettino di San Bartolomeo, una comunità monastica che si è espansa in modo particolare verso la zona orientale della città di Asti. All’inizio del XIII secolo l’abbazia benedettina di San Bartolomeo, è un grande monastero potente e ricco, come testimonia una bolla papale di Innocenzo IV (1247), dalla quale emerge che l’Abbazia possiede chiese e case parrocchiali, ed incamera la decimi ad esse pertinenti. Probabilmente, quindi, tutte le chiese e cappelle intorno ad Azzano erano possedimento del monastero, compresa Santo Stefano. Ma accanto all’espansione territoriale San Bartolomeo si preoccupa anche del suo sviluppo spirituale: l’opera evangelica si dispone in quei tempi attraverso le immagini, che richiamano i fedeli ai momenti più alti della vita di Gesù e dei Santi. E’ lecito supporre, dunque, che gli affreschi presenti nell’abside della chiesetta siano stati appositamente commissionati dall’abate del monastero. D’altronde una lettura stilistica degli stessi indirizzano la datazione proprio verso l’inizio del XIII secolo, quando in un atto del 1237 compare un Guillelmus, chierico della chiesa di Santo Stefano della Rocca (forse il pittore). Committente e autore rimangono anonimi, ma l’eccellente lavoro, la bellezza artistica delle pitture, sono tuttora il patrimonio più suggestivo ed ammirato della chiesa.
Durante gli scavi archeologici avvenuti nel 1998, attraverso il rilevamento con la tecnica del georadar, sono stati effettuati dei saggi in corrispondenza di possibili strutture riguardanti resti fondazionali e/o possibili cavità riempite.
Tali scavi sono stati condotti con lo scopo di verificare sia la reale presenza e consistenza delle suddette strutture, sia la loro profondità dal piano di campagna.
Altri scavi, invece, hanno avuto come finalità il rilievo e la valutazione del tipo di opere di restauro e consolidamento dell’abside effettuate nei primi anni sessanta e dei quali si è persa memoria.
Un saggio effettuato nel piazzale situato a sud della Chiesa ha mostrato al di sotto di una sottile copertura di terreno, la presenza di un lastricato di mattoni sotto al quale sono stati rinvenuti resti di vecchie sepolture.
Tra il transetto sud e il lato della Chiesa, dove l’indagine con il georadar aveva dato una serie di echi che facevano presupporre l’esistenza di materiale addensato, riconducibile a possibili resti fondazionali, è stato eseguito un ulteriore scavo. Esso oltre a rinvenire numerosi resti ossei misti al materiale di riporto, ha mostrato la presenza di un vecchio muro di 50 cm. di spessore avente direzione est-ovest, parallelamente al quale il terreno mostra un taglio verticale chiaramente artificiale. Prova di ciò sono le numerose nicchie allineate in senso orizzontale presenti ad una profondità di 90 cm. dal piano di campagna.
L’ultimo saggio è stato eseguito all’interno della Chiesa sul lato destro dell’altare maggiore. Dopo un’accurata rimozione della pavimentazione in cotto, si è dato inizio allo scavo. Il terreno asportato è risultato di riporto, ben costipato e asciutto, composto di sabbia fine mista a parti di mattini in cotto e resti ossei. Lo scavo ha portato alla luce la fondazione del muro absidale interno, di fronte alla quale è stato rinvenuto un muro, comprovante la possibile presenza di un cripta al di sotto dell’altare maggiore. La posizione inclinata dei mattoni indurrebbe a pensare alla possibile esistenza di una struttura a volta.
A valle della chiesa nel 1998 è stata anche rinvenuta una tomba d’epoca romana contenente frammenti d’ossa, piccoli arredi ed una moneta che ha reso possibile la datazione al I secolo d.C.
Si ipotizza che alla sepoltura possa essere legato un frammento di lapide funeraria, attualmente murata sulla parete sud della chiesa, con la scritta “SIBI ET LAEVAE PAU LENAE UXORI ”, la lapide fu rimossa dal gradino antistante l’altare, durante i lavori eseguiti negli anni sessanta.
Ad un centinaio di metri dalla tomba sono stati ritrovati i resti di un locale sotterraneo con volta in mattoni, contenente i resti di alcune grosse anfore.
La lapide sopra citata, come altri materiali usati nella costruzione della chiesa, viene quasi certamente dai resti di insediamenti romani intorno alla Via Fulvia, che i muratori medievali usavano smantellare per procurarsi pietre e mattoni.
Data la posizione elevata del colle su cui sorge l’edificio, è possibile che in epoca precedente l’edificazione della chiesa, fosse presente sul sito una torre di avvistamento romana.
La già citata chiesa di San Genesio, altrettanto antica, se non di più di quella dei SS. Stefano e Libera, ricordata ancora dal De Canis, oggi non esiste più; mentre l’attuale chiesa parrocchiale dei SS. Genesio e Stefano risalente al 1300, venne quasi completamente rifatta nel 1752, come attesta una lapide sul frontale. La ristrutturazione ha modificato la chiesa in stile barocco sia nella facciata, sia negli archi delle finestre, con sovrapposizioni al preesistente stile romanico-gotico.
Nella chiesa sono conservate alcune belle tele e un pregevole crocifisso cinquecentesco in legno.
Degno di nota particolare è il campanile in stile romanico, con quattro pinnacoli che lo rendono unico in tutto l’Astigiano.
 


 



a leggenda di Santa Libera affonda le radici nei riti precristiani legati alla Dea Madre, là dove l’acqua era considerata sacra e taumaturgica.
La leggenda vuole che sulla collina ove ora sorge la chiesa di Santo Stefano, un tempo sgorgava una sorgente circondata da una foresta, e narra che a Libera la lebbra aveva roso le mani, lasciandole, al loro posto, soltanto due moncherini. Essa aveva due figli, coi quali un giorno si recò nella folta selva che rivestiva le pendici del Monte. Giunti nei pressi di una fonte, i figli scivolarono nell’acqua; stavano per annegarvi, quando Libera udì una voce intimarle di stendere le mani. Obbedì e affondò nell’acqua i moncherini che miracolosamente ridiventarono mani sane e forti con le quali afferrò i due bambini, traendoli in salvo. Intorno alla fonte fu costruito un pozzo e intorno al pozzo un tempio a pianta circolare.
Con l’avvento della religione cristiana, la guarigione miracolosa tramandata di generazione in generazione si tramutò in fede popolare. Libera fu così molto venerata fin dal Medioevo e a lei ci si rivolgeva per essere liberati dalle malattie della pelle. La devozione a Libera come Santa Cristiana nacque probabilmente durante le pestilenze del Medioevo.
Un’altra legenda, risalente a più di mille anni dopo, narra che il figlio cadetto di una famiglia nobile del posto, di nome Defendente dei Penna-Porto, prima di partire crociato, fece voto, che se mai fosse tornato sano e salvo dalla Terra Santa, per ringraziare il Signore, avrebbe costruito una chiesa, e avrebbe vicino ad essa trascorso il resto della sua vita in eremitaggio. La preghiera fu ascoltata e Defendente mantenne la parola facendo erigere, sui resti di un tempio preesistente, una cappella, la cui abside semicircolare avesse dodici finestre, a ricordare i dodici Apostoli. Tale struttura ricordava, nella fantasia popolare, un’antica costruzione dove ci si recava per guarire con l’acqua di una fonte.
La leggenda vuole anche che il crociato, divenuto eremita, venisse, dopo la sua morte, sepolto nell’abside e che il suo sepolcro celasse un passaggio sotterraneo che collegava la chiesa al castello della Rocca.
Se del crociato rocchese Defendente oggi non ci si ricorda quasi più, la Santa Libera, invece, è viva nei racconti popolari. Pur non essendovene traccia nota nel calendario liturgico né in alcun dedicatario, la credenza popolare divenne culto forzando la chiesa locale a celebrarla.
Nell’iconografia tradizionale è rappresentata con due bambini tra le braccia. Nella chiesetta, in una cappella laterale, ve n’è una raffigurazione sia su tela che in stucco; intorno, i segni della devozione: ex voto, cuffiette e camicini di neonati. Fino a qualche anno fa, la chiesa era luogo di preghiera e di pellegrinaggio delle madri che invocavano la grazia per i loro figli malati, soprattutto se soffrivano di crosta lattea. Il rito consisteva nel percorrere in ginocchio la strada che ascende la chiesa; recitando il Rosario si effettuavano tre giri intorno all'edificio e ad ogni giro si bussava alla porta. Questo si ripeteva per nove giorni di seguito; ogni giorno si posava un sassolino sulla finestra della cappella di Santa Libera. Il nono giorno, attraverso stessa finestra, si gettava all'interno la cuffietta del neonato.

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Chiesa Romanica di Santo Stefano e Libera (Rocca d'Arazzo)