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l nome Montechiaro rifletterebbe le condizioni del luogo quali si presentarono dopo un massiccio disboscamento. Come si sa dal “Codex Astensis” l’attuale borgo sorse, nel 1199, dall’unione degli uomini di tre località vicine: Malisco, Mayrano (da “Maius”) e Pisenciana (da “Pisentius”). La tradizione, più leggendaria che storica, si è impadronita del fatto e narra di un certo Gerardo de' Gerardi, il quale, prima di partire per le Crociate, volle che gli abitanti dei tre antichi luoghi di Mairano, Maresco e Piesenzana si unissero, creando un nuovo centro fortificato, il futuro Montechiaro d'Asti.
Se fosse possibile dare credito a un falso costruito nel Trecento, forse sulla base di un documento autentico, troppo interpolato per poter fornire informazioni utili, San Nazario “ad Mayranum” avrebbe ricevuto nel 1074 una donazione da parte di un signore di Tonco, Gerardo de’ Gerardis: di vero c’è soltanto l'attribuzione della chiesa al villaggio ora scomparso da Mairano, i cui abitanti confluirono in modo massiccio nella “villanova” di Montechiaro d'Asti fin dal principio del XIII secolo.
La chiesa dei SS. Nazario e Celso, già nominata in una bolla pontificia del 1189, era l’antica parrocchiale di Mairano, cessando di esserlo nel 1585, per comodità della popolazione che, come si è visto, si era riunita da tempo in Montechiaro lontano quindi dalla località di Mairano.
Pur sorgendo nel territorio della pieve di Pisenzana, San Nazario dipese dall'abbazia benedettina della Torre Rossa di Asti, soggetta fin dall'ultimo quarto dell’XI secolo a quella di San Benigno di Fruttuaria: già nel 1159, infatti, a tale abbazia è confermato dal Barbarossa quanto possiede “in Mayeranum” e nel 1203 un “prior S. Nazarii de Mairana” partecipa al capitolo abbaziale tenuto a Fruttuaria; della chiesa di Mairano vi è ancora notizia nel 1247 in occasione della scomunica in cui incorse il suo sacerdote per non essersi presentato al vescovo di Asti, nel 1265, anno in cui la chiesa viene confermata dalla bolla di Clemente IV a Fruttuaria, e infine nel registro diocesano del 1345, dove compare fra i luoghi esenti dalla giurisdizione vescovile per la sua dipendenza da San Secondo della Torre Rossa. Come già per Pisenzana, anche Mairano subì lo spopolamento del villaggio a favore di Montechiaro d'Asti, dove nel Trecento fu costruito il nuovo oratorio di San Bartolomeo per venire incontro alle necessità degli abitanti del quartiere detto di Mairano: il titolo della nuova parrocchia continuava però ad essere quello dei Santi Nazario e Celso e tale rimase fino al 1752. Nel 1585, intanto, la vecchia chiesa (ricordata con l’intitolatura completa ai Santi Nazario, Celso, Vittore, Innocenzo) era in pessimo stato e non vi si celebrava messa che una volta l'anno: il visitatore, rilevando che mancavano intonaco, pavimento e finestre, ordinava che vi si provvedesse, dipingendo in bianco le pareti e in rosso le colonne. Nel 1838 le condizioni materiali dell'edificio continuavano a non essere buone, e certamente peggiorarono negli anni immediatamente seguenti fino al punto che nel l845 il vescovo Artico dovette ordinare che la messa della festa del santo si dicesse all'aperto per pericolo di rovina imminente ed esortò il parroco al restauro della chiesa; due anni più tardi l'edificio veniva in parte demolito e riedificato. Il lavoro ebbe termine nel 1849 e costò oltre 1700 lire, raccolte con pubblica sottoscrizione e con l'incasso di due lotterie.
La bella chiesa romanica di San Nazario e Celso, oggi sorge completamente isolata, a circa due chilometri di distanza dall’abitato di Montechiaro d’Asti. La chiesa, è posta sulla sommità di un colle contornato da un piccolo bosco, e domina, con quel campanile che sovrasta la vegetazione intorno, l'ampia vallata circostante.
In stretta dipendenza di Santa Fede a Cavagnolo Piemonte e di San Secondo a Cortazzone, la chiesa dei Santi Nazario e Celso a Montechiaro d’Asti si differenzia dalle costruzioni degli stessi anni per la ricchezza dell’apparato decorativo. Non tanto per le sculture, quanto per fa ricerca di delicatissimi rapporti coloristici fra i blocchi di pietra arenaria e i mattoni. Il bicromatismo, elemento caratterizzante di molte costruzioni romaniche del Monferrato astigiano, a Montechiaro d'Asti raggiunge livelli insuperati coinvolgendo l’intera costruzione e il campanile che lo affianca senza soluzione di continuità, con una gioia di superfici luminose, in corsi e ricorsi di parti biondo-miele e parti nel colore rosso cupo dei mattoni. Qui, più che in altri luoghi astigiani, le maestranze inventarono davvero soluzioni cromatiche di musicalità purissima.
La chiesetta, di grande suggestione anche per il luogo in cui si trova, è orientata, ad aula unica divisa in tre campate e conclusa da abside semicircolare. Tangente allo spigolo sinistro della facciata si alza l’alto ed imponente campanile, a quattro piani fuori terra: il primo senza aperture, il secondo con due sole monofore mentre gli altri due piani presentano eleganti bifore sormontate da un arco. I marcapiano sono sottolineati da serie di archetti intrecciati, ma è soprattutto il bicromatismo, strette file di blocchi di arenaria e di mattoni, in corsi quasi regolari, l’elemento caratterizzante della costruzione. Elemento per altro ricorrente anche sulle pareti della chiesa, e con soluzioni decorative di splendida immaginazione.
Il portale di facciata, leggermente aggettante su falso protiro, è incorniciato da due lesene con capitelli scolpiti a figure di animali, (richiamano molto da vicino analoghe decorazioni del portale di Santa Fede di Cavagnolo), su cui si innestano, nella parte più interna, un cordolo con raffinata decorazione a viticci intrecciati, poi una larga fascia scolpita a palmette e cornucopie. Quest’ultima, è racchiusa da un’altra cornice con motivo a “denti di lupo” realizzato con l’accostamento di triangoli di mattone e triangoli di pietra in tufo. Questo tipo di decorazione viene ripreso anche in altre parti dell’edificio.
La chiesetta dei Santi Nazario e Celso a Montechiaro d’Asti è stata soggetta in passato a diverse manomissioni e ad alcuni “strani” restauri. Da ricordare quello eseguito fra il 1845 e il 1848 quando l’edificio venne interessato da un radicale intervento, infatti, la chiesa fu abbattuta per intiero, eccettuata la facciata. Prima di essere “smontata”, le sue pietre, le sue delicatissime decorazioni furono numerate ad una ad una per poi rimontarle al loro posto, e nel medesimo ordine. Secondo l’atto di commissione dei lavori la ricostruzione avrebbe dovuto rispettare esattamente la struttura originaria, in realtà la chiesa risultò un po’ più piccola dell’antica. Pare, che nella ricostruzione si “avanzarono” molte pietre, motivo per cui, la chiesa “ricostruita” risultasse più piccola dell’originale.
L’interno è stato completamente ricostruito nell’Ottocento con volte a botte e cornici in stucco.
Nel 1929 si dovette riconoscere nuovamente lo stato di degrado ed intervenire con opere di consolidamento, soprattutto del campanile che era rimasto addirittura senza copertura.
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