l nome di Grazzano, dal gentilizio “Grattius”, è citato per la prima volta nel medioevo, in un atto del 961 d.C., relativo ad alcune donazioni fatte alla locale abbazia benedettina da Aleramo, primo marchese del Monferrato, rappresentante di una delle famiglie più importanti dell’Italia settentrionale. L'atto ricorda che Aleramo donò molteplici beni al monastero da poco fondato “in loco et fundo Grazani, infra castrum ipsius loci”, in onore del Salvatore, della Madonna, di San Pietro e di Santa Cristina. Vergano, in “Chiese romaniche nella provincia di Asti”, fa notare che il convento era sottoposto alla superiore giurisdizione del vescovo di Torino, ad evitare, come espressamente detto nell'atto sopra ricordato, ogni eventuale intromissione o pretesa del vescovo di Vercelli, della cui diocesi le terre monferrine facevano allora parte, e che, potente signore feudale, poteva destare i sospetti del novello Marchese.
Nei secoli successivi le donazioni di beni e diritti, effettuate dai marchesi, fecero prosperare il monastero, che nel 1408 adottò la riforma dell'Ordine benedettino e fu soggetto alla giurisdizione della Santa Sede. Sulle prerogative degli abati di Grazzano si accesero notevoli controversie nel XVII secolo e in quello successivo, quando, con l'annessione del Monferrato ai Savoia, questi ebbero il giuspatronato dell'abbazia (1708) e nominarono gli abati fino all'epoca napoleonica.
Oggi non rimangono che poche tracce dell'importante abbazia e nulla della primitiva costruzione.
Il campanile dell'antica abbazia, edificato sulla cima del colle, appare imponente e domina non soltanto il paese, ma anche le vallate circostanti; e nonostante i restauri e le manomissioni avvenute nel corso dei secoli, la costruzione conserva ancora l'aspetto romanico lombardo. Quattro forti lesene, che corrono lungo gli angoli, lo rendono ancor più maestoso. Eppure non é privo di grazia, forse perché la mole è come alleggerita da quella elegante loggetta che ancora compare nel lato sud, ed anche dalla sottile lesena che taglia al centro tutti i campi, dal riquadro dell'orologio sino a dove la torre emerge dalla sottostante, più recente, costruzione; oltre che dalla cornice di archetti pensili. Sempre nella parte volta a mezzogiorno, si conserva tuttora la bella pietra arenaria. Completamente rifatta, forse nell'ottocento, è invece la parte superiore.
La tomba di Aleramo risulterebbe all'interno dell'attuale parrocchiale, dedicata ai SS. Vittore e Corona ricostruita e ritoccata nei secoli XVIII e XIX: un frammento di mosaico segna il punto in cui nel 1581 sarebbero stati traslati i resti del marchese, intorno al quale la fantasia popolare tessé la trama della ben nota leggenda, che il cronista fra’ Jacopo d'Acqui espose, per primo, nel XIV secolo.

Prima di cliccare sull'anteprima immagine per l'ingrandimento attendere il caricamento completo dell'album

.

Chiesa dei SS. Vittore e Corona (Grazzano Badoglio)

Campanile Romanico