ell'Astigiano, vi sono minuscole chiese abbandonate, tuttora bellissime, costruite a fasce alterne di cotto ed arenaria, con resti di decorazioni talvolta bizzarre e finestre a bifora, bassorilievi, capitelli... E' il romanico superstite. E' il romanico delle chiesette astigiane, quella connotazione artistica che, massimo fra il 1000 e il 1200, segnò con densissima intensità il territorio oggi riconducibile al nord della Provincia di Asti, per diradarsi poi, notevolmente, verso il sud astigiano dove comunque sussistono testimonianze d'arte analoghe di ugual dignità.
Nell'alto medioevo, chiese pievane, gemmazioni di conventi o ospedali, proprietà di potenti vescovati, furono un riferimento religioso ed autorevole per intere collettività. Successivamente il borgo pose una frattura fra sé e le primitive sedi romaniche, spostandosi in altre posizioni più strategiche, attorno a nuove chiese. Fu un male considerato il decadimento a cui tali costruzioni, abbandonate, andarono in contro; fu un bene, al contempo, se si considera il fatto che, a causa di tale abbandono, l'architettura originale rimase immutata, e dunque tramandabile fino a noi.
Le chiese romaniche astigiane sono un patrimonio artistico eccezionale, poco conosciuto, ma certamente un'impronta artistica che privilegia la terra astigiana. Senza dubbio, in Provincia di Asti, si conoscono le testimonianze più preziose di quest'arte: la celebre Abbazia di Santa Maria di Vezzolano ad Albugnano, ed il cosiddetto "triangolo d'oro" del romanico astigiano che ha nelle chiese romaniche dei Santi Nazario e Celso di Montechiaro d’Asti, di San Secondo di Cortazzone, e di San Lorenzo di Montiglio i vertici privilegiati. Tuttavia nell’Astigiano, vi sono molte altre chiese romaniche “minori”, sicuramente meno note e celebrate, ma altrettanto affascinanti e ricche di storia.


 

nticamente in ogni Diocesi vi era una sola chiesa, in cui si amministravano i sacramenti e si celebrava la messa e questa era la Cattedrale, la quale veniva retta dal Vescovo stesso, che a quel tempo governava direttamente il popolo cristiano.
Ai fedeli che per lontananza non potevano partecipare al sacro rito, venivano inviati nei giorni festivi alcuni sacerdoti o diaconi ad esercitare il sacro ministero.
Nel IV secolo, tuttavia, dato il cresciuto numero di credenti, tale compito risultò poco agevole e di conseguenza si cominciò ad erigere nei vari luoghi della Diocesi chiese rurali. A ciascuna di queste chiese venne unita una parte di territorio e quindi vennero affidate ad un prete o ad un diacono, che in funzione di pastore avesse cura della corrispondente porzione di popolo, mentre il Vescovo continuava ad amministrare, con l'aiuto del suo presbiterio o clero, la chiesa della città ove aveva la sua sede.
L’effetto della diffusione del Cristianesimo fu la costituzione in ogni Diocesi di molte parrocchie, affidate a sacerdoti o diaconi.
Anche il nome ne seguì l'evoluzione storica. Poiché, durante i tre primi secoli, la voce “Parrocchia” significava comunemente tutto il territorio giurisdizionale di un Vescovo, vale a dire una città con attorno un aggregato più o meno esteso di borghi e villaggi, quasi sempre corrispondente al territorio della “civitas”, mentre quella di “Diocesi” esprimeva una più vasta giurisdizione ecclesiastica, come la provincia di un metropolita.
Nel V secolo invece già si indicavano col nome di parrocchie le piccole divisioni del territorio vescovile, nel senso che diciamo oggi chiese o distretti parrocchiali, come appare dal canone XVII del Concilio di Calcedonia, tenuto nel 451 d.C., in cui si ordinò che “le parrocchie rurali restassero invariabilmente sotto la giurisdizione di quei Vescovi, che da trent’anni le possedevano”.
Però nell'Italia settentrionale e particolarmente in Asti, ancora per molti secoli si utilizzò la parola “Parrocchia” per significare tutta la “Diocesi”, come vedesi nel canone XVI del Concilio di Pavia dell' 876 d.C., e nei diplomi già citati dell' 899 e 905 d.C., in cui i vescovi astesi Staurasio ed Audace, nel fare donazioni alla Canonica di Santa Maria, dicono di agire col consenso del clero della Città, degli arcipreti e degli altri consacerdoti della parrocchia.
Le parrocchie rurali, dopo il VI secolo in cui venne loro concesso il battistero, prima riservato alle sole Cattedrali, si dissero propriamente “chiese battesimali”, oppure “chiese e battisteri”. Ma la voce volgare per designarle era quella di “plebes”, donde le odierne “pievi”.
Questo nome indicava primitivamente il complesso dei fedeli governati da un sacerdote, e passò poi a significarne la giurisdizione acquistata. Il distretto territoriale in cui aveva giurisdizione il titolare di una pieve, veniva detto “plebatus” o “pievania”.
Furono le pievi le prime vere parrocchie, con quasi tutti i diritti che hanno le attuali.
In principio erano poche e con territorio molto esteso. Col tempo divennero perciò insufficienti ai bisogni della cresciuta popolazione cristiana, e venne concesso di celebrare le sacre funzioni in altre chiese, erette dai fedeli in luoghi più lontani o di difficile accesso alle pievi, alle quali era riservata l'amministrazione dei sacramenti.
Poco tempo dopo anche tali chiese vennero affidate alle cure di preti stabili che rendevano servizio agli abitanti dei villaggi e dei castelli in cui esse erano poste. Sorsero così altre parrocchie, ma di ordine inferiore, e subordinate alle pievi, per distinguerle dalle quali, si chiamarono “tituli”, “tituli minores”, o semplicemente “ecclesiae”.
In tutte le pievi, come negli episcopi, sin dall’826 d.C. dovevano stabilirsi, per ordine del Concilio Romano, celebrato sotto il Pontefice Eugenio II, maestri e dottori i quali insegnassero assiduamente le lettere, le arti liberali ed i sacri dogmi. A testimonianza della sollecitudine della Chiesa Romana nel favorire e propagare l'istruzione religiosa e letteraria non solamente nel clero ma anche nel popolo, durante l’epoca medioevale.
L'anno 850 d.C i Vescovi dell'Italia superiore, adunati in Concilio a Pavia sotto la presidenza dell'arcivescovo di Milano Angelberto e del patriarca d'Aquileia, desiderarono che le singole pievi fossero presiedute da “arcipreti”, i quali si curassero sia del popolo che dei preti, che risiedevano nei “minori titoli”, ne controllassero attentamente la vita, e riportassero al Vescovo l’impegno degli stessi nell’adempiere al loro ufficio. Secondo il Concilio, tale ordinamento doveva essere eseguito, nonostante fosse poco gradito dai Prelati; perché il relativo canone continua così: “né opponga il Vescovo non avere le pievi necessità alcuna di un arciprete, in quanto che egli stesso può governarle da se stesso. Che, quantunque sia molto abile, deve dividere gli oneri suoi, e come egli presiede alla Cattedrale, così gli Arcipreti presiedano alle pievi, affinché in nulla vacilli la sollecitudine della Chiesa. Riferiscano però ogni cosa al Vescovo e non presumano di ordinare alcuna cosa senza il consenso di lui.”
Quanto al sostentamento materiale, il Vescovo distribuiva ai pievani ed ai parroci dei minori titoli il provento delle oblazioni, delle decime e delle altre rendite delle loro pievi e parrocchie, ritenendo per sè la terza o la quarta parte.
Tutti i beni e rendite della Diocesi stavano in potere del Vescovo, il quale, dovendo curarsi dell’apostolato, ne affidava l'amministrazione all'arcidiacono, oppure, secondo quanto aveva ordinato il Concilio di Calcedonia nel 451 d.C., ad un economo il quale veniva scelto tra i diaconi ed eletto a maggioranza di voti dal clero.
Da principio tutti i proventi dei beni ecclesiastici della Diocesi venivano accumulati tutti assieme e con essi si sostenevano il Vescovo e il clero, si soccorrevano i poveri e si provvedeva alla manutenzione degli edifici sacri ed alle spese del culto. I proventi raccolti venivano divisi poi in quattro parti, assegnandone adeguata porzione al Vescovo, al clero, ai poveri, ed ai sacri edifici. Verso il IX secolo, furono fissati beni e rendite sia alle chiese parrocchiali, sia al clero, che prima veniva mantenuto a spese della chiesa cui prestava il suo servizio. Cessò così la comunanza dei beni ecclesiastici e si formarono i benefici, il qual fatto si verificò pure nello stesso periodo nella Diocesi astese, come appare da molti documenti dei secoli IX e X pubblicati nel Tomo I “Chartarum” dei Monumenti di Storia patria, in cui sono ricordati i possessi distinti di chierici e chiese particolari.
Secondo l'ordine cronologico dei documenti che ancora ci rimangono, sono ricordate, come appartenenti al Vescovado d’Asti:

I rettori delle pievi di Alfiano, Grana e Dusino erano già allora insigniti del titolo di Arciprete, stabilita nel sinodo pavese dell’850 d.C.. Oltre a questi molti altri pievani avevano già lo stesso titolo, poiché in un documento del giugno 886 d.C. sono nominati altri cinque arcipreti.
Nel diploma del 26 gennaio 1041, con cui il re Enrico III confermò al vescovo astese Pietro tutte le precedenti donazioni fatte alla sua Chiesa, sono espressamente indicate come dipendenti del Vescovado d’Asti 20 pievi nell'ordine seguente:
S. Dalmazzo di Quargnento - S. Maria di Grana - S. Giulio di Lavegia - S. Vittore di Priocca - S. Giovanni de Villa - S. Vincenzo di Marcellengo - S. Vittore di Canale Pieve di Novello - S. Martino della Vezza - S. Pietro di Piobesi - Pieve di Dusino - Pieve di Manciano – S. Maria di Gallerie – S. Quirico di Vultonice - S. Maria di Levaldigi – S. Pietro di Vico - S. Maria di Bene - S. Maria di Pedona - Pieve di Bene superiore - S. Maria di Carassone.
Nelle tre Bolle pontificie già citate, emanate a favore del vescovo astese Anselmo nel 1153, 1154, 1156, si trova l'intero elenco delle pievi, in cui era divisa la Diocesi d’Asti alla metà del XII secolo. Esse erano 30, indicate con quest'ordine:

  1. Pieve di Pedona (ora Borgo S. Dalmazzo, Diocesi di Cuneo).

  2. Pieve di Quargnento (ora Diocesi d'Alessandria).

  3. Pieve di Oviglio (Diocesi d'Alessandria).

  4. Pieve di Montaldo (ora Montaldo Scarampi).

  5. Pieve di Neante (villa ora distrutta presso S. Marzanotto).

  6. Pieve di S. Maria di Grana (Diocesi di Casale).

  7. Pieve d'Alfiano (Diocesi di Casale).

  8. Pieve di Coacio o Coassio (a Cossombrato).

  9. Pieve di Pisenzana (antica villa presso Montechiaro d’Asti).

  10. Pieve di Meirate (villa o regione nel territorio di Piovà).

  11. Pieve di Bagnasco.

  12. Pieve di Dusino.

  13. Pieve di Musanza (antica villa presso Villafranca).

  14. Pieve di S. Giulio di Lavegia.

  15. Pieve di S. Vincenzo di Marcellengo.

  16. Pieve di Priocca (Diocesi d'Alba).

  17. Pieve di Canale (Diocesi d'Alba).

  18. Pieve di Novello (Diocesi d'Alba).

  19. Pieve di Vezza (Diocesi d'Alba).

  20. Pieve di Guarene (corrispondente probabilmente a quella detta San Giovanni in Casiano nel documento 964, e S. Giovanni de Villa nel diploma 1041 (Diocesi d'Alba).

  21. Pieve di S. Pietro di Piobesi (Diocesi d'Alba).

  22. Pieve di Manciano (Diocesi d'Alba).

  23. Pieve di Levaldigi (Diocesi di Fossano).

  24. Pieve di Bene (Diocesi di Mondovì).

  25. Pieve di S. Pietro in Gradu (Diocesi di Mondovì).

  26. Pieve di Carassone (Diocesi di Mondovì).

  27. Pieve di S. Pietro di Vico (Diocesi di Mondovì).

  28. Pieve di Bene superiore (Beinette, Diocesi di Mondovì).

  29. Pieve di Morozzo (Diocesi di Mondovì).

  30. Pieve di S. Albano (Diocesi di Mondovì).

Come appare dal “Registro delle Chiese della Diocesi d’Asti”, compilato per ordine di monsignor Arnaldo nel 1345, alla metà del 1300 le sopra descritte pievi si erano ridotte da 30 a 23, ed alcune di esse avevano cambiato sede e nome.
Le pievi di Quargnento ed Oviglio con le chiese dipendenti erano passate a far parte della Diocesi d'Alessandria, eretta nel 1175.
S. Giulio di Lavegia o Lavezzole era stata distrutta dagli Astigiani nel 1275, ed i suoi abitanti avevano iniziato la costruzione di San Damiano d'Asti.
Levaldigi e S. Pietro “in gradu” erano divenute chiese esenti da giurisdizione vescovile, come si legge dallo stesso “Registro”, essendo state occupate da Ordini religiosi.
Le pievi di Morozzo e S. Albano erano diventate “prepositure”, come si rileva ancora dal “Registro”.
Avevano cambiato sede e nome: la pieve di Coacio, in Cossombrato; di Pisenzana, in Montechiaro d’Asti; di Manzano, in Cherasco; di Pedona, in Cuneo.
Più tardi cambiarono pure sede: La pieve di Cossombrato, in Villa S. Secondo, edificata dagli stessi Cossombratesi nel XIV secolo;
La pieve di Meirate, in Piovà, presso cui si trovava quell'antica villa o regione;
La pieve di S. Martino di Dusino, in Villanova d’Asti (arcipretura di S. Martino);
La pieve di S. Maria di Musanza, in Villafranca d’Asti, la cui parrocchia conserva tuttora lo stesso titolo;
La pieve di S. Vincenzo di Marcellengo, in S. Damiano (arcipretura di S. Vincenzo).
Dalle pievi dipendevano, ad eccezione di poche favorite da privilegi speciali, tutte le altre chiese o parrocchie minori, come fossero succursali, le Cappelle ed Oratori, in cui veniva celebrata la Messa da preti mandati appositamente dalle pievi più vicine.
Ciò è confermato, oltre che dal citato canone del Sinodo pavese dell’850 d.C., dal fatto che i Vescovi nel domandare ai Sommi Pontefici o agli Imperatori la conferma del territorio diocesano, nominavano solamente le pievi, e queste volevano che fossero singolarmente descritte nelle Bolle o Diplomi per averne la certezza del possesso.
Di conseguenza venivano anche riconfermati i loro diritti sulle chiese minori e cappelle, che dalle pievi dipendevano.
Nel 1345, come risulta dal Registro di monsignor Arnaldo, non erano soggette ad alcuna pieve: la chiesa di S. Secondo di Montegrosso allora unita alla Cappella dei Putti, le chiese della SS. Trinità e di S. Cassiano di Vigliano, S. Stefano della Rocchetta, S. Genesio e S. Stefano della Rocca, S. Maria di Molegnano, S. Secondo di Govone, S. Maria di Monteleucio, S. Pietro e S. Marziano di Viarigi, S. Ponzio di Monticello, S. Tommaso di Valgrana, S. Maria di Cortanze e S. Giorgio di Albaretto, oltre le trenta chiese soggette immediatamente alla Cattedrale, già precedentemente menzionate, e molte altre esenti da giurisdizione vescovile perché dipendenti da Ordini religiosi.
Anche nelle pievi, od almeno nelle più insigni, il clero, allettato dai vantaggi che portava la vita comune introdotta nelle Cattedrali nel IX secolo, iniziò a vivere in comunità in un chiostro o Canonica annessa alla chiesa, sotto una sola ed identica regola ecclesiastica, senza essere però, come i monaci, obbligato a povertà.
Nel diploma del 1041 sono ricordate, con le pievi, anche le “Canoniche” di Quargnento, Priocca, Piobesi, Levaldigi, Pedona, e Canale come dipendenti dal Vescovo d’Asti. E’ da credere che tali pievi fossero ufficiate da collegi di Canonici. A Canale tale presenza è testimoniata da un’iscrizione, mentre a Quargnento, dove vi erano Canonici già nel 968 d.C, tale testimonianza è data da una carta firmata da tre di essi, e tuttora vi esiste una Collegiata.
Mentre da principio non vi erano che “pievi” e, ad esse soggette, chiese dette “cure”, nei secoli successivi si istituirono le “prepositure” o “prevosture” ed i “priorati”.
I titoli di “prevostura e priorato” furono introdotti dai monaci, i quali con tali nomi chiamarono quei luoghi dove alcuni di essi, attirati dal bisogno delle popolazioni o dall'amore della solitudine, staccandosi dai grandi monasteri, andavano a stabilirsi, rimanendo però sempre sotto la giurisdizione spirituale e temporale di quell'Abbazia o Monastero da cui erano partiti.
Prepositure di tal genere già esistevano nella Diocesi d'Asti fin dalla prima metà del 1300. Un documento del 17 febbraio 1322 ne ricorda tre, fondate dall'Abbazia dei SS. Apostoli, cioè le “prepositure di S. Michele di Anterriso de Montata fangi”, (ora Montà, nella Diocesi d'Alba), “di S. Nicolò di Canale”, e “di S. Maria di Val Teglaria”.
Il “Registro” di monsignor Arnaldo nomina le “prepositure” di “Curte Venula”, ora Corveglia presso Villanova d’Asti, appartenente ai Canonici Regolari di S. Agostino, di “Cussaneo” presso S. Damiano, di “Masio, di S. Albano, di Morozzo, di Manzano” presso Cherasco. Nello stesso Registro sono menzionati i “priorati di S. Secondo della Torre” in Asti, di Annone, dipendente dal Monastero di S. Bartolomeo d'Azzano, di “Vasco”, soggetto al Monastero di Breme, di “Monte Givono”, soggetto al famoso Monastero di S. Benigno di Fruttuaria nel Canavese. Altro priorato presente in Asti sin dal principio del 1300, e probabilmente anche prima, era quello di “S. Maria Nuova”, dei Canonici Regolari di S. Agostino della Congregazione di Lombardia, dipendente dal Monastero di S. Croce di Mortara, come chiesa madre di questa riforma.
Nei Priorati, come nelle “Celle” ed “Obbedienze”, altri nomi con i quali si indicavano le piccole comunità di monaci dipendenti da maggiori monasteri, non dimoravano ordinariamente che due o tre monaci, a volte anche otto, ma non di più.
Nel 1600 a molte parrocchie venne concesso il titolo di Prevostura o quello di Priorato, ritenuti in quel secolo come di un grado superiore a quello di Cura.
Diminuita e quasi cessata nella seconda metà del 1500 la giurisdizione che avevano anticamente le Pievi sopra le Cure, fu conferita a tutti i Curati piena autorità nella cura delle anime e anche il diritto di celebrare il battesimo.
La giurisdizione dei Pievani passò allora nei “Vicari Foranei”, la cui istituzione iniziò quando i Vescovi, invece dell'Arciprete e dell'Arcidiacono, i quali, secondo antichi canoni, erano loro vicari, il primo per le cose spirituali e il secondo per le cose temporali, si elessero un Vicario Generale. Ai Pievani non rimase che una supremazia d'onore, segno della loro antica dignità, sul clero della pievania con qualche diritto speciale di ce1ebrare certe funzioni ecclesiastiche, come la benedizione del fonte battesimale nelle vigilie di Pasqua e di Pentecoste, ancora riservata sulla fine del 1500 alle chiese plebane, e vietata alle semplici Cure sotto pena di multa, come risulta da un decreto del IV Concilio provinciale di Milano, celebrato ai tempi dell'Arcivescovo S. Carlo Borromeo nel 1576, e da un editto pubblicato in Asti da monsignor Aiazza il 15 aprile 1597.
Nella Diocesi astigiana i Vicari Foranei furono nominati da monsignor Domenico Della Rovere, come egli stesso attesta nel titolo “De Vicariis Foraneis”, inserito nelle Costituzioni da lui pubblicate nel suo primo Sinodo, tenuto il 15 aprile 1578.
Lo scopo di tale istituzione, secondo quanto affermava monsignor Della Rovere, era di accrescere la carità nel popolo cristiano e di conservare la religione nei luoghi dove egli non poteva sempre essere presente.
Monsignor Della Rovere divise la Diocesi in tredici vicariati, costituendoli ad equa distanza tra di loro, nei luoghi più importanti. Essi erano: Cherasco, Rocca Cigliè (ora nella Diocesi di Mondovì), Vernante (ora nella Diocesi di Cuneo), Villanova d’Asti, S. Damiano d'Asti, Isola d’Asti, Govone, Rocchetta Tanaro, Castagnole Monferrato, Piovà, Montechiaro d’Asti, Guarene, Baldichieri.
E’ da notare che a quel tempo non sempre venivano investiti della carica di vicario i parroci dimoranti nei borghi che davano il nome a questi vicariati. Così nel 1588, nel 1° Sinodo celebrato da monsignor Panigarola il 30 agosto, furono eletti: a vicario d'Isola d’Asti il curato di Vigliano, a vicario di Govone il curato d'Antignano, a vicario di Rocchetta Tanaro il curato di Rocca d'Arazzo, a vicario di Castagnole Monferrato il curato di Quarto, a vicario di Piovà il curato di Cunico, a vicario di Montechiaro d’Asti il curato di Cortanze, a vicario di Guarene il curato di Monticello d'Alba, a vicario di Baldichieri il curato di Cortazzone.


 

Albugnano:
Abbazia di Santa Maria di Vezzolano
Montafia (frazione Bagnasco):
Chiesa di San Giorgio
Albugnano:
Chiesa di San Pietro
Montechiaro d'Asti:
Chiesa dei SS. Nazario e Celso
Aramengo:
Chiesa di San Giorgio
Montechiaro d'Asti:
Chiesa di Santa Maria Assunta (pieve di Pisenzana)
Berzano San Pietro:
Chiesa di San Giovanni
Montemagno:
Chiesa dei SS. Vittore e Corona
Buttigliera d'Asti:
Chiesa di San Martino
Montiglio:
Chiesa di San Lorenzo
Calamandrana:
Chiesa di San Giovanni alle Conche
Montiglio (frazione Colcavagno):
chiesa dei SS. Vittore e Corona
Calliano:
Chiesa di San Pietro
Montiglio (frazione Scandeluzza):
Chiesa di SS. Sebastiano e Fabiano
Camerano:
Chiesa di San Bartolomeo
Montiglio (frazione Scandeluzza):
Chiesa di Sant'Emiliano
Casorzo:
Chiesa di San Giorgio e Madonna delle Grazie
Piovà Massaia:
Chiesa di San Martino di Castelvero
Castell'Alfero:
Chiesa della Madonna della Neve
Portacomaro:
Chiesa di San Pietro
Castelnuovo Don Bosco:
Chiesa di Sant'Eusebio
Rocca d'Arazzo:
Chiesa di Santo Stefano e Libera
Castelnuovo Don Bosco:
Chiesa di Santa Maria di Cornareto
Roccaverano:
Chiesa di San Giovanni
Castelnuovo Don Bosco (frazione Mondonio):
Chiesa di Santa Maria di Rasetto
Rocchetta Tanaro:
Chiesa di Santa Maria di Flexio
Cerreto d'Asti (frazione Casaglio):
Chiesa di Sant'Andrea
San Damiano (frazione San Giulio):
Campanile di San Giulio
Chiusano:
Chiesa di Santa Maria
San Damiano (frazione San Pietro):
Campanile di San Pietro Cussaneo
Cinaglio:
Chiesa di San Felice
Settime:
Chiesa di San Nicolao
Corsione:
Chiesa di Santa Maria di Aniceto
Tigliole d'Asti:
Chiesa di San Lorenzo
Cortazzone:
Chiesa di San Secondo
Tonengo:
Chiesa di San Michele
Grazzano:
Chiesa dei SS. Vittore e Corona
Viarigi:
Chiesa di San Marziano
Monastero Bormida:
Torre di Santa Giulia
Villafranca d'Asti:
Chiesa della Madonna della Neve
Montafia:
Chiesa di San Martino
Villanova d'Asti (località Corveglia):
Torre del castello di Corveglia