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’antica abbazia di Santa Maria di Vezzolano è posta ai piedi della collina su cui sorge il paese di Albugnano nel territorio della Provincia di Asti.
Il paese di Albugnano è situato su un’alta collina e da esso si gode un vastissimo panorama sul Monferrato. Da reperti archeologici rinvenuti in zona risulta che questi luoghi erano già abitati ai tempi della dominazione romana. Albugnano, in latino “Albunianum”, ha preso il nome da un romano, “Albonius”, che aveva qui la sua villa. Fu feudo dei canonici di Vezzolano, la cui signoria su Albugnano durò fino al 1800, anno in cui l’ente venne soppresso dal governo napoleonico.
Sovrasta il centro abitato il piazzale della Torre, oggi Belvedere Motta. Il piazzale trae il suo nome dalla presenza di una torre che apparteneva all’antico castello di Albugnano, espugnato nel 1401 dai mercenari guasconi, al servizio del principe d'Acaja, i quali procedettero al suo definitivo smantellamento; la torre rimasta fu demolita nel 1861. Su questo piazzale si possono ancora vedere i resti del celebre e plurisecolare olmo del ciabattino, caro a Don Bosco.
Per la sua altitudine (m 553.75 s.l.m.) e per lo stupendo panorama che offre, Albugnano è definito “il balcone del Monferrato”, non essendo la vista limitata che dalla catena delle Alpi, che spaziano dalle Marittime fino alle Pennine. Dal suggestivo “Belvedere” si possono ammirare anche città come Mondovì, Pinerolo, Ivrea, Vercelli, Novara ed Asti.
Il monumento artistico di grande importanza presente nel comune è rappresentato appunto dall’abbazia di Santa Maria di Vezzolano che sorge ai piedi della collina, in una conca verdeggiante, e rappresenta uno dei più pregevoli monumenti religiosi medioevali del Piemonte e non solo.
Vezzolano sorge in un luogo che, secondo i ritrovamenti archeologici e la stessa toponomastica, fu abitato fin dall’antichità. Il toponimo di Vezzolano potrebbe derivare dal gentilizio “Vettiolus”, forse da collegare con i Vetii, presenti nell’area di Chieri.
embra esserci qualcosa di singolare e, insieme, di misterioso e di intrigante nel complesso di edifici che costituiscono l’abbazia romanica di Santa Maria di Vezzolano. E non soltanto da oggi. Perché a Vezzolano già la definizione di Abbazia risulta impropria, anche se è ormai quella più diffusa e più nota, e il luogo dove è sorta, nell’incanto di colline dolcissime e di orizzonti spezzati, più di altri è capace di destare suggestioni, porre interrogativi, sollevare dibattiti sulle sue origini e sulle sue trasformazioni nel corso dei secoli.
Una presenza di grande valore dovuta anche all’assoluto pregio delle architetture, alla ricchezza di sculture e di affreschi, con elementi che si articolano fra la grande arte carolingia e le espressioni già mature del pieno gotico, ma tutti amalgamati, senza apparenti cesure, sino a costituire un monumento che forse ha pochi esempi di uguale bellezza in area padana occidentale.
Come per moltissime fondazioni monastiche piemontesi dell’età romanica, le leggende si sono sostituite alla pressoché assoluta mancanza di documentazione antica. O, meglio, ed è questa un’altra particolarità di Vezzolano, la documentazione esiste ed è di fonte sicura. Ma ci aiuta soltanto a chiarire l’anno in cui, nel luogo detto di Vezzolano, in una romantica e ombrosa valletta ai piedi della collina di Albugnano, venne insediato un gruppo di sacerdoti i quali, in cambio dell’investitura e di alcuni benefici da parte di esponenti dell’aristocrazia locale, si impegnavano a vivere in comunità secondo una regola canonicale e soprattutto a pregare per i foro fondatori.
Quello che stava nascendo sulle colline di Albugnano non era dunque un’abbazia vera e propria, ma una fondazione canonicale secondo la regola di Sant’Agostino e quindi agostiniana. Non era cioè legata alla regola benedettina allora il modello più diffuso di organizzazione di vita religiosa comunitaria; non era un’abbazia, anche se ne seguiva praticamente lo stile di vita e di impegno. E poi, quell’atto di fondazione in realtà non ci dice nulla, o ci rivela molto poco di quanto, costruzioni architettoniche, edifici, chiesa, già esisteva al momento della costituzione della comunità.
La leggenda legata alla nascita di Vezzolano è di gusto squisitamente medioevale e di tradizione “nobile”, in perfetta sintonia con l’origine aristocratica della fondazione e con la volontà, sempre e tenacemente perseguita sino alla sua estinzione, di conservarne quasi una caratteristica di cappella gentilizia.
In un anno imprecisato fra il 773 e l’800 d.C., narra dunque l’antica e suggestiva leggenda rimasta sostanzialmente invariata nel tempo, nei boschi che allora coprivano quasi interamente queste colline giunge Carlo Magno. Il re dei Franchi, non ancora imperatore, è a cavallo accompagnato da due nobili della sua corte, con cani e falconi, per una delle sue attività preferite: la caccia. Dal folto della foresta i tre cavalieri sbucano in una radura dove c’è la capanna di un eremita (San Macario) affiancata da una piccola chiesa. Ed è qui che agli occhi dei tre cavalieri, nel fiore della giovinezza, belli e forti, in un momento di gioia e di svago, si presenta all’improvviso una scena d’orrore e di terrore. Si scoperchia una tomba e si levano tre scheletri minacciosi, che incominciarono a muoversi come in una danza macabra, spaventando ed inorridendo i tre giovani e facendo imbizzarrire i cavalli.
L’eremita Macario ammonisce allora Carlo Magno e i suoi due compagni sulla caducità della vita terrena; ricorda che anche il loro destino li trasformerà in scheletri orribili a vedersi e li richiama al pentimento, a ben operare in futuro per costruirsi la vera ricchezza, quella che avrà valore anche dopo fa morte. E’ il classico “memento mori”, il “ricordati che sei polvere e polvere tornerai”. Una scena e una predica da perfetto quaresimalista che non lasciano indifferenti i tre nobili cavalieri. E soprattutto il re Carlo Magno che, ancora inorridito per quanto ha visto e sentito, fa voto di pentirsi e di edificare in quel luogo una chiesa e un monastero. Respinta dalla critica storica, la tradizione leggendaria ha trovato un facile sostrato di permanenza e di continua riproposizione a Vezzolano, complici le suggestioni del luogo, la sostanziale integrità ambientale e il fascino di architetture, sculture e decorazioni fra le più importanti dell’area nord-occidentale.
D’altra parte, sarebbe forse un errore negare qualsiasi valore a una leggenda che, nata probabilmente nel XVII secolo con finalità e scopi politico-economici, trovava sin troppo facili riferimenti e “appoggi” popolari in alcuni importanti affreschi esistenti all’interno del complesso e che a quella leggenda devono un qualche valore di prova.
E poi, il testo stesso dell’atto di fondazione, redatto nei primi mesi dell’XI secolo e controfirmato da “"boni homines” sulla cui fede ed onestà non potevano esserci dubbi, lasciava intuire la preesistenza di un edificio sacro, edificato quindi in epoca almeno tardo-carolingia. Inoltre, alcuni elementi scultorei e decorativi, reimpiegati nella costruzione giunta sino a noi, sono di chiara epoca carolingia e testimonierebbero, appunto, l’esistenza di una chiesa già nell’VIII-IX secolo. Legare la fondazione di Vezzolano a Carlo Magno non era, dunque, tanto azzardato almeno in termini di possibilità temporale.
Lasciate comunque da parte, almeno per ora, le tradizioni leggendarie, occorre rifarsi ai documenti certi. Il primo che si incontra per l’abbazia di Santa Maria di Vezzolano porta la data del 27 febbraio 1095. In esso, un gruppo di signori - Ardizzone figlio del fu Guglielmo e Amedeo suo cugino; Anselmo e Ottone figli del fu Tetone; Ottone figlio del fu Vilfredo e Guido figlio di Arduino, con le foro mogli - investono Teodolo, detto Fanto, ed Egidio, ministri della chiesa di Vezzolano, “dei beni che la stessa chiesa ora possiede e di quelli che possiederà in futuro”. I fondatori sottolineano nel documento, che sono stati mossi dalla fede e dal “divino amore”, e pongono i “titoli” dell’investitura “super altare eiusdem ecclesiae”, cioè “sopra l’altare della stessa chiesa”. Il documento non lascerebbe quindi dubbi sul fatto che un edificio sacro esisteva già al momento della istituzione della comunità religiosa.
Ed è ben chiara la volontà dei fondatori di volere la costituzione di un gruppo di religiosi che si impegnino a vivere secondo la “regola canonica” (il testo del documento precisa: “I sopraddetti preti e chierici, presenti e futuri, devono coabitare e vivere in comunità e insieme pregare nella predetta chiesa secondo la regola canonica, senza alcuna divisione o proprietà privata”). La “regola”, nel testo non definita, sarà poi quella che si rifaceva alle norme dettate da Sant’Agostino e che impegnava, innanzitutto, alla rinuncia ad ogni proprietà privata.
La nascita di Santa Maria di Vezzolano è dunque da mettere in relazione a quel vasto movimento di riforma della vita ecclesiastica voluto e sostenuto da Papa Gregorio VII, in attuazione dei provvedimenti adottati dal Sinodo Lateranense del 1059 contro il matrimonio dei chierici, le ingerenze del potere laico nell’elezione pontificia e nelle investiture vescovili. Una profonda e rigorosa riforma che, originatasi nel monachesimo cluniacense, si articolò poi ulteriormente nei Sinodi romani del 1074 e del 1075 e che, proprio sul finire dell’XI secolo, trovava larga eco e diffusione anche in Piemonte, appoggiato da parte dell’aristocrazia e da alcune abbazie.
Il citato atto di investitura del 1095 potrebbe far pensare che la primitiva chiesa di Vezzolano fosse, originariamente, una cappella privata al servizio soprattutto dei signori di un castello, oggi di incerta localizzazione.
Nei documenti successivi, Santa Maria di Vezzolano viene variamente indicata come “canonica”, ma più frequentemente come “ecclesia”, oppure come “ecclesia et canonica”. In epoca più avanzata sarà denominata anche “praepositura”, in quanto governata da un “prepositus”, cioè un superiore. Manca dunque, sempre, la terminologia propria dell’organizzazione e della gerarchia monastica benedettina.
Una costante - e non solo per Vezzolano - è l’intrecciarsi di fonti documentarie e di leggende più o meno consolidate. Così, mentre il documento ricordato del 1095 attesta la preesistenza di una più antica chiesa (venne poi abbattuta dalle fondamenta, oppure fortemente rimaneggiata perché troppo angusta o inadeguata alle nuove esigenze?), è stata ed è la leggenda a indicare, per altro senza alcun fondamento documentario, sia il luogo dove sorgeva il vecchio edificio, sia le cause della sua distruzione: la primitiva costruzione sarebbe stata edificata nell’ampio prato immediatamente alle spalle delle attuali absidi, oppure in un più piccolo terreno a sud-ovest che sarebbe poi stato inghiottito da una grande frana. Dal finire del XIV secolo anche Vezzolano non si sottrasse a un periodo di grave decadenza sino all’istituzione del regime commendatario e l’affidamento della guida della comunità a personaggi di alcune delle più eminenti famiglie aristocratiche della zona.
Alla vita dei canonici o monaci a Vezzolano (per altro il complesso aveva già conosciuto precedenti abbandoni o la presenza di soltanto più uno o due religiosi) pose fine il decreto napoleonico del settembre 1800 con la soppressione dei beni ecclesiastici. Mentre la chiesa abbaziale veniva dichiarata “di pubblica e comune proprietà”, cioè bene statale e ridotta a cappella campestre di Albugnano, il chiostro, gli edifici annessi e una grande casa colonica vicina furono venduti all’asta, nel 1810, per la somma allora molto elevata di 15 mila lire. Nel 1927 l’ultima proprietaria, Camilla Serafino, donava queste parti all’Accademia di Agricoltura (poi Facoltà di Agraria) dell’Università di Torino che, a sua volta, dieci anni più tardi cedeva la parte monumentale allo Stato consentendo una ricongiunzione di tutti gli edifici di interesse storico-artistico di Vezzolano.
Oggi, isolata nel verde di una valletta silenziosa, lontana dalle strade di grande traffico e ancora immersa in ambiente prezioso e delicato, quella che continueremo a chiamare abbazia di Santa Maria di Vezzolano costituisce uno dei gioielli più fascinosi dell’arte medioevale piemontese. Il complesso è articolato in due parti, profondamente integrate, anche in termini architettonici e spaziali, l’una all’altra: la chiesa abbaziale, con campanile ribassato sul filo della navata laterale di sinistra, e un piccolo affascinante chiostro.
a osservare con attenzione, è l’esterno dell’abbazia. E non soltanto per l’indubbio valore artistico, di architetture e di sculture, ma anche perché riserva alcune sorprese interessanti in relazione alla strutturazione e alla suddivisione spaziale interna della chiesa. Se fa facciata, aperta verso il panorama della pianura chieresi, è sicuramente fa parte di maggior interesse artistico all’esterno del complesso, fa base del muro laterale di sinistra rivela memorie preistoriche e resti di fenomeni geologici altamente suggestivi. I blocchi vennero infatti tagliati da conglomerati calcarei formatisi nei millenni da depositi di conchiglie di molluschi quando queste colline erano ancora sommerse dall’acqua del mare. Ed è così possibile individuare, non soltanto all'esterno, ma anche nei muri interni, sempre sul lato a sinistra della chiesa, tracce e presenze consistenti di conchiglie e addirittura di un pesciolino fossile.
La chiesa è orientata e la facciata che si presenta oggi con profilo a salienti interrotti, articolata verticalmente in tre parti, corrispondenti dunque, ma solo apparentemente, ad altrettante navate, da quattro contrafforti rettangolari sporgenti. A Vezzolano, come d’altra parte in molti monumenti edificati negli stessi anni e che punteggiano sommità o declivi delle colline astigiane, si fece uso soprattutto di mattoni e di blocchi di arenaria dal delicato colore biondo-miele raggiungendo straordinari valori cromatici e decorativi e realizzando un’opera certamente da attribuire all’arte romanica, anche se non fu di esecuzione unitaria e già denuncia sentori, più che elementi veri e propri, di influssi gotici d’oltralpe soprattutto nell’apparato scultoreo.
Un paramento murario in mattoni caratterizza, con pienezza di volumi, la parte inferiore. Vi si apre un solo portale in asse con la navata centrale. Inserito in un falso protiro, è ad ampia strombatura con arco a tutto sesto, arricchito da pilastrini (alcuni sono in marmo, decorati con motivi geometrici, e sarebbero materiale di spoglio salvato dalla distruzione di una più antica chiesa) e colonne con capitelli scolpiti a motivi vegetali e zoomorfi, come i simboli degli evangelisti Luca (la testa di bue), e di Marco (la testa di leone). Il primo, la testa di bue, rivela vicinanze con una analoga scultura che fa parte del pulpito nella chiesa di San Giulio d’Orta, comunemente attribuito al primo trentennio del XII secolo. Per realizzare alcune parti del portale venne usata una pietra molto tenera, di colore grigio-azzurrino, che ha subito una forte consunzione nel corso dei secoli.
Nella lunetta centrale è scolpita la “Vergine in trono tra un Angelo e un Devoto”, quasi certamente uno dei principali committenti (un “prepositus”, oppure un signore della aristocrazia locale?) di una serie di opere che interessarono presumibilmente la conclusione di importanti lavori edilizi a Vezzolano. Tracce di colore ancora esistenti lasciano supporre che le figure fossero dipinte con impasti molto brillanti, analogamente alle figurine del1 “pontile” interno.
Le sculture dei capitelli e quella della lunetta non sembrano essere attribuibili alla stessa mano ed è ipotizzabile un distacco di oltre mezzo secolo nella realizzazione delle due parti, elemento questo che, insieme a diversi altri, confermerebbe una interruzione piuttosto prolungata nei lavori dell’ultimo cantiere.
Il portale di sinistra, murato da anni, è molto più semplice nella struttura generale e nella quantità e qualità di decorazioni. L’arco è ancora a tutto sesto, con elegante strombatura a tre anelli progressivi, architrave a filo di imposta e lunetta al cui interno è raffigurato Sant’Ambrogio.
In corrispondenza della parte destra della facciata, secondo quanto lascia immaginare l’articolazione degli spazi architettonici delimitati dai quattro contrafforti rettangolari, dovrebbe aprirsi il terzo portale. Ne esistono ancora tracce visibili, come ad esempio la presenza dell’architrave inserita nel paramento murario, ma il portale non c’è o, piuttosto, non esiste più. Se oggi fosse riaperto, non immetterebbe nella terza navata, ma prima in una sorta di cappella e poi in un’ala del chiostro.
La maggior ricchezza di varietà cromatica e decorativa è concentrata nella parte superiore della facciata della chiesa. Il muro, quasi un fondale scandito da un ritmico alternarsi di corsi orizzontali di arenaria chiara e di mattoni, che arriva a raggiungere straordinari risultati di valori cromatici, sembra far da sfondo ad un liberissimo e raffinato gioco sviluppato dal sovrapporsi di tre ordini di gallerie cieche che esaltano gli effetti chiaroscurali delle architetture e delle sculture.
Al centro si apre una specchiatura rettangolare di altezza quasi doppia rispetto a quella della fila di colonne: allungandosi verso l’alto, interrompe in senso verticale la rigida scansione degli spazi e “bilancia” lo sviluppo essenzialmente orizzontale di questa parte della facciata. Una grande e profonda bifora, con archi a tutto sesto su colonnine binate cui sono appoggiate tre sculture a tutto tondo al centro, quella di Cristo in atteggiamento benedicente; a sinistra la statua di San Michele Arcangelo che trafigge il drago; a destra San Raffaele con la spada in pugno costituisce il “cuore” dell’intera facciata. E’ probabile che, anticamente, le due figure laterali fossero dotate di ali forse in metallo poi andate perdute. Al di sopra di questo gruppo centrale la decorazione scultorea prosegue con le statue di due angeli reggicandela, di altezza più ridotta, inseriti nel muro quasi tangenti agli archi della bifora e, fra queste due sculture, sono murati tre grandi bacili-scodelle in ceramica colorata secondo uno schema che non ha molte presenze in Piemonte.
La facciata è conclusa da un terzo e ultimo ordine di colonne che segue il profilo spiovente delle falde del tetto. Le colonne sono quindi di altezza diversa e sui capitelli si innestano archetti degradanti. Anche quest’ultima galleria cieca è arricchita da statue fra le colonne: sono ancora due figure di angeli che poggiano i piedi su ruote, oggi quasi scomparse per danni provocati da agenti atmosferici. In alto, alla sommità della facciata entro una nicchia, è collocato un piccolo busto del Redentore.
Una facciata, dunque, ricchissima quella di Santa Maria di Vezzolano e che non ha mancato di sollevare un dibattito, ormai secolare e non ancora concluso, sugli anni in cui venne realizzata e sugli artisti che vi lavorarono. Oggi si può ritenere che, nella sua configurazione attuale, la costruzione della facciata, così come dell’intera chiesa, sia iniziata verso la seconda metà del XII secolo in sostituzione del precedente edificio sacro testimoniato come esistente nel documento del 1095. I lavori della facciata e della chiesa dovettero proseguire per alcuni decenni, forse per più di un secolo, coinvolgendo maestranze provenienti anche da aree diverse, con più di una interruzione e conseguenti riprese del cantiere. Della antica chiesa non tutto fu distrutto. Alcuni elementi riconosciuti di particolare valore estetico, ad esempio, parti dell’attuale portale centrale, vennero salvati e reimpiegati nell’edificio nuovo.
Lo schema architettonico generale della facciata è di chiara derivazione dall’area padana, lombardo-emiliana, così come l’articolazione dei tre ordini di gallerie cieche risente l’influsso di chiese pavesi. Ma a Vezzolano, ai valori chiaroscurali e plastici dell’architettura si unirono quelli tipici locali del romanico astigiano che ricercava anche risultati cromatici con l’impiego alternato di arenaria e mattoni.
Diverso è invece il discorso del ricco apparato scultoreo. Agli architetti e alle maestranze dell’area padana, nel cantiere subentrarono o più probabilmente si affiancarono artisti d’oltralpe. Portavano con sé una cultura più avanzata e “matura”, certamente ancora romanica ma ormai aperta a modi “nuovi” anche se non tutti già completamente chiari e decifrabili. Se gli storici dell’arte sono pressoché unanimi nell’individuare al di là delle Alpi il luogo di provenienza degli artisti che lavorarono a Vezzolano, le opinioni divergono poi profondamente quando si tenta di individuare le aree precise di formazione. E così si parla variamente di artisti borgognoni o provenzali, o di più generica area centro-europea. Ma altri artisti di formazione e cultura padana continuarono ad essere molto attivi nel cantiere di Vezzolano contribuendo a dare una impronta del tutto particolare alle linee gotiche che cominciavano a prendere il sopravvento su quelle romaniche.
differenza di quanto si immagina osservando la facciata e la sua scansione, l’interno dell’edificio sacro è a due e non a tre navate: una, diciamo, “centrale”, più una seconda laterale, a sinistra. La terza navatella di destra non esiste, non è mai esistita o forse, non esiste più.
Rivestono un certo interesse le misure interne della chiesa. La lunghezza, dall’abside alla facciata, è esattamente di 30 metri; la navata centrale è larga 7 metri, mentre quella minore, secondo la corrente proporzione medioevale, è larga 3 metri e mezzo.
Si pongono alcuni interrogativi: la chiesa venne costruita a tre navate e poi una di esse, quella di destra, fu utilizzata per realizzare uno dei lati porticati del chiostro; oppure, l’edificio ebbe originariamente una sola navata e in un secondo tempo, si pensò di aggiungerne altre due, cosa che poi non avvenne per ragioni che non conosciamo? Oppure, la chiesa di Santa Maria di Vezzolano nacque di proposito a due sole navate, con un progetto architettonico sicuramente insolito, ma che non è l’unico in Piemonte, e già da subito si pensò di utilizzare lo spazio, che sarebbe stato impegnato dalla navata di destra, per un’ala del chiostro?
Tutte le ipotesi hanno avuto convinti sostenitori e altrettanto convinti critici. Forse la soluzione potrebbe trovarsi in una “mediazione” nel senso che il progetto originario impostò un edificio a tre navate, ma poi, nel corso dei lavori, per particolari esigenze a noi ignote, la parte destra venne destinata ad uno dei lati del chiostro. Solo in questo modo si potrebbero spiegare l’ “anomalia” della facciata, l’esistenza di due sole absidi e il fatto che il lato settentrionale del chiostro, quello che dovrebbe appunto corrispondere alla terza navata, in realtà è largo ben cinque metri invece dei tre metri e mezzo della navatella di sinistra.
A rendere più ingarbugliata ancora la vicenda costruttiva e decorativa di Vezzolano sono da mettere in conto i lavori di restauro, per alcune parti si trattò non di interventi conservativi, ma integrativi e ricostruttivi, eseguiti nei primi decenni del nostro secolo. Lavori che non sempre furono rispettosi dell’esistente e che “reinterpretarono” un “gusto romanico” non filologicamente corretto. Se ne può avere una testimonianza diretta nel paramento esterno realizzato per “rivestire” le absidi.
L’interno della chiesa di Santa Maria a Vezzolano si presenta dunque a due navate, entrambe concluse da absidi semicircolari, con presbiterio leggermente rialzato. L’ambiente è severo e complessivamente di grande unitarietà stilistica anche se qui, più ancora che all’esterno, si palesa La transizione dal romanico ad un gotico già completamente definito e ben caratterizzato. Le campate hanno volte a crociera, con archi a sesto acuto e rilevati costoloni. Domina e si dilata anche nell’interno la ricerca di valori cromatici con l’uso sapiente e raffinatissimo delle fasce orizzontali alternate di mattoni e di arenaria, perfette nei ritmi e senza cesure soprattutto nelle calotte delle due absidi. Ciascuna campata è a sua volta divisa da archi acuti longitudinali che poggiano su pilastri tozzi e ribassati con capitelli di fogge diverse, non tutti scolpiti o con sculture iniziate e non completate. Il presbiterio della navata centrale è preceduto da un “arco di trionfo” su quattro colonnine, due per parte, binate, con raffinati capitelli decorati a motivi geometrici e testine di mostri. Altre due colonne, esili ed elegantissime, addossate al muro, sorreggono l’arco di innesto dell’abside vera e propria.
’elemento architettonico che caratterizza l’interno della chiesa, tra la prima e la seconda campata della navata centrale e che è quindi quasi subito a ridosso della porta di ingresso, è un grande e maestoso “pontile” che taglia orizzontalmente la prospettiva verso l’abside. E’ questo “pontile” o detto alla francese, “jubé” (jubé è un termine che deriva dalla preghiera latina “Jube, Domine, benedicere”) un fatto sicuramente unico in tutta l’area pedemontana. Non ne esistono altri esempi in Piemonte e la sua presenza a Vezzolano non ha mancato di sollevare altri interrogativi. Anch’essi purtroppo senza risposta. Ad esempio, chi ne fu l’autore e in quale anno lo realizzò? Quale era la sua funzione liturgica? Fu realizzato già originariamente per questa chiesa, magari per una collocazione diversa e poi adattato nella posizione attuale, oppure a Vezzolano venne trasferito perché “dimesso” da un altro edificio sacro?
Il “pontile” o “jubé” di Vezzolano è, appunto, una sorta di “ponte” o di tribuna sopraelevata che collega i primi due pilastri della navata centrale. Lungo poco meno di 6 metri e 30 centimetri, è composto da una lastra di calcare alta un metro e 25 centimetri, scolpita in bassorilievo per tutta la sua lunghezza e su due fasce sovrapposte. Questo lungo fregio poggia su tre file orizzontali di blocchi in pietra appena squadrati e sostenuti, a loro volta, da una base formata da cinque arcate a sesto acuto su colonnine in pietra e splendidi capitelli a fogliami stilizzati. Il passaggio tra la prima parte della chiesa, che viene a costituirsi quasi come un atrio o nartece, e il resto dell’edificio è assicurato da una apertura rettangolare al centro del “pontile”. Ma torniamo all’elemento più intrigante e misterioso del “pontile”, cioè al lungo fregio in arenaria che è scolpito, dicevamo, per tutta la sua lunghezza e su due registri, separati da una sorta di righello rilevato e continuo. Le piccole figure scolpite conservano la coloritura antica che ha la consistenza e la trasparenza come di una pasta vitrea.
La fascia superiore ha, alle due estremità i simboli dei quattro Evangelisti: l’aquila e il bue nella parte sinistra, il leone e l’angelo a destra. Poi, ripartendo dalla sinistra, sviluppa la raffigurazione degli Apostoli che depongono in un sarcofago il corpo della Vergine e, parallelamente, ma sul lato destro, quella di angeli osannanti e turibolanti che assistono alla Assunzione, qui sintetizzata nell’uscita della Vergine dal sarcofago. Le Storie della Vergine si completano con la sua incoronazione, che è appunto rappresentata al centro della fascia superiore del fregio. La narrazione è dunque completa, sintetizzata per avvenimenti-chiave in uno spazio molto ristretto.
E’ invece la fascia inferiore che pone problemi e solleva interrogativi, rimettendo in discussione l’intero “pontile”. Per tutta la lunghezza sono rappresentati in forma solenne seduti, vestiti con abiti di foggia romana di colore bianco, 35 patriarchi o profeti biblici che sono considerati “antenati” di Cristo. Ciascuno di essi tiene in mano, ben visibile, un cartiglio con il proprio nome.
Ora, secondo il testo del cap. I del Vangelo di Matteo, quello appunto che elenca gli “antenati” di Gesù e tratta della sua genealogia, essi dovrebbero essere 40. Nella rappresentazione scolpita sul “pontile” di Vezzolano ne mancano dunque cinque, i primi due e gli ultimi tre della serie indicata da Matteo. E sono, superfluo ricordarlo, i più importanti. Mancano, è vero, nel fregio scolpito, ma non sono stati affatto dimenticati. Perché i primi due sono dipinti ad affresco sulla facciata interna del pilastro di sinistra, in logica “anticipazione” degli altri, mentre gli ultimi tre sono dipinti, sempre ad affresco, sul pilastro di destra. La serie è dunque completa o, meglio, è stata completata.
E’ ipotizzabile una “dimenticanza” o un errore da parte dello scultore, tanto da costringere i committenti a far completare la serie degli “antenati” di Cristo con “riporti” e aggiunte ad affresco sui pilastri laterali, tenendo conto che si trattava di un’opera collocata in primissimo piano, quasi al posto d’onore e non relegata, ad esempio, in una cappella laterale? Appare molto improbabile.
Ora è importante ricordare un altro elemento. Nella prima fascia di blocchi di arenaria al di sotto delle figure degli “antenati” di Cristo, i patriarchi-pastori sono contraddistinti da un berretto di tipo frigio, i patriarchi-re hanno invece sul capo una corona, si trova una lunga scritta che, letta e trascritta in passato, è oggi difficilmente decifrabile. E’ su due righe, in caratteri “leonini” e recita “Haec series sanctam produxit in orbe mariam que peperit veram sine semine munda sophiam. Anno ab incarnatione d.ni MC. LXXX. VIIII regnante federico imp.re completu.e op. istud sub ppo vidone”.
Vale a dire, tradotto un po’ liberamente, “Questa serie (di antenati) ha dato al mondo la Santa Maria, la quale, senza peccato, generò la vera Sapienza. E’ stato completato nell’anno 1189, regnando l’imperatore Federico, sotto il (governo) del preposito Vidone”.
Un primo elemento che l’epigrafe lascia intuire è che il “pontile” sia da considerarsi come elemento di una già affermata “politica mariologica”, cioè espressione compiuta di quella vasta campagna di diffusione tra i fedeli del culto della Vergine che cominciò ad affermarsi in area francese soprattutto a partire dal X-XI secolo, in relazione alla riforma cluniacense, e che ebbe poi larghissimo sviluppo ed affermazione un secolo dopo, con l’espandersi delle fondazioni cistercensi. Forzando un po’ la mano nel senso appunto dell’esaltazione del culto di Maria, ma è necessario anche fare attenzione al delicatissimo problema teologico che si innesta perché Cristo è nato dalla Vergine per opera dello Spirito Santo, la scritta attribuisce alla sua stirpe i 40 antenati, mentre in realtà l’evangelista Matteo li attribuisce alla genealogia paterna di Cristo, da Davide “a Giacobbe che generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, detto Cristo”.
Ma dalla scritta emergono altri elementi di grande interesse e si aprono nuovi interrogativi, a partire da quella data, il 1189, indicata come anno di completamento dell’opera. A quale “opera” si riferisce quel 1189? Al solo fregio scolpito, a tutto il “pontile”, a una “risistemazione” dell’interno della chiesa, oppure alla conclusione dei lavori di un cantiere particolarmente importante per la ricostruzione complessiva dell’edificio? La prima ipotesi sembrerebbe la meno plausibile innanzitutto perché lo stile della lunga scultura, ancora fortemente romanica, appare poco compatibile con una data così avanzata ed è piuttosto attribuibile ad una cinquantina di anni prima. E poi, che senso avrebbe il fatto che il “prepositus” ponga la sua “firma” e la data sull’opera di uno scultore? Al massimo, dovrebbe essere quest’ultimo, come sono molti gli esempi anche in Piemonte, a “firmare” e datare la sua opera.
Più probabili le altre due ipotesi: sia, cioè, la sistemazione definitiva del “pontile” nella sua posizione attuale perché i capitelli delle colonne che lo sostengono sono lavori dell’arte maturata nell’Ile-de-France appunto nella seconda metà del XII secolo, sia il completamento dei lavori di ristrutturazione o, più probabile ancora, di ricostruzione dell’intera chiesa e la collocazione sul posto del pontile giunto da un’altra parte.
Non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che l’imperatore ricordato nell’epigrafe dedicatoria sia Federico I di Hohenstaufen, detto “il Barbarossa”, ancora in vita nel 1189 e che morirà l’anno successivo annegando in Asia Minore, per una disgrazia, durante la III Crociata. Secondo alcuni documenti del tempo, la canonica agostiniana di Vezzolano doveva riconoscenza all’imperatore che aveva riaffermato alla comunità antichi privilegi diritti fondiari e decime, tali da consentire un consistente sviluppo edilizio. E, giustamente, il Vidone nella scritta avrebbe rivolto un “ringraziamento” indiretto all’Imperatore, firmandosi, appunto, come “PPO”, cioè “preposito” e non come abate, come si verificherà più tardi.
Aumentano, allora, gli interrogativi. A cominciare dal luogo di provenienza e dalla funzione liturgica di questo splendido “pontile”. E’ abbastanza difficile, se non impossibile, ipotizzare che l’ignoto scultore (o gli ignoti scultori?), per altro di ottima scuola, abbia “sbagliato le misure” del fregio non rappresentando i cinque “antenati” che dovettero poi essere “recuperati” con l’affresco sui pilastri. E’ certamente più logico immaginare che la destinazione originaria del “pontile” non fosse la chiesa di Santa Maria di Vezzolano, ma piuttosto un altro edificio sacro che noi non conosciamo ma che potrebbe essere ricercato tanto in area francese e, in questo caso, soprattutto provenzale, dove l’elemento architettonico dello “jubé” ebbe nel Medioevo ampia tradizione, quanto in zona basso-padana. Anche in queste terre, soprattutto fra Piacenza e Reggio Emilia, dove si svilupparono alcune delle espressioni maggiori e più belle del romanico, il “pontile” ebbe larga diffusione sia pure con forme e con finalità liturgiche diverse da quelle franco-provenzali. Lo “jubé” di Vezzolano potrebbe dunque essere stato realizzato per un’altra chiesa oggi ignota dalla quale sarebbe stato eliminato durante lavori di ampliamento o di rifacimento. Invece di essere distrutto o smembrato, come era prassi normale, il lungo fregio scolpito sarebbe stato salvato perché ritenuto opera di valore e trasferito appunto nella chiesa sulle colline astigiane. Qui sarebbe stato ricomposto e “adattato” alle diverse dimensioni con il taglio delle figure laterali, poi però riproposte con gli affreschi sulle colonne, e alzandolo sull’improprio basamento ad archi acuti.
Che il “pontile” oggi esistente sia giunto a Vezzolano perché “dimesso” da un altro edificio sacro, trova altre conferme indirette e di ordine, come dire, pratico. Nella sua collocazione attuale, lo “jubé” viene a formare un vero e proprio nartece, quello spazio che nelle chiese dei primi secoli dell’Alto Medioevo era riservato ai catecumeni. Ma il nartece, essendo connesso al sacramento del battesimo, esisteva soltanto nelle cattedrali e più raramente nelle “pievi” dove appunto si trovava il fonte battesimale, non in tutte le cappelle di campagna e non nelle cappelle gentilizie. E poi, sul finire del XII secolo, il nartece va via via scomparendo perché la sua funzione, essendo ormai tutta la popolazione cristiana e battezzata sin dalla nascita, si è da tempo esaurita.
La chiesa di Santa Maria di Vezzolano, fondata come cappella signoriLe, non disponeva ovviamente di fonte battesimale ed è difficile pensare ad una suddivisione dello spazio interno che riservava i tre quarti della chiesa al solo uso dei canonici e degli esponenti delle famiglie nobiliari fondatrici, e il piccolo vestibolo ai fedeli che lavoravano nel “pomerium” delle terre di Vezzolano.
Ma è soprattutto una ragione estetica a far ritenere che il “pontile” sia stato trasportato e collocato a Vezzolano in un secondo tempo.
Nel senso che è difficilmente immaginabile che gli architetti abbiano pensato ad un’opera così massiccia e imponente subito a ridosso dell’ingresso, una massa che taglia e interrompe architetture di grande fascino e prospettive di forti suggestioni.
Sotto il “pontile”, fra XVI e XVII secolo, si alzarono due altari di non grande risultato artistico, dedicati ai Santi Caterina, Margherita, Colomba e Antonio Abate, quello a sinistra, e alla Crocifissione, quello a destra (l’affresco sovrastante è databile appunto a quegli anni). Sull’architrave dell’apertura che immette nella seconda parte della chiesa è scolpito un serpente che si morde la coda, una rappresentazione simbolica dell’eternità, tipica del medioevo.
Immediatamente alle spalle del “pontile”, sul muro destro della navata centrale, un affresco simula l’esistenza di una tomba signorile dei Grisella, signori di Pogliano, Moncucco e altre terre della zona, dedicata alla memoria di Tommaso Grisella morto nel gennaio del 1558.
Di questo insolito “monumento funebre” fa parte anche una iscrizione in memoria di Ottaviano Della Porta, canonico e preposito della cattedrale di Novara.
l presbiterio è sopraelevato di tre gradini rispetto al piano della chiesa ed è aperto architettonicamente da un arco a sesto acuto, già pienamente gotico, alto 10 metri alla sommità della chiave di imposta. Nel presbiterio e nell’abside, realizzati in fasce orizzontali di mattoni e blocchi di arenaria, i valori cromatici raggiungono straordinari livelli di perfezione e di delicatezza, con un paramento murario dove l’abilità tecnica delle maestranze si unisce ad una matura e raffinata sensibilità artistica.
AI centro del presbiterio, sopra il piano dell’altare, si alza un massiccio polittico in terracotta policroma. Nello scomparto centrale è raffigurata la “Vergine in trono, con Bambino sulle ginocchia”; in quello di sinistra il committente, inginocchiato e in preghiera, presentato alla Vergine e al Bambino da un santo non identificato. Nel terzo scomparto a destra, Sant’Agostino in paramenti episcopali e un libro aperto nella mano destra. Il trittico è concluso, nella parte superiore, da un ricco e un po’ sovrabbondante baldacchino in linee del gotico internazionale o fiorito. Il non felicissimo esito artistico di quest’opera, databile agli ultimissimi anni del XV secolo, lascia supporre che il polittico abbia vissuto esperienze analoghe a quelle del “pontile”: realizzato, cioè, per un’altra collocazione, ma sempre in area astigiana, sarebbe poi stato “esiliato” a Vezzolano per ragioni “politiche” o per cambiamenti di gusto.
Nell’area absidale, l’apparato scultoreo offre un’altra preziosa testimonianza nell’ “Annunciazione”. Le figure dell’Arcangelo Gabriele e della Vergine sono scolpite sugli stipiti interni della finestra centrale, secondo uno schema compositivo assai simile a quello dell’abbazia della Sacra di San Michele. L’angelo è sullo stipite di sinistra, La Vergine su quello di destra. Uguale l’impianto compositivo, ma diverso lo scultore e diverso il risultato artistico. A Vezzolano il lavoro potrebbe essere stato eseguito alcuni decenni più tardi rispetto a quello della Sacra di San Michele, su moduli più sciolti e di freschissimo gusto popolaresco, soprattutto nella figura dell’angelo, con una vivacità e una espressività di movimenti che lo staccano nettamente dalla ieracità, dalla monumentalità e dalla pienezza di volumi dell’ “Annunciazione” all’abbazia clusina. Ricchissimo e fitto il panneggio, a Vezzolano, ma senza raggiungere la finezza e la delicatezza del modellato dell’opera presente alla Sacra di San Michele. Qui lo scalpello lavora quasi “in superficie”, con incisioni nervose e di intaglio abbastanza rigido, senza elaborare effetti plasticamente maturi. Il risultato di una più immediata vena popolare era accentuato dalla coloritura di cui rimane ampia presenza.
A differenza della Sacra di San Michele, dove al di sopra delle figure dell’angelo e della Vergine, negli stipiti sono scolpiti, due per parte, quattro Profeti, a Vezzolano, forse anche per le più ridotte dimensioni della finestra centrale, l’ “Annunciazione” è conclusa da capitelli.
Difficile stabilire una datazione precisa per questa opera, ma l’indicazione dell’ultimo ventennio del XII secolo, in qualche modo vicino alla scultura del fregio del “pontile”, con cui, per altro rivela qualche lontana ascendenza territoriale più che vera ispirazione artistica, potrebbe non essere lontana dalla realtà. Perché nelle due figure dell’ “Annunciazione” la mano dello scultore sembra essere più rigida, di minor “verve” plastica. La matrice territoriale potrebbe essere ancora individuata nell’area padana, vicina ad alcune esperienze maturate fra Pavia e Piacenza, soprattutto per quanto riguarda la figura della Vergine.
Lo stemma del paese, scudo rosso gigliato oro, è visibile nel trittico sull’altare di Vezzolano, accanto alla statua di Carlo VIII di Francia. Lo scudo rosso era l'arma dei Monferrato (ramo paleologo), protettori di Vezzolano. I tre gigli dorati furono concessi da Carlo VIII nella visita del 1495 quale riconoscimento per l'ospitalità ricevuta.
Si racconta che nel suo viaggio in Italia nel 1494 Carlo VIII fu accolto a Torino, Chieri ed Asti dove si fermò alcuni mesi per malattia, poi proseguì per Pavia. Carlo VIII ritornò a Chieri nel 1495, ospite del Solaro. Secondo la tradizione, in questa occasione visitò Vezzolano e concesse i tre gigli dorati nello scudo in segno di riconoscimento per l’ospitalità ricevuta e per le cure del canonico-cerusico-erborista di Vezzolano che l’aveva guarito durante il precedente soggiorno ad Asti.
na porticina in fondo alla navata principale, a destra, immette nel piccolo chiostro. Ed è questo uno dei più suggestivi ed affascinanti di tutta la regione subalpina. Sostanzialmente integro, di risultato unitario anche se realizzato nell’arco di diversi decenni con stili diversi, in forme di transizione l’uno dall’altro ma senza cedimenti di qualità. In raro e perfetto equilibrio di eleganze dimesse e un po’ campagnole, il chiostro di Vezzolano sembra non aver voluto inseguire i risultati di monumentalità, di imponenza di architetture e dimensioni che in altre fondazioni monastiche degli stessi anni o di decenni immediatamente successivi erano ricercate e volute per dare immagine concreta del potere, non solo religioso, ma anche politico ed economico.
A Vezzolano, il chiostro è invece logica sequenza architettonica e, come dire, di “stile di vita”, di modo di intendere l’esperienza religiosa, che aveva caratterizzato la costruzione della chiesa. Una signorilità trattenuta, di eleganze formali e ambientali come sussurrate, morbide e suasive. Ma con alcune presenze di arte decorativa, di affreschi e capitelli, di grande valore. A cominciare dallo straordinario capitello sul pilastro che, subito vicino all’ingresso, segna l’angolo fra due lati del chiostro. Lo sconosciuto scultore vi ha rappresentato, in uno spazio ridottissimo le storie della “Natività” e della “Visitazione”. E’ forse opera di un artista di cultura franco-provenzale dell’inizio del XIII secolo.
E’ invece ancora romanica, nell’inventiva e nel gusto fantasioso, come una piccola, preziosa miniatura, la figuretta maschile in atto di sostenere il peso dell’intera costruzione, scolpita di fronte al capitello della “Nativita e della Visitazione”.
La piccola scultura sembra anch’essa di derivazione di area padana ed è molto vicina alle raffigurazioni dei simboli dei “Mesi” che si trovano in alcune cattedrali del piacentino e del parmense. Non pare azzardata l’ipotesi che si tratti di un reperto della terza navata della chiesa, salvato dalla distruzione quando lo spazio venne adibito ad ala settentrionale del chiostro, e poi reimpiegato nel luogo attuale.
Diversi i periodi di costruzione dei quattro lati del chiostro. Il più antico, probabilmente coevo con l’impegno maggiore dell’erezione della chiesa verso fa fine del XII secolo, è quello a ovest, che segue, ma leggermente più arretrato, il filo della facciata. E’ articolato in otto arcatelle, modestamente ogivali e di “richiami” ancora fortemente romanici, sorrette alternativamente da robusti e ribassati pilastri cilindrici e più esili colonnine in pietra. Le ghiere esterne degli archi, in cotto e in arenaria, riprendono il tipico motivo del bicromatismo astigiano. Soltanto in questo lato la copertura è a travi lignee a vista. Nei locali soprastanti si aprivano le “celle” dei canonici, o monaci, di Vezzolano.
In epoca successiva, molto probabilmente in occasione dei lavori imponenti che interessarono la chiesa in una fase di più netta e accentuata transizione dal romanico al gotico, venne realizzato il lato nord del chiostro. Parallelo alla chiesa, occupa lo spazio che doveva essere della terza navata ed è quello che presenta i maggiori problemi di datazione e di “interpretazione”.
Nella sua conformazione attuale, è articolato in cinque campate che possiamo considerare ancora romaniche, ma che sono inserite in più alte arcate ogivali, pienamente gotiche, a loro volta separate
da massicci contrafforti che si prolungano sino alla parte superiore della chiesa con funzione di sostegno statico.
La stessa tipologia architettonica si trova anche nella prima campata del lato est del chiostro. E’ probabile che, dopo la costruzione di questa prima parte, i lavori siano stati interrotti per qualche decennio. Quando si riaprì il cantiere, presumibilmente fra XV e XVI secolo, si completarono la parte ancora mancante di questo lato e tutto il braccio a sud. Le arcate, a sesto ribassato, sono impostate su colonne poligonali in mattoni e di foggia semplicissima, a tronco di cono rovesciato, tipica del tardo gotico, sono i capitelli, anch’essi in laterizi.
Sul lato est del chiostro due bifore molto eleganti su colonne binate e capitelli a gruccia, affiancano la porta di ingresso di quella che era un tempo la Sala Capitolare.
l lato settentrionale del chiostro, oltre a presentare i molti e ancora insoluti problemi di interpretazione architettonica, è la parte più ricca di testimonianze pittoriche. Gli affreschi occupano quasi tutte le pareti e costituiscono una delle più preziose pagine dell’arte del Tre e del Quattrocento in Piemonte. Vi lavorarono, in un arco di tempo compreso tra l’inizio del XIII secolo e la fine di quello successivo, alcuni pittori di formazione e cultura diverse, ma in un certo senso tutti legati a una visione “signorile” e raffinata della realtà, ben lontana da alcune concessioni ad un gusto più popolaresco presenti in altre opere a Vezzolano. In questi affreschi, più che in altre parti, sono cioè percepibili quegli elementi e quelle caratteristiche che hanno fatto parlare di “fondazione aristocratica” per il complesso di Vezzolano: è un’arte “cortese” anche se a tema sacro, delicata e di atmosfere cristalline come una preziosa miniatura, di chiaro influsso gotico di area francese. A decorare queste pareti del chiostro, i committenti (le famiglie dell’aristocrazia locale) non si accontentarono di “pittori vaganti” , ma chiamarono quegli stessi artisti che già avevano dato prova in cappelle private dei loro castelli, come nella non lontana Montiglio.
Il ciclo di affreschi si apre con una “Madonna in trono con Bambino e due angeli tribolanti” sulla lunetta della porta che dalla chiesa immette nel portico. La Vergine, con il capo velato e incoronato, siede al centro della composizione e il Bambino è in piedi sulle sue ginocchia, su un fondo che simula una architettura gotica ad arco trilobato. Alcune rigidità delle figure vengono stemperate nella morbidezza inusuale dei panneggi e in atteggiamenti e atmosfere di giocoso racconto. Databile al primo ventennio del Trecento, l’affresco è con buone probabilità attribuibile ad un pittore piemontese, ma a conoscenza dell’arte gotica francese.
La seconda campata di questa parte del chiostro conserva il nucleo più importante, per quantità e qualità, degli affreschi di Vezzolano. Dei dipinti che ornavano le quattro vele della volta con raffigurazioni dei Dottori della Chiesa, si conserva soltanto quella di “San Gregorio Magno” che è rappresentato frontalmente, seduto ad una “cattedra” gotica, in atteggiamento di grande severità. Sembra di mano di un pittore diverso da quello che realizzò gli altri affreschi della stessa campata.
Qui lavorò infatti uno dei più raffinati artisti di quegli anni. Nell’ampia lunetta in alto, separata dalla figura di San Gregorio Magno da una fascia decorata a motivi geometrici e da stemmi araldi, rappresentò “Cristo in gloria, entro mandorla, e i simboli degli Evangelisti”, su un fondo di azzurro intenso e di stelle a simulare il cielo. Di squisita e delicatissima fattura il volto di Cristo e dell’angelo, così come i panneggi degli abiti, in un affascinante equilibrio cromatico.
Di non minor risultato, la fascia sottostante, opera dello stesso artista. L’ampia scena orizzontale, vi è rappresentata l’ “Epifania, l’adorazione dei Re Magi, un donatore inginocchiato, presentato alla Vergine da un angelo”, è centrata sulla figura di Maria, che tiene sulle ginocchia il Bambino. Leggermente dilato, in posizione più arretrata, San Giuseppe tiene nella mano destra uno dei doni offerti dai Magi. Questi ultimi sono sul lato sinistro dell’affresco, due inginocchiati in atto di adorazione, il terzo in piedi, con l’avambraccio sinistro alzato a indicare la scena centrale. Sul lato destro, il donatore-committente, inginocchiato in atto di preghiera. L’angelo gli cinge le spalle con il braccio sinistro mentre con la mano destra lo presenta alla Vergine, girata verso di lui e in atteggiamento di accoglienza.
Equilibratissima la composizione, di pieno e raffinatissimo gusto “cortese”. I toni sono pacati, le atmosfere e gli atteggiamenti di grande morbidezza, quasi di profonda tenerezza. La scena è qui, nel chiostro di Vezzolano, di tema sacro, ma sostanzialmente identica a un qualsiasi affresco che avrebbe potuto ornare le sale di una casa aristocratica, ed è una delle più belle pagine della prima arte gotica in Piemonte, databile alla metà del Trecento. I tre Re Magi, come usciti dalle pagine di un freschissimo e delicato codice miniato, sono in realtà ritratti di tre nobili appartenenti a una corte che gli abiti e gli atteggiamenti fanno pensare elegante e gentile. E la Vergine, dolcissima nel volto e nelle movenze, potrebbe essere la “castellana” cantata nelle “Chansons de geste” dei “trovatori” del tardo Medioevo. Nella fascia sottostante è rappresentato il famoso “Contrasto dei tre vivi e dei tre morti”, uno dei due presenti nel chiostro di Vezzolano, che ha dato origine, o ha “supportato”, la leggenda della fondazione ad opera di Carlo Magno. L’affresco è sicuramente opera dell’artista dell’ “Epifania” e ne conserva i caratteri aristocratici anche se il movimento è più concitato, soprattutto sul lato sinistro dove i cavalli si impennano di fronte agli scheletri usciti dalla tomba. I tre cavalieri sembrano essere gli stessi personaggi che, nell’affresco della fascia superiore, rivestono il ruolo di Re Magi. Splendidi i cavalli e, anche qui, un gusto delicatissimo negli incarnati e nei panneggi. Sullo sfondo, è dipinta una grande chiesa, a tre navate, con facciata a salienti interrotti: un richiamo alla costruzione, o ricostruzione, dell’edificio oggi esistente?
Gli affreschi sulla parete di questa campata sono conclusi da una quarta fascia con un “Defunto in toga rossa steso su un sarcofago”. E’ quasi certamente uno dei conti Radicati, morto nel 1370, signori di Rivalba, Castelnuovo e altre terre nell’Astigiano che in questo luogo avevano una loro tomba di famiglia. L’affresco risulta molto compromesso anche per l’umidità ascendente.
Nei sottarchi delle arcate di divisione, un altro pittore meno raffinato e di cultura diversa, dipinse le figure a mezzobusto di “Santa Caterina e Santa Margherita”, entro cornici polilobate tardo gotiche, alternate da riquadri con decorazioni geometriche e a fogliami. Sul lato opposto del muro, sopra l’innesto della bifora, si trova un altro affresco, “Crocifisso e l’Addolorata”, opera probabilmente di un pittore di scuola e di ispirazione postgiottesca e di influssi centro-italiani.
Molto più deperiti sono gli affreschi della terza campata: una “Madonna con Bambino e angeli”, a destra un “Vescovo” e a sinistra un “Angelo che presenta un chierico offerente un modello di chiesa”. Questo dipinto potrebbe rivestire un certo interesse storico, se le condizioni fossero meno compromesse, perché potrebbe fornire indicazioni sull’epoca di una ricostruzione della chiesa di Vezzolano.
Il ciclo di affreschi prosegue anche nella quarta campata. Nella parte alta, lunettata, un’altra raffigurazione di “Cristo in mandorla” tra i simboli degli Evangelisti. L’arco esterno è occupato da una serie di tondi, tra decorazioni vegetali, con testine maschili e stemmi di famiglie nobiliari. Nella fascia sottostante, entro una leggera struttura architettonica ad archi trilobati, quasi a simulare un trittico, “Figure di Santi”.
Nella quinta campata, si ritrova un “Cristo in mandorla” insieme ad altre parti di affresco minori, quasi sicuramente dello stesso autore dei dipinti precedenti. L’ipotesi è che questi affreschi, di gusto e di vena più popolare, siano anteriori di qualche decennio a quelli della seconda campata. Il ciclo di affreschi nel chiostro di Vezzolano si chiude con un’altra raffigurazione del “Contrasto dei tre vivi e dei tre morti” o della “Leggenda di Carlo Magno”. E’ sulla parete di fondo dell’ala settentrionale del chiostro. In alto, frammenti di una “Crocifissione”, di cui rimangono le parti inferiori della figura di Cristo sulla Croce, della Vergine e di San Giovanni. Subito sotto, separata da una fascia a motivi geometrici e foglie, la rappresentazione appunto del “Contrasto dei tre vivi e dei tre morti”. Anche questa parte di affresco è frammentaria ma sufficiente a rivelare la mano di un artista di grande levatura, attivo a Vezzolano diversi decenni prima del pittore della seconda campata, molto probabilmente all’inizio del Trecento, con forti reminescenze di un’arte ancora romanica e alcuni superstiti influssi bizantini.
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