
ià nella prima età del Ferro, la Liguria interna ed in modo particolare la valle del Tanaro costituisce una regione a sé, la più aperta agli scambi commerciali con l'area etrusca e dotata di empori sul corso fluviale. Proprio la rotta del Tanaro fu una delle prime vie di romanizzazione della regione, nel corso delle campagne militari condotte da M. Fulvio FIacco nel 125-123 a.C., che si conclusero con la vittoria ed il trionfo sui Liguri e sui Salluvii; ma ci sono motivi per ritenere che la Via Fulvia, aperta dallo stesso console da “Derthona” (Tortona) a Pollentia (Pollenzo), non abbia fatto altro che rendere visibile e praticabile su strada carreggiabile una rotta già ampiamente frequentata nell'età del Ferro che si affiancava al percorso fluviale del Tanaro.
Benché sulle prime fasi di romanizzazione della regione la cronologia sia ancora materia di vivace discussione. Le campagne militari in età Graccana quindi si appoggiarono sulle assegnazioni viritane di cui parla Livio riferendo fatti avvenuti nel 176 a.C., e sul nodo stradale di “Derthona”, attraversato dalla Via Postumia (148 a.C.).
La duplicazione dei percorsi fluviali sul Tanaro e sul Po fu certamente uno degli elementi che contribuirono ad affollare la regione di centri urbani, molti dei quali divennero municipi da una primitiva funzione di “fora” e “Cociliabula”, empori e centri di mercato (Vardacate, Industria, Augusta Taurinorum, Forum Vibi Caburrum, Carreum presso il Po; Forum Fulvi, Hasta, Pollentia, Alba Pompeia, Augusta Bagiennorum presso il Tanaro). Tralasciando il problema delle colonie di età Triumvirale ed Augustea, si suppone che solo alcuni dei centri citati abbiano ricevuto lo status di colonia ed il diritto latino nell’89 a.C., mentre è verosimile pensare che altri (sicuramente tra questi Forum Vibii Caburrum e Forum Fulvi) si siano evoluti dalla primitiva funzione di “fora” alla dignità di “municipia” nel corso del tempo.
’antica “Hasta” (Asti) è menzionata da Plinio tra i “nobilia oppia” della Liguria. Quando i centri liguri divennero municipi, gli abitanti furono iscritti per lo più alla tribù Pollia. Secondo le attestazioni delle fonti, Hasta fu famosa per la produzione di “calices” fittili; ma, dal punto di vista topografico, la sua principale funzione risulterebbe limitata a costituire uno dei centri sulla strada indicata sulla “Tabula Peutingeriana” e nota con il nome di Via Fulvia, identificabile con la via principale di attraversamento in senso est-ovest, l'attuale Corso Vittorio Alfieri. Per lungo tempo, l'unico ritrovamento archeologico documentato è stato quello dei nuclei tombali recuperati in località Torretta, lungo l'asse viario che collegava Hasta con Industria. Recenti ritrovamenti hanno permesso di localizzare con più precisione questa necropoli e di individuarne un'altra, forse situata lungo il tracciato per Vardacate e Rigomagus; altri ritrovamenti, avvenuti in varie epoche, confermano la presenza di una necropoli di maggiore importanza, articolata in più nuclei sepolcrali, limitrofa alla Via Fulvia, in uscita verso est dal centro cittadino.
Asti conserva in modo discreto nell'attuale assetto urbano il profilo degli isolati relativi all'impianto di origine romana; tuttavia l'antico centro era del tutto sconosciuto fino a vent’anni fa. Il moltiplicarsi delle indagini archeologiche, dovute soprattutto ad interventi di recupero edilizio, permette ora di tracciare, dopo una prima provvisoria sintesi, un quadro più completo ed articolato che può anche costituire un contributo all’annoso dibattito sugli insediamenti urbani di età romana nella regione IX Liguria, certamente anomala dal punto di vista del diffuso popolamento “per città”, molte delle quali non sopravvissero al passaggio tra antichità e medioevo.
Nelle storie locali all’antica Hasta romana non è dedicata più di qualche pagina, a volte un po’ fumosa, nel capitolo delle “origini” ed anche più recentemente la scarsa conoscenza dei risultati delle indagini archeologiche, o la difficoltà di interpretarne i dati, ha prodotto ricostruzioni vaghe, con la tendenza a ripercorrere in modo acritico la storia delle “scoperte”. La mancanza di ruderi emergenti, oltre alla Torre Rossa (o di San Secondo), non a caso ricostruita parzialmente nel Medioevo, ed imitata, nella forma poligonale, dalla vicina torre De Regibus, rende la fase edilizia di età romana poco percepibile nel panorama cittadino e più problematica l’interpretazione dell'unico resto di porta urbica in apparente assenza di altri resti di cinta muraria, sì che la tradizione locale si è sforzata di identificarne, senza successo, le tracce, anche in base all'ispirazione fornita da fonti tarde.
Come già detto il primo insediamento urbano non ha lasciato resti eclatanti nel panorama cittadino, e rimane tutt’oggi su di uno sfondo vago. Oggi il paesaggio urbano medioevale con le sue torri e palazzi costituisce l’immagine più caratteristica della città, dove anche il riconoscimento a capoluogo di provincia avvenuto nel 1936, è stato occasione per propagandare un’immagine campanilistica di città “dalle mille torri”.
e indagini archeologiche recenti sono costituite ormai da almeno quaranta interventi che hanno consentito di delimitare il perimetro della città romana e di coglierne le caratteristiche salienti, anche dal punto di vista di alcune costanti riferibili alla stratigrafia ed allo stato di conservazione delle strutture. I depositi archeologici sono stati rintracciati, in più o meno buono stato di leggibilità, in tutti gli interventi compresi a nord tra Via Natta, ad ovest tra Via Varroni e Via Isnardi, a sud fino a Via XX Settembre, ad ovest fino a Piazza San Secondo.
Un elemento ricorrente, su cui sarà necessario ritornare, è quello del recupero dei materiali edilizi che costituivano le strutture romane, il cui andamento è spesso rintracciabile soltanto in base alle trincee di asporto. Ci sono motivi per ritenere che questo fenomeno non sia avvenuto in un solo momento, ma che di volta in volta e spesso in periodo pienamente medievale ci sia serviti di materiale romano di recupero per le successive edificazioni. Parallelamente, rimangono scarse le tracce di abitato riferibili all’alto medioevo. Rimandando ad un successivo approfondimento l’analisi puntuale di questo fenomeno ricorrente, al reimpiego dei materiali si deve la cancellazione più sistematica della fase edilizia romana.
Il moltiplicarsi dei cantieri urbani, con la progressiva acquisizione di dati utili ad una ricostruzione urbanistica del centro romano, la coincidenza di alcune strutture con le riedificazioni di età comunale e l’interesse del sito dal punto di vista geomorfologico hanno suggerito, per la prima volta, un lavoro complessivo di documentazione su supporto informatico, grazie alla fattiva collaborazione dell’Amministrazione Comunale di Asti ed in occasione di un intervento di recupero particolarmente esteso e consistente.
La ricerca, utile anche dal punto di vista dell’archeologia preventiva, ha preso le mosse proprio dalla localizzazione delle torri medievali, significative per rintracciare nell’attuale reticolo viario i possibili mantenimenti dei profili su strada degli isolati, questo spunto è nato dal casuale ritrovamento nel 1981, del basamento di una torre sovrappostasi ai resti dell’impianto termale pubblico. Si sono così sovrapposti, come in una stratigrafia archeologica, i dati planimetrici risultanti dagli scavi alla mappa catastale attuale, digitalizzata e ricucita alla carta tecnica regionale in scala 1:10.000, e ad alcune carte storiche, ad iniziare dal catasto napoleonico e dalla corografia del “Theatrum Statuum Sabaudiae”. Il complessivo posizionamento dei resti archeologici ha portato ad una possibile ricostruzione dell’impianto urbano di età romana, articolato in isolati regolari e quadrati di circa 70 metri di lato. Infine, lo studio geomorfologico ha consentito di visualizzare la dimensione altimetrica e soprattutto di datare le trasformazioni del paesaggio avvenute nel corso del Quaternario. Quest’ultimo aspetto ha fornito informazioni assai preziose connesse alla logica dell’insediamento in rapporto alla rete idrografica e alle dinamiche che possono giustificare i notevoli mutamenti nel tempo della funzionalità del centro urbano.
dati prodotti dalla ricostruzione geomorfologica coincidono in modo sorprendente con quelli archeologici. Infatti, il profilo meridionale del terrazzo stabilizzato intorno al 1400 a.C. corrisponde quasi alla perfezione con il limite ricostruibile della città romana, o per lo meno con l’area del centro storico in cui le indagini hanno rintracciato i depositi archeologici. I limiti sono riconoscibili, a nord nel dislivello del Castello dei Varroni (o Valloni) e Castel Vecchio, ad ovest ed a sud, rispettivamente dalla Torre Rossa e dalla morfologia del terrazzo alluvionale più recente.
Resta in sospeso la questione del limite orientale della città, tradizionalmente coincidente con supposte mura romane sotto la chiesa di San Secondo, anche se tutti i tratti segnalati delle mura si sono rivelati, ad un’analisi più puntuale, assai più tardi, una serie di dati portano e ritenere che l’area orientale abbia conosciuto un’espansione, al di là del limite originario preordinato. Lo dimostra in primo luogo la presenza dell’anfiteatro, costruito nella prima metà del I secolo d.C. e, secondariamente, una serie di depositi che, sia pure in giacitura secondaria, contenevano abbondante materiale ceramico; infine, il ritrovamento di una fornace in Piazza Alfieri, dove erano state in passato recuperate anfore, dimostra la presenza di impianti artigianali, se non abitativi, che invadono in età imperiale i limiti del pomerio (la fornace è stata rinvenuta nel 1988 nell’ambito di alcuni lavori). Manca una decisiva conferma alla presenza di un nucleo sepolcrale tra Corso Alfieri, Via Cesare Battisti e Piazza Santa Maria Nuova, segnalato da due ritrovamenti sporadici).
In nessun caso si è riscontrata, allo stato attuale delle ricerche, la presenza di fasi insediative preromane ed anzi il materiale ceramico più antico, sempre da ritrovamenti in ambito urbano, non precede la fine del II secolo a.C.
La ricostruzione dell’impianto si appoggia ai punti in cui sono state ritrovate tracce degli assi viari. Oltre alla già citata Torre Rossa, non sono stati ritrovati resti di cinta muraria; anzi uno scavo eseguito nel gennaio 1999 presso la chiesa di San Rocco, dove è ancora conservata parte della porta medievale, ha permesso di rilevare un settore del basolato stradale che corrisponde esattamente al tracciato del decumano più meridionale. Sono stati inoltre recuperati negli anni numerosi indizi utili a comprovare un’estensione del centro urbano verso sud indipendentemente dal primo tracciato delle mura medievali, tradizionalmente identificate con il limite anche dell’impianto romano: una presenza abitativa in Via Grassi ed altre strutture, riferibili ad impianti artigianali in Via Brofferio, mentre l’attuale Piazza San Giuseppe non aveva restituito livelli abitativi precedenti il medioevo.
La ripresa delle indagini in un cantiere tra le attuali Via Asinari e Via Malabayla, ha consentito di documentare un incrocio stradale e soprattutto l’andamento di uno dei cardini della città romana, parallelo alla stessa Via Asinari, e largo 8 metri circa, permettendo di ipotizzare una ricostruzione per isolati regolari e quadrati di 70 metri, infatti, il cardine è perfettamente parallelo rispetto a quello ricalcato dalle attuali Via Mazzini e Via Caracciolo, che sfocia in Piazza Cattedrale, e la duplicazione di un modulo di 70 metri viene a coincidere con la posizione della Torre Rossa. L’incrocio documentato è coerente con l’andamento del decumano massimo (Corso Alfieri, la medievale Via Magistra) e del decumano immediatamente a nord di questo, attuale Via Carducci; un ulteriore elemento di coincidenza si può reperire in indagini eseguite tra la stessa Via Carducci e Via Mameli, dove è stato documentato un deposito particolarmente rimaneggiato, ma in cui erano leggibili tratti di canalizzazioni e vistose spoliazioni in un’area delimitata da strutture pertinenti ad abitazioni ed identificabile con l’invaso di un asse stradale. Indagini nella zona sud occidentale della città hanno confermato pienamente questa ipotesi, evidenziando un altro incrocio stradale, rintracciabile soltanto sulla base delle trincee di asporto e dei buchi di palo per ponteggi; in un settore meglio conservato sono state documentate più fasi di occupazione, la più antica con fornaci probabilmente per ceramica, la più recente con impianti abitativi.
Si ricostruisce quindi un impianto quadrato regolarissimo, costituito da otto isolati per lato e con il decumano massimo tra il terzo ed il quarto isolato a partire da nord, come ad Alba Pompeia.
Le indagini recenti hanno consentito di acquisire dati sulla dislocazione di alcuni edifici pubblici: a partire da sud-ovest troviamo, tutti compresi nel terrazzo alluvionale più elevato, un impianto termale, uno spazio pubblico, forse il foro, presso il decumano massimo, dove fu costruita nell’XI secolo la chiesa di Sant’Anastasio con relativa cripta, annessa ad una fondazione monastica, ed infine l’anfiteatro. Intorno agli edifici pubblici, sempre sul livello settentrionale, sono state identificate più unità residenziali private con caratteristiche di un certo pregio. Il terrazzo meridionale è stato invece parzialmente colmato da potenti “livelli neri” medievali e ha quindi restituito meno dati, in quanto, in alcuni casi, la profondità raggiunta dalle opere edilizie non ha raggiunto la quota dei livelli romani. Vari indizi portano a ritenere che la zona prossima al fiume fosse occupata da impianti artigianali e da abitazioni di carattere più modesto, come hanno rivelato tre scavi.
L’area indagata in modo più esaustivo, a più riprese, è quella relativa all’impianto termale pubblico, di cui si è documentato un settore del “calidarium” nel 1982, databile certamente al periodo medio imperiale e edificato su di una grande area prima libera. Un ampliamento del cantiere (Via Asinari) ha consentito di confermare sia i caratteri distributivi sia la cronologia a suo tempo proposti per l’intero edificio, sulla sola base dello scavo di un settore del “calidarium”. L’impianto occupava verosimilmente l’intero isolato compreso tra le attuali Piazza Cagni, Via Mazzini, Via Asinari ed una strada che proseguiva verso ovest l’odierna Via Aliberti, un solo isolato a sud-est di quello che forse era il principale incrocio viario della città, presso l’area forense; rispetto alla ricostruzione geomorfologica si trovava su di un modesto rilievo del terrazzo settentrionale.
Il lato verso strada individuato dalle più recenti indagini comprende un portico continuo, profondo 4 metri, ed è verosimile che tutto l’impianto fosse compreso entro un perimetro per mezzo del quale si accedeva alle terme vere e proprie che, in questo modo, si estenderebbero per un’ampiezza di circa 3800 mq² (si ricorda che le terme del Foro o di Gavio Massimo ad Ostia occupavano una superficie di 3200 mq², considerato un valore discretamente elevato tra gli impianti “di media capienza”). Impianti di così notevoli dimensioni non sono eccezionali in Italia e nelle province e presuppongono un’organizzazione degli ambienti termali su almeno due assi paralleli e legati tra loro “ad anello”, in modo da non costringere i visitatori a ritornare sui loro passi, dopo essere transitati per la palestra e gli spogliatoi, per accedere al “frigidarium”, “tepidarium”, “laconicum” e “calidarium”.
Il “calidarium” dell'impianto astigiano doveva costituire, come in altri casi, l’ambiente più esterno e riparato, nel settore sud-orientale dell’impianto: si possono ricostruire, per simmetria, due “praefurnia” in comunicazione con ambienti di servizio, in grado di riscaldare l’acqua delle tre vasche di cui si sono rilevate le tracce ed in tal modo sono spiegabili le poderose fondazioni a suo tempo rilevate, su cui dovevano essere posizionate le cisterne. Poiché l’impianto del “calidarium” così ricostruito si estende per oltre 20 metri in senso nord-sud, è verosimile pensare che il suo limite settentrionale costituisse anche l’asse di spina dell’intero percorso termale e che “tepidarium” e “laconicum” si trovassero sul lato adiacente il “calidarium” stesso.
Sul lato opposto, infatti, non sono state rinvenute tracce degli impianti di riscaldamento. Oltre il cardine e la catena del portico, si è rilevata un’ulteriore struttura parallela, il cui proseguimento accenna ad un’abside quadrangolare, di dimensioni analoghe a quelle del “calidarium”; ancora più a nord si trova uno spazio aperto, in cui era conservata solamente una canaletta con andamento est-ovest. È quindi verosimile che sui lati nord ed est fossero situati gli ingressi, in adiacenza forse con la palestra ed il “frigidarium”. Data la sistematica e quasi totale spoliazione delle strutture, sarà difficile stabilire se l’impianto sia stato costruito in un’unica fase, nel II secolo d.C., epoca cui si fanno risalire gli impianti termali con questa distribuzione, oppure se la costruzione del “calidarium” non abbia fatto parte di un ampliamento.
Lo scavo in estensione eseguito nei locali cantinati di Corso Alfieri, dove sono conservati i resti della chiesa medioevale di Sant’Anastasio, ha portato alla luce i resti di una pavimentazione basolata, estesa in senso est-ovest almeno 13 metri ed interrotta dalle fondazioni di grandi pilastri. Pur nella frammentarietà dei lacerti individuati, è evidente la presenza di un’area pubblica scoperta, che immetteva in un grande portico verso nord. Del resto, la possibile coincidenza di un settore di particolare importanza della città romana dove fu costruita la chiesa di Sant’Anastasio era presumibile anche dal reimpiego di materiale edilizio.
Dell’anfiteatro è stato rintracciato un settore della muratura perimetrale esterna, larga 1,80 metri (9 piedi), costruita in ricorsi laterizi di mattoni sesquipedali alternati a getti in calce e ciottoli. Alla struttura principale si addossavano doppi muri di spina larghi 90 cm (3 piedi), che delimitavano fornici di 1,80 metri di ampiezza; la distanza tra gli unici due fornici individuati fa pensare ad un’alternanza tra pieni e vuoti in rapporto di 1:2 circa. Un successivo saggio di scavo ha permesso di individuare un ulteriore breve tratto della muratura perimetrale e di ricostruire quindi le dimensioni dell’ellisse.
L’edificio occupava il settore attualmente compreso tra Via Morelli, Via Massimo d’Azeglio e Via Antica Zecca; i due assi principali erano ortogonali all’andamento dei cardini e decumani e misuravano rispettivamente 104-105 metri (348 piedi) e 78 metri (260 piedi): la proporzione era quindi di 4:3, come a Pollentia (Pollenzo) ed Eporedia; come prima accennato dunque, l’anfiteatro si trovava nell’immediato suburbio cittadino, nel settore settentrionale, su di un modesto terrazzo elevato, ed era facilmente accessibile per chi transitava per la Via Fulvia. Fu costruito in un’area che conservava tracce di frequentazione precedenti ed in particolare, uno dei muri di spina tagliava un livello contenente materiale ceramico anteriore alla metà del I secolo d.C. Dei dettagli costruttivi dell’edificio non è rimasto alcun resto: le murature sono tutte conservate soltanto in fondazione e furono sistematicamente spogliate tra la fine del II secolo d.C. e la prima metà del III, come risulta dall’abbondantissimo materiale ceramico, in corso di studio, presente nei cavi di asporto.
Altre indagini hanno evidenziato la presenza di case di abitazione. Vale la pena di osservare, come sopra accennato, che i depositi riferibili alle “domus” più ricche, con pareti affrescate, impianti di riscaldamento e pavimenti in “opus sectile” e mosaico sono tutti, allo stato attuale delle ricerche, situati nella zona settentrionale della città: la meglio conservata è quella documentata in Via Varrone, con ampia sala ornata da tappeto musivo.
La zona si trova immediatamente a monte del decumano massimo ed ai piedi del rilievo già denominato Castello dei Varroni; la “domus” occupava il primo isolato rispetto al perimetro occidentale della città, a nord della torre che contrassegnava il limite urbano ed il suo orientamento era coerente con la maglia regolare dell’impianto; probabilmente si affacciava sulla prima via parallela a nord del decumano massimo (le indagini iniziarono nel 1984, a seguito della completa riedificazione del fabbricato denominato “casa Borelli”).
È stata indagata parte di un ambiente decorato con emblema, di 2,90x1,80 metri: supponendo una posizione centrale del mosaico, come si può dedurre anche dalla presenza di una soglia laterale, le dimensioni totali del vano risulterebbero di 5,20 metri, mentre la lunghezza è superiore a 8,50 metri, ma non è calcolabile con esattezza. E possibile infatti che il mosaico costituisse un emblema situato al centro del sistema dei triclini, ma non è nemmeno da escludere che il vano costituisse parte di un impianto termale privato, cui alluderebbe il motivo della decorazione figurata. Su di un lato, oltre la soglia, appoggiata ad un basso tramezzo in laterizi, si trovava un ambiente di dimensioni non ricostruibili, di cui resta il livello inferiore della pavimentazione con “sospensurae” ed il “praefurnium” che immette in un vano di servizio, in cui la pavimentazione è costituita da un semplice battuto; sull’altro lato era presente un ambiente presumibilmente di grandi dimensioni, separato dal vano con mosaico solo da una fossa di spoliazione, con pavimento in signino rossiccio. Il pavimento del triclinio, in signino biancastro su vespaio in frammenti laterizi, si trova alla medesima quota dei due cocciopesti dei vani adiacenti, tramite i quali il riscaldamento avveniva per mezzo di tubuli ed impermeabilizzazione delle pareti.
Le pareti erano affrescate a riquadri bianchi, rossi e gialli su di uno zoccolo nero; al vano adiacente si accedeva tramite gradini di marmo bianco. Il mosaico è di tessitura piuttosto fine, soprattutto a confronto dei pochi analoghi esemplari in cui motivi vegetali ed animalistici in bianco e nero si accostano ad elementi decorativi in “opus sectile”.
Un altro ambiente riferibile ad una “domus” di una certa importanza è stato rilevato in Via Giobert, nei locali cantinati del palazzo medievale “Della Rovere”. In questo caso la decorazione pavimentale pare indicare con sicurezza un triclinio bipartito, con emblema in tarsie marmoree, quasi del tutto asportate, di 1x1,80 metri; i motivi a mosaico su cocciopesto rosso indicano forse l’ingresso, affacciato sulla stessa Via Giobert, a breve distanza dall’incrocio con Via Natta; quindi la “domus” avrebbe occupato, come quella di Via Varrone, l’angolo nord-occidentale dell’isolato.
Nell’isolato immediatamente a nord del decumano massimo, in Via Carducci (torre del Vescovado) sono state recuperate, in giacitura secondaria, tessere musive ed una piastrella marmorea triangolare: altro indizio di “domus” di un certo impegno nella zona, in questo caso molto prossima alla probabile area forense; tra la piazza e la Via Cattedrale infine, sono stati documentati i resti di un altro impianto analogo, con almeno tre ambienti.
a spoliazione dei muri dell’anfiteatro, la mancanza di iscrizioni successive al II secolo la scarsità delle tracce utili a documentare una “continuità di vita”, inducono a ritenere che il municipio romano di Hasta fosse già in piena crisi alla fine del II secolo e che, dopo circoscritti fenomeni di ripresa nel IV, inizio V secolo, si sia pesantemente ridotta la densità abitativa.
La presenza dell’episcopato è attestata dalla metà del V secolo, ma i dati archeologici sembrano confermare la definizione di “Hastensis civitatula” di Paolo Diacono. La stratigrafia ha restituito solo sporadicamente, e non in tutte le aree indagate, materiale tardoantico o altomedievale; recentemente si è osservato come tali tracce paiano concentrarsi in prossimità della Via Fulvia e del perimetro cittadino, forse in corrispondenza degli assi viari in uscita dalla città; di particolare rilevanza le attestazioni della “curtis ducati” presso San Secondo, nell’immediato suburbio cittadino, del monastero di Sant’Anastasio, dell’VIII-IX secolo nel pieno centro, del “Castrum Vallonis” sulla “domus” di età imperiale, da cui proviene l’unico frammento ceramico longobardo rinvenuto sinora ed in cui sono state rilevate strutture con muratura laterizia a spina pesce attribuibili all’XI secolo, che ignorano l’orientamento ortogonale degli ambienti della “domus” precedente.
I depositi di terreno agricolo, come sopra accennato, sono particolarmente consistenti nella zona sud-orientale della città, dove più interventi edilizi, con scavi profondi anche 4-5 metri, non sono stati sufficienti a raggiungere la quota dei livelli di età romana; ma anche l’edificio termale in abbandono si trasformò in una cava di materiali da costruzione e poi in terreno agricolo, almeno fino al X-XI secolo. Ciò induce a pensare che l’area urbana non si sia propriamente ristretta, ma che interi isolati fossero già inutilizzati dal II-III secolo.
La ricostruzione della città prese le mosse dal periodo comunale e fu compiuta tra il XII ed il XIII secolo lasciando nel panorama cittadino le torri e i palazzi medievali che ancora in parte lo caratterizzano. La fortuna economica della città, a partire dai secoli del libero comune, sempre più contribuì ad allontanare, anche nella memoria storica, il passato più antico; ma al momento delle riedificazioni medievali molte delle strutture romane dovevano essere ancora visibili e discretamente delineabili i perimetri degli isolati, come dimostra la posizione delle torri rispetto all’impianto urbano precedente.
In attesa di meglio definire le modalità della documentazione per le tracce alto medievali, che richiederebbero un più puntuale e complessivo riferimento altimetrico al fine di visualizzare l’effettiva consistenza e distribuzione degli “strati neri”, e parsa intanto di particolare interesse la sovrapposizione all’impianto romano degli ambiti di edifici religiosi rintracciati in base alla cartografia storica secentesca oppure ancora esistenti.
Si nota infatti che l’andamento dei cardini e decumani circoscrive in un perfetto isolato l’antico edificio di San Giovanni e la chiesa di Santa Maria, che formavano con ogni probabilità una doppia cattedrale, forse l’antico gruppo episcopale della città. Il settore occidentale di Santa Maria è tagliato all’altezza del presbiterio, avvalorando una possibile ipotesi di fondazione paleocristiana del complesso religioso (secondo la tradizione locale priva di fondamento la “Cattedrale” sarebbe stata ricostruita nell’VIII secolo, su un tempio romano di Giunone. D’altro canto, l’abbondanza di materiale ceramico di età romana farebbe propendere per la presenza di case di abitazione, come negli isolati immediatamente circostanti). Si osserva inoltre che alcuni edifici sono compresi nel limite esatto dell’isolato, che il perimetro di altri segue con precisione l’andamento dei terrazzi fluviali, come si nota per la chiesa monastica di Sant’Anna e per il San Domenico. Inoltre le due punte più elevate sono quelle già denominate Castel Vecchio e Castello dei Varroni. Si nota infine che l’unico edificio che occupa vistosamente due isolati è quello del già citato Sant’Anastasio, avvalorando una sua possibile sovrapposizione con l’area forense.
Il confronto del reticolo romano con il tessuto viario attuale e con l’andamento di torri e mura medievali evidenzia come tre dei quattro ipotetici “angoli” del perimetro siano stati smussati dalle fasi edilizie successive, coerentemente con l’andamento altimetrico. Ciò potrebbe anche indicare un andamento poligonale del perimetro: viene spontaneo ricordare le mura di Alba Pompeia, da sempre diretta concorrente di Asti per il controllo dei traffici sul Tanaro e relativi problemi di confini territoriali. Opportunamente si è inoltre osservato come i due centri siano posti simmetricamente sulle rive opposte del Tanaro e limitati dai percorsi torrentizi Alba, del Cherasca, Asti del Borbore.
La permanenza del toponimo ligure rende necessaria una certa prudenza (per quanto riguarda la posizione dell’insediamento preromano, tradizionalmente situato sull’altura del “Castello dei Varroni”, mancano, allo studio attuale delle ricerche, conferme archeologiche: la situazione geomorfologica è analoga a quella di altri siti (Derthona, Carreum) e quindi, probabilmente, la mancanza di dati si deve alla carenza di ricerche sistematiche), anche se tutti i dati emersi dalle indagini archeologiche porterebbero a ritenere che, nel caso di Hasta come di Alba Pompeia, sia stato applicato un preciso programma urbanistico connesso forse alla “fondazione” in senso giuridico, con la differenza che la romanizzazione dell’Astigiano sicuramente precede quello dell’area Albese, così come precede, di almeno un secolo, la fondazione di “Augusta Taurinorum”. Il dato trova riscontro, oltre che nella presenza di materiale ceramico della fine II, inizio I secolo, nella delimitazione del territorio municipale, che si ritaglia quasi circolarmente intorno al capoluogo, si nota che, nel caso di Hasta, ma diversamente da Alba Pompeia, il sistema radiale di strade ha un riscontro diretto con il perimetro dell’agro municipale, rispetto al quale la città si trova in posizione centrale. Si può ancora osservare, infatti, che lo stesso orientamento regolare si osserva nell’agro immediatamente circostante ed è ripreso esattamente dalle strutture di un’area artigianale extraurbana e di un impianto urbano-rustico situato a sud del Tanaro, in località Boana (indagini del 1997, a seguito di ritrovamento casuale nel corso dei lavori per il nuovo acquedotto. L’area di interesse archeologico misura almeno 2000 mq² e l’insediamento, secondo una serie di notizie storiche e dati toponomastici, si estendeva anche sulla collina detta “Torrazzo”). Le strutture rilevate in una precedente indagine in frazione Revignano, tra Borbore e Tanaro, purtroppo esigue e solo di carattere funzionale, confermano comunque che il popolamento dell’agro precede la monumentalizzazione cittadina per rarefarsi alla fine del I secolo d.C., inizio II, in corrispondenza della fase più massiccia di inurbamento.
I pochi dati forniti dalle fonti storiche contribuiscono solo in parte a risolvere il problema dell’originario quadro amministrativo, anche se una nuova iscrizione con la menzione di un duoviro avvalora il già ipotizzato status di colonia. E verosimile pensare che la monumentalizzazione urbana, come in altri casi, sia stata diretta conseguenza del riconoscimento della cittadinanza latina: anche i dati archeologici confermano che l’impianto regolare fu tracciato tra l’età Cesariana e la prima età Augustea. Il progetto si rivela piuttosto ambizioso, di dimensioni relativamente vaste, ed in origine doveva prevedere anche una cinta muraria, sicuramente edificata in minima parte, ed una fascia inedificabile intorno alla città, come dimostra, oltre che l’ubicazione delle necropoli, anche la scarsità di resti archeologici nel concentrico cittadino (tutte le necropoli sono state individuate oltre un chilometro fuori dal centro storico, nel corso di assistenza alla posa di servizi).
L’impianto urbano quasi sembra costituire un modello, un quadrato di 700 metri di lato, dotato di porte monumentali e pianificato con cura, coerentemente con la centuriazione dell’agro.
Si osserva che nessuno degli altri centri urbani finitimi del “distretto della tribù Pollia” (Carreum Potentia, Bodincomagus Industria, Vardacate, Forum Fulvi Valentia), con l’eccezione di Pollentia (i due centri Hasta e Pollentia sono citati dopo Arezzo e Sorrento e prima di Sagunto in Spagna e Pergamo in Asia, per la produzione di calices fittili), pare essere dotato di un impianto tanto ben progettato e riccamente dotato di strutture pubbliche: indizio piuttosto significativo del fatto che i due centri situati direttamente sul fiume, in altre parole sulla Via Fulvia, furono gli unici, tra il gruppo compatto di “civitates” situate oltre il Tanaro, ad essere presi in seria considerazione nel corso del processo di urbanizzazione che seguì la guerra sociale.
Benché le ricerche archeologiche siano ancora in corso e di un centro (Vardacate) non sia nemmeno nota la precisa ubicazione, si osserva che Hasta è l’unica città in cui la forma “urbis” sia stata tracciata con un nuovo orientamento, diverso rispetto agli agri centuriati di Carreum, Industria e Vardacate, in cui si riconoscono i più antichi resti di accatastamento orientati come la centuriazione di Derthona; in altri termini, lo sviluppo urbano dei piccoli conciliabula finitimi certamente non fu pianificato secondo un progetto, ma condotto sulla traccia dei limiti preesistenti.
Inoltre, l’impianto urbano di Hasta si segnala per le maggiori dimensioni rispetto ai 400 metri circa di lato di Industria e forse 500 metri di Carreum; in entrambi i casi non sono così evidenti né i limiti del perimetro, né la fascia del pomerio, né il rapporto con la viabilità.
In mancanza di un necessario approfondimento dal punto di vista storico, pare innegabile quindi la funzione privilegiata di Hasta, e più ad ovest, di Pollentia, probabilmente a ragione della posizione rispetto alla rete viaria e all’agro soggetto, nell’ambito del comprensorio della tribù Pollia. Proprio la dislocazione della città di Hasta al centro di un vasto territorio pare la spiegazione più verosimile alla “continuità” di vita ed il motivo di più tenace sopravvivenza della “civitas”, considerata la documentazione che assegna prima al vescovo, poi al comitato una serie di pertinenze la cui coincidenza con l’agro già soggetto al romano municipio pare ormai fuori discussione.